Olocausto

Conosciamo da sempre il regime, i suoi politici, i suoi industriali, i suoi giornalisti, quindi non ci meraviglia e non ci sorprende lo spettacolo che, tutti insieme, hanno allestito e stanno rappresentando per ingannare gli italiani sulla reali responsabilità dei danni causati dal Covid-19.

L’Italia ha avuto, fino ad oggi, 235mila contagiati, quasi 35mila morti riconosciuti ufficialmente, perché in realtà, sono oltre i 55mila i deceduti, ai quali vanno aggiunti quanti sono morti per cause indirette , come l’impossibilità di essere ricoverati negli ospedali, operati, curati in maniera adeguata.

Un massacro!

Si poteva evitare? La domanda è retorica perché la risposta non può essere che positiva.

Un raffronto è necessario: il Giappone ha 125 milioni di abitanti ed ha avuto 800 morti per Covid-19.

L’Italia non arriva a 60 milioni, e si colloca al secondo posto nel mondo come numero di morti, dopo gli Stati Uniti, e al primo in percentuale.

La Lombardia, inoltre, è un caso senza possibili raffronti nel mondo. È doveroso segnalare che Taiwan, con 25 milioni di abitanti, ha avuto 400 contagi e 6 morti. La Lombardia, con poco più di 9 milioni di abitanti, ha avuto 90 mila contagiati e quasi la metà dei morti nel Paese.

La ripresa economica rappresenta oggi l’arma di distrazione di massa quella, cioè, che permette alla politica, ai suoi alleati ed ai sudditi, di distogliere l’attenzione degli italiani dal massacro compiluto.

È legittima l’aspirazione di milioni di italiani di tornare ad una vita normale, di riprendere il lavoro, di guadagnare uno stipendio senza vivere con le elemosine governative, ma non apparteniamo alla categoria di quanti ritengono che “chi muore giace e chi vive si dà pace”.

Noi no, perché riteniamo che muore chi viene dimenticato, e noi vogliamo che questi morti vivano nel ricordo e nella coscienza non solo dei loro familiari ma di tutti gli Italiani.

L’Italia non poteva evitare quello che è accaduto perché non aveva un piano di prevenzione contro una pandemia.

Per anni hanno smantellato la sanità pubblica per favorire quella privata, hanno cercato (e in parte ci sono riusciti) di distruggere la medicina sul territorio, hanno chiuso presidi ospedalieri, hanno licenziato medici e infermieri a migliaia.

Hanno fatto un piano pandemico nel 2006 e non lo hanno mai attuato, lasciando il Paese privo di scorte, di indumenti di protezione individuali, di ventilatori per le terapie intensive, di maschere per l’ossigeno, e così via.

L’Italia era senza difese. Neanche nei mesi di gennaio e febbraio i dirigenti politici nazionali e regionali hanno cercato, almeno in extremis, di preparare le strutture sanitarie nel caso, pressoché certo, dell’arrivo del virus in Italia.

Perfino, dopo essere stati costretti ad istituire la zona rossa nel lodigiano, si sono prodigati a lanciare slogan tipo “liberi tutti” di Matteo Salvini e “Milano non si ferma” di Nicola Zingaretti e Giuseppe Sala. Erano all’“allegria, allegria” di Mike Bongiorno, altro che tsunami, guerra condotta da un nemico invisibile, tempesta perfetta.

Oggi dicono di aver compiuto “errori”, qualcuno si è indotto a fare autocritica, addossando agli scienziati la responsabilità di aver escluso l’effettiva pericolosità del virus, ma il “vieni avanti cretino” non funziona, non deve funzionare perché, quando si ha la responsabilità delle vite di milioni di persone, non sono ammessi questi “errori”, che vanno chiamati per quello che sono: crimini, che si sommano a quelli precedenti.

Non avendo fatto la prevenzione, che era doverosa per evitare tanti lutti, i dirigenti politici hanno fatto ricorso all’arma abituale: la repressione. Dopo 75 anni in cui ci raccontano che gli Italiani, educati ai valori dell’antifascismo e della resistanza, sono maturi e consapevoli, li hanno trattati come al solito: come ragazzini incapaci di intendere e di volere, per i quali serve non la carota ma il bastone.

Così hanno inventato il lockdown, quella misura che ha imposto a milioni di italiani di stare in casa pena, in caso di trasgressione, sanzioni penali e amministrative.

Oggi si vantano di aver trasformato il Paese in un gigantesco campo di concentramento e di aver salvato, sulla base di proiezioni che conoscono solo loro, 600mila vite.

Sorvolano, furbescamente, sulle migliaia di anziani morti all’interno della Residenze Sanitarie Assistite, per le quali il lockdown non era necessario, vista la loro impossibilità di andare in giro. Per spiegare la morte di migliaia di anziani si trincerano dietro le inchieste dalla magistratura, con la certezza che, essendo la responsabilità penale personaIe, alla fine pagherà qualche direttore sanitario, qualche medico e, forse, qualche infermiere.

Furbi, furbissimi, come sempre.

Rimane a carico di dirigenti nazionali e regionali della Lombardia l’ombra della mancata istituzione della “zona rossa” della Val Seriana. Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e il suo assessore al welfare, Giulio Gallera, potevano istituirla perché avevano i poteri concessi dall’art. 32 della legge del 23 dicembre 1978 n. 833, richiamato dal decreto legge 6/2020.

Dopo aver rivendicato, in ogni conferenza stampa, il diritto e il dovere di fare tutto da soli stante l’incapacità e l’incompetenza del governo nazionale, Fontana e Gallera decidono in questa sola e unica occasione, che la responsabilità di istituire la “zona rossa” in Val Seriana spetti esclusivamente al governo.

Da parte loro, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro della Salute, Roberto Speranza, decidono, per la sola ed unica volta, di disattendere la richiesta del comitato tecnico-scientifico di istituire la “zona rossa” in Val Seriana, e decidono di trasformare la Lombardia tutta in “zona arancione”.

In questo modo, come richiesto dagli industriali, operai ed impiegati possono proseguire nelle loro attività lavorative, che l’istituzione della “zona rossa” avrebbe viceversa bloccate.

Quando inizia il conteggio dei morti, parte la campagna mediatica che deve scagionare sia i dirigenti lombardi che quelli nazionali. Si chiede, ipocritamente, se una decisione politica possa configurarsi come reato, si insinua che l’istituzione della zona rossa l’8 marzo era inutile, perchè ormai il contagio era dilagato in tutta la Val Seriana, e si finge di non capire che avrebbe dovuto essere istituita il 23 febbraio, quando si scoprì il primo caso di Covid-19 nell’ospedale di Alzano.

Hanno agito subito a Codogno e nella zona del lodigiano, ma non in Val Seriana perché questa, a differenza della prima, è una delle zone più produttive d’Italia.

Prioritaria, pertanto, per Fontana e Gallera, a Milano, per Conte e Speranza, a Roma, è stata la difesa degli interessi degli industriali di cui dovevano salvaguardare contratti e profitti.

I familiari dei morti chiedono verità e giustizia, ma non l’avranno mai perché a negargliele ci sarà un muro composto da politici di tutti i partiti, pennivendoli di tutti i giornali e telegiornali, magistrati di ogni procura della Repubblica, il cui unico compito sarà di fare passare la favola degli “errori” commessi un buona fede perché travolti da uno tsunami, da un nemico invisibile, da una tempesta perfetta.

Non sapremo mai quante vite sono state stroncate da una politica sanitaria criminale perseguita per anni ed anni da tutti gli esponenti politici di centro-destra e di centro-sinistra, dalla loro criminale negligenza, dalla loro callida scelta di favorire interessi economici e finanziari anteponendoli alla difesa delle vite dei cittadini.

Oggi, gli imbecilli si riuniscono attorno a Pappalardo e agli esponenti della destra che dicono di voler difendere gli interessi dei lavoratori italiani e dalle loro piazza, dai loro raduni non si leva il grido di vendetta per migliaia di morti.

Sfruttare i morti, specie se fatti ammazzare da loro, è una loro caratteristica, ma in questo caso sono paralizzati dalla consapevolezza che essi ricadono su tutti loro, non importa se di centro-destra o di centro-sinistra.

In questa tragica occasione non hanno terroristi di Stato da accusare o mafiosi di regime da incolpare, perché sono state le loro politiche che hanno portato al disastro sanitario e a migliaia di morti. Politiche da tutti loro perseguite e condivise.

Per i morti hanno già provveduto con un diluvio di messe e di rosari più un requiem alla presenza di Sergio Mattarella. Dei vivi non si preoccupano. Sono migliaia, è vero, i familiari dei morti, ma sono soli con il loro dolore. Non hanno banche, non hanno industrie, non hanno lobby né partiti politici, non hanno televisioni e social media a disposizione, hanno solo le loro lacrime e la Ioro rabbia.

Non sono un pericolo. Sono solo un fastidio che, con il tempo, andrà eliminato con l’arma del silenzio, con quella dell’indifferenza, con quella di un processo penale che finirà, se mai finirà, fra una ventina di anni e senza nessun colpevole.

Nessuno osa parlare di olocausto italiano. Lo facciamo noi con buona pace di Liliana Segre e delle comunità ebraiche che del termine pretendono il monopolio.

Un olocausto che ha visto morire migliaia e migliaia di Italiani che, insieme ai loro familiari, noi non dimenticheremo.

Opera, 16 giugno 2020

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