Magistratura di Regime

Sono ancora tanti gli Italiani che si illudono che in uno Stato corrotto ci possa essere una magistratura incorrotta ed incorruttibile.

Lo scandalo che scuote oggi i vertici dell’Associazione nazionale magistrati ed il Consiglio Superiore della Magistratura è solo l’ultimo in ordine di tempo che investe le italiche toghe. Non ci possono essere eccezioni fra politica e burocrazia, che l’una sono lo specchio dell’altra, e viceversa.

Il vizio è all’origine. Quando l’8 settembre 1943 finì l’Italia, cessò anche di esistere la giustizia.

Passati in blocco dal Fascismo, anche quello repubblicano, all’antifascismo, dallo Stato monarchico a quello repubblicano, in nome della continuità di quale Stato non è dato da comprendere, i magistrati italiani non si fecero scrupolo alcuno nel calpestare il diritto romano e perseguire migliaia di Italiani, almeno 90 dei quali condannati a morte e passati per le armi, per reati che erano stati inventati dai vincitori nel corso della Seconda guerra mondiale, per trasformare i vinti in criminali.

Fulgido esempio del diritto di Brenno, fu Oscar Luigi Scalfaro che, come pubblico ministero a Novara, fino al 25 aprile 1945 aveva perseguito gli antifascisti e, dal 26 aprile 1945, proseguì nella sua carriera perseguendo i fascisti, sei dei quali, fra questi il prefetto Enrico Vezzalini, riuscì a far fucilare.

Entrato in politica, nelle file delle Democrazia Cristiana, Scalfaro ebbe sempre ottimi rapporti con l’estrema destra italiana e, alla fine, venne eletto presidente della Repubblica con i voti dei cialtroni del Movimento Sociale Italiano che, all’epoca, ancora si proclamavano eredi della Repubblica Sociale Italiana.

Tradita la giustizia e la civiltà di Roma, gli interpreti del diritto barbarico compresero subito che, in democrazia, conveniva, per mantenere stipendi e fare carriera, schierarsi della parte di chi deteneva il comando.

Se in Italia la democrazia era autoritaria, i magistrati hanno sempre agito come se fosse totalitaria: quindi, chiunque commettesse reati per in nome e per conto dello Stato non avrebbe mai dovuto essere condannato. Siamo l’unica democrazia al mondo in cui, dall’8 settembre 1943 al 20 luglio 2001, nessun appartenente alle forze di polizia è stato mai condannato ad una pena detentiva e ha mai fatto, di conseguenza, un solo giorno di carcere per aver ucciso nella piazze e nelle strade dimostranti disarmati.

E parliamo di decine e decine di Italiani the manifestavano per motivi politici, sociali e sindacali.

Avevano tutti sparato e ammazzato per “eccesso colposo di legittima difesa” o per “aver fatto uso legittimo delle armi” poliziotti e carabinieri?

No, i magistrati italiani mai hanno osato porre in difficoltà una governo e, magari, contestare, codice penale alla mano, la politica repressiva da tutti i governi perseguita.

Basterebbe questo dato di fatto, incontestabile sul piano storico, per dimostrare che la magistratura italiana non è mai stata autonoma e, tantomeno, indipendente.

Il fascismo, benche totalitario, aveva creato un Tribunale Speciale per perseguire gli antifascisti, in modo da non coivolgere la magistratura ordinaria nella sua politica di repressione del dissenso politico. La democrazia, viceversa, ha scoperto che a sua, disposizione per reprimere le opposizioni politiche aveva l’intera magistratura, senza eccezioni di sorta.

Non è prova di indipendenza, di autonomia e, tantomeno, di giustizia il fatto che il primo, vero e proprio processo alla mafia sia stato quello istruito dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino negli anni Ottanta.

Per oltre quarant’anni, difatti, la magistratura italiana aveva negato, di fatto, l’esistenza di mafia e mafiosi, e aveva proceduto con un garantismo eccezionale, assolvendo per insufficienza di prove centinaia e centinaia di boss e picciotti.

Erano gli anni belli in cui i partiti anticomunisti, cominciando dalla Democrazia Cristiana, ritenevano la mafia alleata indispensabile per la lotta al comunismo nonché prezioso serbatoio, di voti per le loro liste ed i loro candidati.

La magistratura si adeguava: ma quali mafiosi! Erano uomini d’onore, timorati di Dio, rispettosi della legge, che concorrevano al mantenimento dell’ordine pubblico e alla difesa di quello politico. Intoccabili!

Di quale indipendenza parliamo?

Tanti magistrati italiani sono passati, negli anni, nei ranghi della politica, non solo il fucilatore di fascisti Oscar Luigi Scalfaro. Un fenomeno di cui solo ora si prende atto e al quale si vuole porre un argine. Per oltre settant’anni questo andirivieni di magistrati dall’ordine giudiziario ai partiti politici e viceversa è stato accettato, anzi favorito, senza mai chiedersi, ovviamente, sulla base di quali meriti costoro potevano candidarsi nelle liste dei partiti ed essere eletti in Parlamento.

Una domanda, questa sui meriti, che invece andava posta perché, essendo questi personaggi sprovvisti di cultura politica, privi di esperienza in materia, inseriti stabilmente in un apparato che, in teoria, avrebbe dovuto essere apolitico, nulla di concreto potevano apportare con la loro presenza in Parlamento.

E nulla, in effetti, nessuno di loro ha mai portato, al di là delle tematiche di partito che un agit-prop poteva discutere come loro e meglio di loro.

Con quale criterio i partiti politici li hanno selezionati e candidati nella loro liste?

Per fare qualche esempio, Claudio Vitalone, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, è stato intruppato fra i parIamentari della Democrazia Cristiana per aver sempre fatto gli interessi di Giulio Andreotti in ambito giudiziario.

Dopo avventura politiche e disavventure giudiziarie, riuscì perfino a rientrare in magistratura, senza che né prima né dopo l’Associazione nazionale magistrati o il Consiglio superiore della magistratura osassero dire una parole di riprovazione.

Luciano Violante, giudice istruttore a Torino, è entrato in Parlamento con il Partito Comunista Italiano e ha fatto, poi, una brillante carriera politica. Aveva indagato su Ordine Nuovo e, quindi, sul “golpe bianco” di Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi, senza che nulla di memorabile sia emerso dalle sue indagini, ancorché avocate per competenza territoriale dal Tribunale di Roma.

Forse, aver indagato su “piste nere” e “piste bianche” senza aver mai individuato il ruolo degli apparati di sicurezza dello Stato, è stato un merito che il Partito Comunista gli ha riconosciuto.

Non sarà l’unico “pistarolo” che il Partito Comunista porterà in Parlamento per aver assolto brillantemente il compito di lasciare ai margini i servizi segreti.

Altro esempio, viene dall’elezione in Senato, dopo aver fallito miseramente quella a sindaco di Venezia, di Felice Casson che agli occhi del partito ormai Democratico aveva il merito di aver assolto servizi segreti, Arma dei Carabinieri, ministero degli Interni e Guardia di finanza dall’accusa di aver depistato le indagini sull’attentato di Peteano ed aveva, al loro posto, infilato la loggia P2, senza, ovviamente portare un solo indizio a prova della sua verità.

Uno cosi, gli ex comunisti ormai fervidi anticomunisti non potevano che portarlo in Senato dove di lui non è rimasta alcuna traccia.

Sia dopo la pensione, il Partito Democratico ha premiato con l’elezione in Senato anche Gerardo D’Ambrosio che nel corso delle indagini sulla strage di piazza Fontana circoscrisse il campo a Freda, Ventura e Giannettini senza accorgersi di tutti gli altri.

Pur avendo le prove dei depistaggi nelle indagini operati dalla divisione Affari Riservati e dai capi degli uffici politici di Roma, Milano e Padova, D’Ambrosio riusci a cancellarle incolpando di favoreggiamento nei confronti di Giannettini e Pozzan due soli ufficiali del Sid (Maletti e Labruna).

Per la politica, quella dei Violante, Casson, D’Ambrosio saranno meriti, ma dubitiamo che lo siano per la storia.

E che dire dei magistrati che sono confluiti in Forza Italia, ponendosi agli ordini di un pregiudicato del calibro di Silvio Berlusconi e del suo collega Marcello Dell’Utri, condannato infine per concorso esterno in associazione mafiosa?

Mai, nemmeno una volta, l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura sono intervenuti per condannare lo scandalo rappresentato da queste candidature.

Mai!

E che dire di tante sentenze non solo emesse al termine di processi politici ma anche a carico di cittadini comuni, che non hanno visto alcun intervento da parte del Csm o della procura generale della Corte di cassazione o del ministro della Giustizia, per obbligare i magistrati che le avevano emesse a cambiare mestiere.

Manca la trasparenza, perché si preferisce non far sapere agli Italiani quanti magistrati sono ogni anno sottoposti a procedimenti disciplinari, addirittura incriminati o, spesso, condannati anche per reati infamanti come la corruzione.

Il marcio che esiste all’interno di questo apparato burocratico, che si finge indipendente dalla politica ma ne è stato sempre docile strumento, lo nascondono dietro i morti.

Non si può concludere questo breve scritto con parole di speranza sul rinnovamento della magistratura italiana perché tutto continuerà, ne siamo certi, come prima, peggio di prima, come ieri e come sempre. Non ci sono “corpi sani” in uno Stato che è guidato da governi-fantoccio che devono tutelare, ancora oggi, gli interessi della potenza egemone. Una classe politica che è stata portata al potere dai fucili delle armate anglo-americane ha cancellato l’indipendenza, la sovranità e la dignità nazionale.

La magistratura italiana ha scelto di uniformarsi ai voleri dei vincitori ed ha tradito il concetto stesso di Giustizia, che non ha mai cercato di recuperare perché contano stipendi e carriera e, quest’ultima in particolare, dipende da coloro che detengono il potere.

Chiuderanno il caso Palamara che, da parte sua, accusa i colleghi che ora lo condannano di aver fatto quello che aveva fatto lui, non di più né di meno: e nessuno reagisce, perché nessuno é in grado di farlo. Nel mondo giudiziario non c’è qualcuno che possa scagliare la prima pietra.

Se si potrà rifondare questo Stato si potrà anche avere una Giustizia. Quando e come non è argomento sul quale per ora è possibile soffermarsi. Se avessimo di fronte un tumore in un corpo sano, il consiglio sarebbe di estirparlo chirurgicamente, ma quando il tumore è in metastasi e le sue cellule devastano l’intero organismo, la sola soluzione possibile ed auspicabile è la morte.

È quanto ci auguriamo per questo Stato: una morte dolce (per carità), pietosamente assistita, ma che sia finalmente morte.

Opera, 21 giugno 2020

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