Ustica: la Verità taciuta

In un articolo pubblicato da L’Espresso, intitolato “La verità in fondo al mare”, Miguel Gotor pone in rilievo alcune circostanze sulla tragedia di Ustica che meritano di essere approfondite.

Gotor pone giustamente l’accento sulla figura di Marco Affatigato, protagonista, suo malgrado, del primo depistaggio organizzato dai servizi segreti italiani sulla strage di Ustica.

Conveniamo con lui che, nella telefonata fatta alla redazione de Il Corriere della sera del 28 giugno 1980, a nome dei Nar, si dice che Marco Affatigato si trovava sull’aereo perché doveva compiere «un’azione» a Palermo, ma non specifica quale azione, se omicidiaria, dinamitarda o che altro.

Un depistaggio è un’operazione complessa, portata avanti dal servizio segreto militare, non da un solo ufficiale, cosicché non è difficile per Il Corriere della sera il giorno dopo insinuare che l’«azione» che avrebbe dovuto compiere il “fascista” Marco Affatigato fosse di tipo dinamitardo e, di conseguenza, l’ordigno esploso sull’aereo in volo.

Si insinua il dubbio, per trasformarlo in certezza in tempi successivi, secondo una prassi ben collaudata.

Nell’immaginario collettivo difatti, i ”fascisti” sono “bombaroli” e stragisti, quindi la telefonata a nome dei Nar lancia il segnale che Il Corriere della sera raccoglie, e l’operazione depistante prende avvio.

Miguel Gotor circoscrive la responsabilità del primo depistaggio alla sola figura del colonnello Federico Mannucci Benincasa, sulla base delle accuse di Marco Affatigato.

È una vecchia tattica, politica e giudiziaria, quella di individuare un responsabile di fare di lui il solo capro espiatorio, escludendo le responsabilità di vertice, in modo da salvaguardare il servizio segreto interessato nel suo complesso.

Ma Federico Mannucci Benincasa era responsabile del Centro di controspionaggio di Firenze e non aveva giurisdizione su Verona, dove viveva e lavorava Marcello Soffiati, l’uomo che ha indicato il nome di Marco Affatigato e fornito il particolare dell’orologio Baume & Mercier che costui portava al polso.

Inoltre, Marcello Soffiati era un confidente del Sisde, il servizio segreto civile del ministero degli Interni, con il criptonimo “Eolo”, non del Sismi.

Perché mai lui, operante a Verona per conto del Sisde, avrebbe dovuto porsi a disposizione di un ufficiale del Sismi che aveva competenza solo su Firenze e la Toscana? E tanto avrebbe fatto all’insaputa del Sisde?

Il conto non torna, a meno che non si prenda in considerazione il fatto che Marcello Soffiati era, nel contempo, anche un agente operativo della Cia, secondo la testimonianza mai smentita di Carlo Digilio. Soffiati lavorava per gli americani da sempre, sulle orme del padre, Bruno, che a loro si aggregato fin dalla primavera del 1945, quando gli avevano salvata la vita, sottraendolo ai partigiani.

E a Verona ha sede il Comando delle Forte Terrestri Alleate del Sud Europa (FTASE) con i cui ufficiali Soffiati era in contatto.

Miguel Gotor, secondo un copione che la sinistra italiana politica e giudiziaria non ritiene opportuno buttare ancora nelle ortiche, cerca di attribuire il depistaggio su Ustica alla Loggia P2, ma anche questa “verità” equivale, in realtà ad un depistaggio che favorisce i depistatori.

Anche in questo caso il compagno Gotor è smentito dai fatti.

Marco Affatigato, come informatore, è gestito dal Sisde perché è Marcello Soffiati ad accreditarlo presso il servizio segreto civile. Lo dice esplicitamente una nota del capo centro Sisde di Verona del 20 marzo 1980, il quale scrive che Soffiati ha segnalato che Affatigato

«sarebbe in contatto con il vice-ambasciatore iraniano a Parigi, che gli avrebbe proposto di compiere attentati anti-americani in Europa, e, in particolare in Francia, dietro compenso in denaro. L’Affatigato si propone, pertanto, di condurre il doppio gioco con gli iraniani in modo da poter informare i servizi segreti italiani di quanto si propongono di fare, chiedendo in cambio un passaporto falso, soldi per spostarsi in Paraguay, se la situazione lo richiedesse, dichiarandosi inoltre disposto a compiere qualsiasi operazione speciale necessaria per obbligare gli iraniani a rilasciare gli ostaggi americani a Teheran»

La proposta di Marcello Soffiati per l’impiego di Marco Affatigato come doppiogiochista ai danni degli iraniani viene presa in seria considerazione, tanto da informare della faccenda il direttore del Sisde, Giulio Grassini, perché sia lui a decidere se portare avanti l’operazione. E l’operazione va avanti, tanto che il 1° aprile 1980 è proprio il vice-direttore del Sisde, Silvano Russomanno, ad inviare un appunto al direttore, generale Giulio Grassini:

«Ho incontrato oggi il capo della delegazione statunitense a Roma – scrive Russomanno, sig. Claridge, e il suo funzionario Morril, prospettando loro la possibilità di compiere la nota operazione di Nizza, con il fine di contattare l’estremista (Affatigato, N.d.R.) colà rifugiato, e pilotarlo in una infiltrazione negli ambienti anti-americani. Il sig. Claridge si è mostrato molto soddisfatto della possibilità offertagli ed ha quindi aderito alla proposta. Abbiamo concordato che elementi del loro servizio, insieme ad uomo nostro, contatterà l’anello di collegamento in località del Nord Italia ed in data di gradimento di entrambi».

I vertici del Sisde attribuiscono, quindi, grande importanza all’operazione, che dovrebbe vedere Marco Affatigato infiltrarsi negli ambienti iraniani a Parigi.

Il 19 aprile 1980, ancora Silvano Russomanno comunica al generale Giulio Grassini:

«L’incontro tra l’incaricato americano, accompagnato dalla fonte veronese, e il fuoriuscito di Nizza ha avuto luogo con ottimi risultati. L’americano non ci ha però ancora fatto rapporto».

Appare chiaro, di conseguenza, che è il Sisde, il servizio segreto civile, che gestisce sia Marcello Soffiati che Marco Affatigato. Cosa c’entrino il Sismi e il colonnello Federico Mannucci Benincasa attendiamo che lo spieghi Miguel Gotor.

Noi ci atteniamo ai fatti, i quali ci dicono che l’operazione di infiltrazione di Marco Affatigato negli ambienti iraniani francesi non ha avuto luogo perché gli americani, più avveduti dei nostri spioni, si sono accertati di avere a che fare con un truffatore.

Tuttavia, il vendicativo Marcello Soffiati non avrebbe mai potuto “bruciare” un confidente se non fosse stato autorizzato dai suoi superiori gerarchici, che, come abbiamo visto, erano del Sisde e non del Sismi, autorizzazione concessa perché ormai Affatigato era considerato dagli stessi semplice spazzatura umana.

Dopo la figuraccia fatta con gli americani dai vertici del Sisde, scaricare Affatigato era il minimo.

Non è pertanto vero che il Sismi fa fare il nome di Marco Affatigato per fare sapere agli americani che sa tutto su quanto è accaduto a Ustica, perché costui non è “un uomo loro”, anzi non è più di nessuno, avendo fallito l’ultima truffa.

L’Affatigato è un truffatore seriale che, negli ambienti dell’estrema destra, si era già bruciato nel 1975 quando aveva venduto un memoriale di Mario Tuti, all’epoca ancora latitante, e si era tenuto il ricavato, che si aggirava su alcuni milioni, senza inviarli all’interessato che, da quel momento, lo aveva bollato come infame.

È stato il Sisde a far fare la telefonata alla redazione romana de Il Corriere della sera il 28 giugno 1980, con il nome di Marco Affatigato ed il particolare dell’orologio Baume & Mercier che conosceva Marcello Soffiati, il quale glielo aveva richiesto in regalo nel corso di uno dei loro incontri a Nizza, ottenendo un rifiuto?

Il dubbio è legittimo, visto che Marcello Soffiati lavorava per il Sisde non per il Sismi, almeno fino a prova contraria, almeno fino a quando qualcuno non proverà che lavorava per entrambi i servizi o che, nel mese di giugno, era passato al Sismi.

Miguel Gotor, abbiamo visto, lo scrive, ma non lo prova; anzi, ignora il ruolo di Marcello Soffiati nel Sisde e le ragioni del suo rapporto con Marco Affatigato.

È il servizio segreto civile il controspionaggio che deve tutelare la sicurezza nazionale, così come è il ministero degli Interni che ha il controllo della propaganda con intenti difensivi ed offensivi. Per questa ragione conta sul proprio libro paga molti più giornalisti che non il servizio segreto militare, perché è istituzionalmente preposto al controllo della stampa.

Appare evidente che la telefonata del 28 giugno e l’articolo de Il Corriere della sera del giorno dopo, che esplicita ciò che la prima faceva solo intuire o suggeriva implicitamente, sono due azioni che fanno parte di un unico disegno depistante, dietro il quale si staglia netta l’ombra di un servizio segreto della Repubblica: il Sisde, in questo caso.

Perché, poi, i depistaggi sulla strage di Ustica sono stati diversi e, se prendiamo nota dell’eliminazione fisica di testimoni, dobbiamo convenire che c’è stato l’intervento di più servizi segreti, forse non solo italiani.

Ma perché il primo depistaggio, quello più immediato, parte da Verona? Ci sono tante città in Italia e molti confidenti di ogni servizio, così come, al posto di quello di Marco Affatigato, potevano essere fatti altri nomi.

Perché a Verona, è la risposta, ha sede il comando delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (FTASE), il primo referente di Marcello Soffiati e dei suoi colleghi di Ordine Nuovo.

Ci sono voluti istruttorie farsa ed un processo farsa per concludere, dopo 27 anni, con una sentenza assolutoria, per nascondere la verità che tutti i vertici politici e militari italiani e NATO hanno sempre saputo, dopo qualche ora dall’abbattimento del Dc-9 Itavia su Ustica, quello che era accaduto e si sono attivati perché ciò restasse un segreto eterno ed inviolabile.

Si sono mossi tutti, all’unisono, servizi segreti militari e civili, Arma dei Carabinieri, Sios delle tre Armi, comandi NATO, per scongiurare il gravissimo pericolo che la verità emergesse, facendo traballare gli equilibri politici interni ed internazionali.

E a Verona c’é il Comando NATO che può contare sulla collaborazione dei centri di controspionaggio e della cellula ordinovista veneta votata alla difesa dello Stato, della NATO e dei loro interessi. A Verona ci sono Marcello Soffiati ed il colonnello Amos Spiazzi, confidenti a pagamento del Sisde; a Venezia c’è Carlo Maria Maggi (alter ego di Soffiati), c’è anche Carlo Digilio, il “tecnico delle stragi”, agente informatore della Cia, per limitarci ad alcuni nomi. È in questo abbiente putrido che nasce l’idea della bomba a bordo del Dc-9 Itavia, che emerge il nome di Marco Affatigato, ed il particolare del suo orologio Baume & Mercier?

La risposta non può essere che positiva.

Il 27 giugno 1980 sui cieli italiani si è svolta una battaglia aerea, di cui erano a preventiva conoscenza i comandi della NATO, a Bruxelles, quelli subalterni in Italia, ed i vertici politici e militari italiani competenti.

Non era, ovviamente, previsto l’abbattimento di un aereo civile con 81 passeggeri a bordo. Quando l’incidente si è verificato, si è creato il panico.

A prescindere dalla nazionalità dell’aereo che aveva abbattuto il Dc-9 Italia, le reazioni in Italia sarebbero state furibonde contro il governo, i vertici militari, gli americani e la NATO. Bisogna evitare il ripetersi del luglio 1948 e del luglio 1960. Bisognava depistare, prima e subito, poi chiudere la bocca per sempre a chi dimostrava segni di cedimento.

Faranno l’uno e l’altro.

Il primo depistaggio è stata la notizia della bomba a bordo esplosa per cause accidentali, il secondo il cedimento strutturale del Dc-9 Italia, descritto come una carcassa maltenuta, il terzo la strage di Bologna del 2 agosto 1980: dopo questa, gli italiani avranno altro a cui pensare, altro per il quale indignarsi, e i depistatori di Ustica potranno tirare il fiato, guadagnare tempo, smorzare l’interesse della opinione pubblica sul “disastro aereo”, fino a farlo cessare del tutto.

E ancora a Verona ci porta un’altra coincidenza inquietante: il 28 agosto 1970, qualcuno depone all’interno della stazione ferroviaria un valigia contenente esplosivo, che non provoca una strage solo per un caso fortuito. Per gli smemorati ricordiamo che il “golpe Borghese” avrebbe dovuto aver luogo proprio nel mese di agosto del 1970, poi rinviato a dicembre per l’opposizione dell’ambasciata e del Dipartimento di Stato americani. Verona come Milano, la stazione ferroviaria come la Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana? Una strage sanguinosa per meglio giustificare il “golpe”?

La logica, per quanto aberrante, c’è tutta.

E se questo è stato l’esempio da seguire per la strage alla stazione ferroviaria di Bologna dieci più anni più tardi, è giusto chiedersi se l’obiettivo unico di quel massacro fosse solo quello di distrarre l’opinione pubblica o ce ne fosse un altro, ancora più inconfessabile?

La verità é difficile da raggiungere anche perché troppi ci sono che dicono di volerla, a loro volta depistatori accaniti e non confessi, come Miguel Gotor, che pretende di spiegare tutto con l’onnipresenza della Loggia P2.

Hanno trasformato la Loggia P2, Licio Gelli e i suoi affiliati (oltre la metà dei quali rimasti sconosciuti perché la Guardia di Finanza non sequestrò tutti gli elenchi a villa Wanda), nel ”bau bau” della Repubblica, nel prezzemolo da spargere su ogni fatto torbido, nella “pommarola” da mettere “in coppa” ad ogni pietanza, rancida ed indigesta, favorendo in questo modo coloro che ancora oggi depistano e coprono. Ed oggi, a meno di non attribuire ai piduisti il dono dell’immortalità, non ci possono venire a dire che sono sempre loro e soltanto loro.

Il gioco ormai antico della sinistra italiana, specie quella che faceva capo al Pci e oggi al Partito Democratico, di dire che vuole la verità, affermando il suo esatto contrario, deve finire.

Inserire fatti veri in un contesto falso è una vecchia tattica, che deve essere abbandonata. Non è difficile affermare la verità: basta sostituire la P2, il “bau bau”, con i governi e con lo Stato da essi controllato, non affermando responsabilità di subalterni, ma riconoscendo quelle dei vertici; non attribuendo ideologie che non hanno mai avuto a chi ha fatto la scelta di appoggiare lo Stato, questo Stato che è democratico ed antifascista.

Non è difficile affermare la verità: basta avere onestà intellettuale e coraggio.

Opera, 22 giugno 2020

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