Il Centro Stragista

Si è creata negli anni una distorsione ottica sul piano giudiziario e storico che ha provocato un’omissione nella ricostruzione della storia dello stragismo di Stato.
Anche in buona fede, quanti hanno indagato sul fenomeno stragista hanno concentrato la loro attenzione sugli esecutori materiali e gli organizzatori in loco, gli unici sul conto dei quali era possibile raccogliere elementi indiziari e probatori.
In questo modo, peraltro comprensibile sul piano giudiziario, meno su quello storico, sono rimasti esclusi gli ideatori ed i promotori delle operazioni stragiste, nessuno dei quali agiva in zone periferiche ma solo al centro, cioè a Roma.
Le stragi avevano un fine politico, rientravano cioè in una strategia che mirava a destabilizzare il Paese, che permettesse a forze di governo e di finta opposizione, come il Movimento Sociale Italiano, di sfruttarne gli effetti per pervenire alla stabilizzazione del Paese.
Una strategia sofisticata, quella del “destabilizzare per stabilizzare”, che richiedeva una preparazione accurata, la scelta del momento e dell’obiettivo, la sicurezza della copertura degli operativi, assicurata dal depistaggio delle indagini di cui si facevano carico i servizi di sicurezza e i Corpi di polizia.
Ritenere che i responsabili di Centri di controspionaggio e di uffici politici periferici delle Questure decidessero di loro iniziativa di depistare le indagini per coprire le responsabilità degli autori delle stragi sarebbe grottesco.
I fatti, anche accertati sul piano giudiziario, provano che i depistaggi erano imposti e coordinati dai centri di comando centrali, ovvero direzione del Sid, degli Affari riservati, Comando generale dell’Arma dei Carabinieri e Capi della polizia, tutti consapevolmente partecipi, per ordini politici, alla “strategia della tensione”.
È vero che sono provati i rapporti fra alcuni dei gregari (Freda, Zorzi, Delle Chiaie ecc.) con il servizio segreto civile e con quello militare, ma come confidenti ed informatori, relegati cioè in posizione subalterna, mentre appare evidente che nessun depistaggio avrebbe avuto successo se non fosse stato coordinato fra tutti gli apparati dello Stato al massimo livello.
Una realtà, questa, che non è solo credibile sul piano logico ma accertata su quelli giudiziario e storico, come nel caso della strage di piazza Fontana, dove, nel depistaggio, sono coinvolti tutti: Affari riservati, Sid, polizia e carabinieri.
Gli organizzatori sul campo e gli esecutori materiali non avevano la capacità di elaborare una strategia che favoriva i detentori del potere, di cui non facevano parte in posizioni di rilievo, e tantomeno avevano la forza per imporre ai vertici degli apparati di sicurezza di garantire loro l’impunità.
Se per Franco Freda, noto come “mago Zurlì”, sono accertati i rapporti con un agente civile del Sid (Guido Giannettini) e uno militare (Antonio Labruna), mentre quelli con gli Affari riservati passavano per Delfo Zorzi, secondo le non smentite affermazioni di Stefano Delle Chiaie, quindi a basso livello, quelli di Carlo Maria Maggi non sono mai stati trovati: il nome del capo della “cellula stragista” veneta è stato accostato, giustamente, a quello del colonnello Amos Spiazzi, a quelli di ufficiali americani alle dipendenze delle Forze alleate nel Sud Europa di stanza a Verona, tramite Marcello Soffiati, Carlo Digilio, Sergio Minetto ed altri, ma mai in maniera diretta con personaggi appartenenti ai servizi segreti ed ai Corpi di polizia italiani, tranne che a quello dei vicequestore Purificato, con il quale aveva un rapporto di personale amicizia.
Carlo Maria Maggi aveva un rapporto diretto, in posizione subalterna, con Pino Rauti, capo di Ordine Nuovo, legato al capo di Stato maggiore dell’Esercito, poi della Difesa, Giuseppe Aloja, in contatto con l’ammiraglio Eugenio Henke, direttore del Sid, fiduciario della Cia, secondo quanto affermato da Carlo Digilio in una deposizione del 14 dicembre 1996.
Non è, forse, una mera coincidenza che Pino Rauti sia stato l’unico segretario nazionale di un partito rappresentato in Parlamento (il Msi-Dn) a ritrovarsi indiziato di reato per concorso nella strage di piazza Fontana e in quella di piazza della Loggia a Brescia.
Due stragi, nelle quali Carlo Maria Maggi è stato imputato, e fortunosamente assolto nella prima, condannato con sentenza passata in giudicato nella seconda.
Sarà proprio Maggi, nell’aula della Corte di Assise di Milano, al processo di Piazza Fontana, nel quale sono comparso come testimone, a farmi chiedere dal suo avvocato difensore se, per quanto a mia conoscenza, lui avesse sempre obbedito agli ordini di Pino Rauti: ho risposto affermativamente.
E qui lo ribadisco.
Certo, Pino Rauti per la giustizia italiana che, infine, ha dovuto proscioglierlo, è innocente, per la storia il giudizio deve essere ancora espresso. Pino Rauti vuol dire Roma, e nella capitale opera Stefano Delle Chiaie.
Sebbene, sul piano giudiziario la responsabilità, della componente romana dell’operazione del 12 dicembre 1969 non sia stata ancora accertata, è certo che di essa non fecero parte gli ordinovisti che agirono al nord, a Milano.
E non è a Venezia e a Padova che sono stati organizzati gli attenti di Roma. L’operazione, iniziata nel febbraio del 1969, destinata a concludersi il 14 dicembre 1969, con la proclamazione dello “stato di eergenza” non è ideata al livello di “mago Zurlì”, Carlo Digilio e compari, ma al più alto livello politico ed istituzionale, cioè a Roma.
E Roma, insieme al Veneto, torna alla ribalta della strategia stragista a partire dai primi mesi del 1979.
Come già negli anni precedenti, gli attentati del Movimento Rivoluzionario Popolare sono compiuti contro obiettivi che possono farli qualificare di sinistra, utilizzando anche un linguaggio di sinistra. Cosicché, nella rivendicazione dell’attentato contro il carcere di Regina Coeli gli autori scrivono che occorre “lanciare un appello contro il fascismo di Stato”.
Questa volta non ci sono più anarchici e “cinesi” da strumentalizzare, ma gruppi della sinistra armata, all’interno dei quali si cerca di infiltrarsi, come fece Egidio Giuliani, non per sua personale iniziativa. Gli attentati compiuti dal Mpr a Roma non provocano morti per fortunose coincidenze, visti gli obiettivi scelti e la quantità di esplosivo impiegata, mentre fallisce per un difetto tecnico quello predisposto, il 20 marzo 1979, in Piazza Indipendenza, in coincidenza con l’adunata degli Alpini.
C’è volontà di massacro.
Leggo che i giudici di Bologna ritengono ai aver individuato nel mese di febbraio del 1979 la data in cui potrebbe essere stata decisa la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
La mancanza di morti, per puro caso, a Roma, nei mesi di aprile e di maggio del 1979, può averli tratti in inganno, perché quella data segna l’inizio della ripresa dell’attività stragista, non dell’ideazione della strage di Bologna.
La motivazione si quest’ultima è diversa, ma anch’essa è ideata a Roma, con la solita partecipazione della componente veneta.
Un convincimento, il nostro, confortato dai fatti.
Il 27 giugno 1980, nel corso di una battaglia aerea fra aerei libici, americani, francesi e forse italiani, viene abbattuto un Dc-9 Itavia con 81 persone a bordo, fatto decollare, con una decisione criminale, da Bologna, direzione Palermo, alle ore 20:08.
Alle ore 20:24, un F-104 biposto del 4° stormo dell’Aeronautica militare italiana, con a bordo i piloti Mario Naldini e Ivo Nutarelli, all’altezza di Firenze-Peretola, lancia il segnale di allarme generale alla Difesa aerea, codice 73 (emergenza generale), ripetendolo per ben tre volte.
La battaglia è ancora corso e, alle 20:58, avviene l’ultimo contatto radio con il controllore procedurale di “Roma controllo” e i piloti del Dc-9 Itavia.
Qualche minuto più tardi, l’aereo, colpito da un missile, precipita nel Tirreno. Non ci saranno superstiti. Cosa potrebbe accadere se si sapesse la verità? Se l’opinione pubblica venisse a conoscenza che 81 cittadini italiani sono stati uccisi da un aereo militare alleato o italiano nel corso di una battaglia aerea nei nostri cieli?
La risposta è semplice: un luglio 1980, che sarebbe stato forse più sanguinario di quelli del 1960 e del 1948, con conseguenze politiche sul piano nazionale e internazionale gravissime.
Il governo italiano ha due armi a sua disposizione per coprire la verità: il depistaggio e la magistratura.
La seconda ha tempi lenti, in questo caso necessariamente lentissimi, tanto da impiegare 27 anni per assolvere tutti e affermare che l’aereo è caduto per l’esplosione di una bomba a bordo.
La bomba a bordo del DC-9 Itavia è il primo depistaggio, il più immediato: il 28 giugno, alle ore 14:10, alle redazione de Il Corriere della Sera, a Milano, giunge una telefonata:


«Qui Nar. Informiamo che nell’aereo caduto sulla rotta Bologna-Palermo si trovava un nostro camerata, Marco Affatigato. Era sotto falso nome e doveva comipere un’azione a Palermo. Il suo corpo è riconoscibile dall’orologio Baume & Mercier che aveva al polso. Interrompiamo la comunicazione, grazie».

È tutto falso, perché Affatigato non ha mai preso quell’aereo e, a bordo, non è esplosa alcuna bomba. Ma un particolare vero c’era: in effetti, Affatigato aveva al polso un orologio Baume & Mercier, che gli aveva visto, poco tempo prima, a Nizza, Marcello Soffiati, il quale glielo aveva chiesto in dono, ottenendo un rifiuto.
Un depistaggio di cui è certo il capo della polizia, Vincenzo Parisi, che, il 17 ottobre 1990, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, riferendosi esplicitamente alla telefonata fatta al Corriere della Sera il 28 giugno 1980, dice:


«Quella telefonata porta la firma dell’intelligence che ha manovrato l’operazione Ustica».

Marcello Soffiati, confidente del Sisde, agente operativo della Cia, è il più stretto collaboratore di Carlo Maria Maggi e sarà condannato, post mortem, per concorso nella strage di Brescia del 25 maggio 1974. Con Marcello Soffiati rientriamo nell’area veneta e, particolare dimenticato da tutti, in quella città di Verona dove, il 28 agosto 1970, qualcuno aveva piazzato una valigia di esplosivo all’interno della stazione ferroviaria, fallendo la strage per puro caso.
L’unico precedente di un attentato all’interno di una stazione ferroviaria risale al 25 aprile 1969, quando fu fatto esplodere un ordigno all’ufficio cambi di quella di Milano, per il quale sono stati condannati Franco Freda e Giovanni Ventura.
Dopo il depistaggio della bomba, manco a dirlo “fascista”, ne organizzano velocemente un secondo, quello del cedimento strutturale dell’aereo dell’Itavia, compagnia che verrà così portata al fallimento.
Bastano due depistaggi?
No, perché la vicenda è talmente delicata per il governo italiano e la Nato, che serve altro, qualcosa di traumatico, che faccia dimenticare all’opinione pubblica la strage di Ustica e la sostituisca con altro, se possibile, di ancora più grave.
Di qualcosa di grave si parla in Veneto. Lo testimonia, a Padova, Luigi Vettore Presilio, il quale aveva già preannunciato che era in preparazione attentato contro il giudice di Treviso, Giancarlo Stiz, quello che aveva per primo indicato in Franco Freda e Giovanni Ventura due dei responsabili della strage di Piazza Fontana.
Il giorno 8 luglio 1980, però, Vettore Presilio scrive al proprio avvocato, Franco Torsello, per comunicargli che «prima di quel fatto (l’attentato a Stiz – NdR) si sentirà per televisione e quotidiani una notizia che farà molto ma molto scalpore…», e lo invita a conferire con il giudice di sorveglianza o altro magistrato competente.
Sono passati 12 giorni dalla strage di Ustica.
Il 10 luglio, Vettore Presilio preannuncia al magistrato di sorveglianza che ci sarà un attentato di «eccezionale gravità».
Se ne parla in Veneto, mentre qualche dubbio sulle versioni ufficiali, bomba o cedimento strutturale del Dc-9 Itavia, inizia ad apparire anche sulla stampa italiana.
Il 26 luglio 1980, La Repubblica intitola un articolo: «Come è finito il Dc-9 Itavia? Sul radar tracce sconosciute».
Se ne parla in Veneto, ma un’azione che avrebbe potuto essere di «eccezionale gravità» viene compiuta, a Milano, da militanti di destra romani. Il 30 luglio 1980, infatti, alle 01:55 viene fatta esplodere una vettura dinanzi a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, al termine della seduta del consiglio comunale, che, fortunamente, fallisce l’obiettivo perché parte dell’esplosivo non deflagra. Le indagini giudiziarie porteranno come indiziati di reato Benito Allatta, tale Pompei, Gilberto Cavallini e Egidio Giuliani, indicato come il fornitore dell’esplosivo.
La vettura utilizzata era stata rubata nei pressi di Roma e i magistrati, che pure non riusciranno a concludere positivamente le indagini, una certezza ce l’hanno.
Scrivono, difatti:

«Ha importanza rilevare che l’attentato rivendicato con una sigla di sinistra, è certamente stato ideato, organizzato ed eseguito da terroristi di destra (…) L’attentato stesso, compiuto con un’autovettura rubata nella zona di Roma, è stato rivendicato con una sigla simile a quella con cui venne rivendicato un falso attentato compiuto contro Paolo Signorelli, di cui hanno riferito Sergio Calore e Paolo Aleandri».

Tre giorni più tardi, a Bologna, ci sarà la strage all’interno della stazione ferroviaria, che provocherà 85 morti e 200 feriti. Quella mattina, a Padova, insieme a Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardíni ci sarà anche Gilberto Cavallini: tranne quest’ultimo, allevato nella federazione del Msi di Milano, gli altri tre sono il prodotto della politica giovanile missina di Roma.
Roma e Veneto, una coppia geografica e politica inscindibile, da piazza Fontana a Milano alla stazione ferroviaria di Bologna.
La strage di Ustica scompare dalle pagine dei giornali e dall’attenzione dell’opinione pubblica, concentrata ormai sulla strage “fascista” di Bologna.
Una strage per coprirne un’altra?
Se consideriamo la gravità delle ripercussioni interne ed internazionali che l’abbattimento del Dc-9 Itavia ad Ustica avrebbero potuto comportare, l’ipotesi è più che possibile, è altamente probabile.
Ricordiamo anche che il segreto su Ustica è stato mantenuto al prezzo di numerose vite umane, di persone che vestivano in parte l’uniforme dall’Aeronautica militare italiana, che sapevano ma dovevano tacere, in un modo o nell’altro.
I loro nomi non sono scritti su alcun muro della memoria perché la loro deve essere cancellata. Ci dovrebbero essere iscritti quelli, fra gli altri, del colonnello Pierangelo Tedoldi, morto in un incidente stradale il 3 agosto 1980; del capitano Maurizio Gari, morto per infarto a soli 32 anni, il 9 maggio 1981; del sottufficiale Angelo Carfagna, morto apparentemente suicida il 30 gennaio 1986; del maresciallo Alberto Dettori, morto anch’egli apparentemente suicida, il 30 marzo 1987; del maresciallo Ugo Zammarelli, morto in un incidente stradale il 14 agosto 1988; del maresciallo Antonio Luzio, ucciso dentro la su abitazione con tre colpi di pistola il 1° febbraio 1991; del maresciallo Antonio Pagliara, morto in un incidente stradale il 9 febbraio 1992; del maggiore Gian Paolo Todaro, rinvenuto impiccato il 2 novembre 1994; del maresciallo Franco Parisi, rinvenuto impiccato il 21 novembre 1995. Tutti uomini dell’Aeronautica militare. Tutti a conoscenza di elementi di verità sulla strage di Ustica.
Ce ne sono altri, fra questi ultimi Antonio Bisaglia, potentissimo democristiano veneto, morto annegato a Rapallo il 24 giugno 1984. Bisaglia era stato il solo, il 5 agosto 1980, nel corso della riunione del Comitato inter-ministeriale per le informazioni e la sicurezza, a collegare, sulla base dì voci raccolte in Veneto, la strage di Bologna a quella di Ustica.
Se Antonio Bisaglia muore annegato in mare, il 17 agosto 1992, nel laghetto di Centro Cadore muore, anch’egli annegato, il fratello prete, don Mario Bisaglia. In un primo tempo viene avvalorata la tesi del suicidio ma, successivamente, si riconosce che è stato un omicidio.
La morte dei due fratelli non rientra nel novero dei misteri d’Italia, ma sarebbe, forse, il caso di riconsiderare le circostanze della loro morte, anche perché Antonio Bisaglia, riportando voci raccolte in Veneto, non si riferiva ed una pista internazionale, bensì ad una nazionale.
Ustica rappresenta il segreto dei segreti della storia d’Italia, quello da proteggere ad ogni costo perché, se non è il solo, è certamente il più idoneo a mettere in discussione i nostri rapporti con gli Stati Uniti e la Nato, svelando i rapporti di sudditanza nel confronti della potenza egemone e del suo braccio politico-militare.
Escludere la connessione con la strage di Bologna è, quindi, una necessità imperiosa perchè dalle verità, su quest’ultima si potrebbe risalire a quella del Prima.
Per la prima volta, di conseguenza, l’antifascismo nostrano è sceso in campo massicciamente per avvalorare la tesi della pista internazionale, cioè di quella palestinese indicata dall’agenzia di stampa israeliana 1’11 agosto l980, assolvendo mediaticamente i “ragazzini dei Nar”, i loro complici, i loro mandanti.
Non si era mai visto, nella storia della Repubblica italiana, tanti antifascisti andare in soccorso di un gruppo di “fascisti”, che pure alle loro spalle hanno rapine, traffico di droga, omicidi.
Strano.
Legittimo, pertanto, il dubbio che dietro la strenua difesa dei “fascisti” in questiono ci sia ben altro: ci sia, cioè, la difesa di Stato e di un regime politico creato dalle armate anglo-americane, che trova ancora oggi la sua ragion d’essere nel perpetuare la sua condizione di servaggio nei confronti dei vincitori della Seconda guerra mondiale.
E si torna a Roma, a quella capitale dove ogni infamia si è consumata, dove sono maturate le decisioni per scatenare una guerra civile, per attuare una lotta politica, a difesa del regime e dei suo interessi nazionali e internazionali, usando l’arma della strage contro i cittadini italiani perché la loro morte era questione di vita per una classe dirigente che ancora, putroppo, è saldamente al comando.
E ci resterà fino al giorno in cui non sarà possibile far trionfare la verità.

Opera, 4 giugno 2020.

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