La Politica del Male

Si torna a parlare, e subito si torna a tacere, della divisione Affari Riservati e del suo più celebre direttore, il prefetto Umberto Federico D’Amato.

Una vita dedicata allo spionaggio e al controspionaggio, al doppio e al triplo gioco, iniziato nel mese di settembre del 1943 come funzionario della questura di Roma, giocando d’astuzia fra tedeschi, fascisti, “resistenti” e alleati, Umberto Federico D’Amato si legherà a James Jesus Angleton per conto del quale individuerà i giovanissimi fascisti dei reparti speciali della Repubblica Sociale Italiana inviati in missione al sud, destinandoli al plotone di esecuzione, “merito” che gli eviterà di essere indicato come fascista infiltrato nella polizia. A riportarne alla ribalta la figura sono stati i magistrati della Procura generale di Bologna, che lo hanno indicato come uno dei mandanti della strage del 2 agosto 1980.

Decisione che è stata accolta dal gelo della politica e dei media che, a quanto pare, non ritengono credibile l’accusa rivolta ad uno degli uomini più potenti dell’Italia del dopoguerra.

Incredulità che contrasta, a dire il vero, con le accuse rivolte gli per anni di dirigere l’”ufficio bombe” del ministero degli Interni, e di essere il protettore di Stefano Delle Chiaie ed altri presunti fascisti.

Eppure non è la prima volta che il nome di Umberto Federico D’Amato viene accostato ad una strage, anzi alle stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 12 dicembre 1969.

Se nelle altre, a cominciare da quella compiuta dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli a Milano il 17 maggio 1973, è accusato di essere quello che sa e che tace, che protegge e depista, proprio in quella compiuta alla Banca dell’Agricoltura di Milano, in piazza Fontana, il 12 dicembre 1969 e negli attentati compiuti a Roma lo stesso giorno, è chiamato direttamente in causa come organizzatore ovvero come mandante.

È vero che questa accusa non gli è mai stata elevata sul piano giudiziario, ma su quello storico pesa perché poggia su elementi non solo indiziari ma probatori.

Sua è, pacificamente, l’operazione “manifesti cinesi” affissi da militanti di Avanguardia Nazionale a fine 1965 inizi 1966, con lo scopo di creare un’ultra-sinistra in grado di mettere in difficoltà il Partito comunista italiano filo-sovietico e di fargli perdere consensi. Sua l’operazione di infiltrazione affidata, non a caso, sempre a quelli di Avanguardia Nazionale, negli ambienti anarchici a partire dall’estate del 1968.

Lo aveva detto, in un’intervista concessa a Il Corriere della Sera il 5 marzo 1970, Serafino Di Luia:

«Merlino è stato mandato fra gli anarchici, e la persona che lo ha plagiato è la stessa che fece affiggere il primo manifesto cinese in Italia».

Il pensiero è andato subito a Mario Tedeschi, l’alter ego di Umberto Federico D’Amato, che aveva fatto in quell’occasione da intermediario con Stefano Delle Chiaie e gli “avanguardisti”.

Ad indicare Mario Merlino, il fidatissimo uomo di Stefano Delle Chiaie, come persona al servizio della polizia, il 22 aprile 1997, era stato il maresciallo Giuseppe Mango, già in forza alla divisione Affari Riservati, che al giudice istruttore veneziano, Carlo Mastelloni, aveva riferito:

«Nell’ufficio Affari Riservati era noto che Merlino era o era stato fonte dell’ufficio politico di Roma. Tanto ho appreso da D’Amato e altri nel periodo successivo all’attentato e nel corso dei processi la circostanza non è mai emersa».

Impaurito per le conseguenze di questa dichiarazione, Giuseppe Mango aveva ritrattato, ma, in realtà, per definire Mario Merlino quello che era, è stato sufficiente ai giudici della Corte di assise di Catanzaro che lo hanno condannato, il 22 febbraio 1979, per associazione per delinquere, osservare i comportamenti dello stesso e della polizia a Roma il 12 dicembre 1969, netta, e chiarissima:

«Le prime mosse della. Polizia indicano eloquentemente che il fermo del Merlino ebbe, in realtà, la sostanza della sollecita convocazione di un informatore».

A definire una volta per sempre i contorni della figura di Mario Merlino nella vicende tragiche del 1969, giunge una dichiarazione durissima e gravissima rilasciata dal questore Milioni, già in forza alla divisione Affari Riservati, l’11 novembre 1997 al giudice istruttore Carlo Mastelloni. Milioni, difatti, dichiara di aver appreso dai suoi colleghi, qualche giorno dopo la strage di piazza Fontana, che

«il sedicente anarchico era proveniente dalla destra, era stato infiltrato dal dr. Improta e comunque credo con l’assenso del capo dell’Ufficio politico di Roma, retto all’epoca da Provenza nel circolo 22 marzo allo scopo di esperire attentati attribuibili agli anarchici e alla sinistra».

Ad ogni buon conto, nel tentativo di difendere la struttura di cui ha fatto parte, Milioni specifica di non sapere se Mario Merlino fosse gestito dalla divisione Affari Riservati o da “altre strutture dello Stato”. Pur prendendo atto dell’inquietante riferimento ad ”altre strutture dello Stato”, dobbiamo convenire che gli uffici politici delle Questure e i loro responsabili rispondevano per il loro operato alla divisione Affari Riservati, all’epoca diretta da Elvio Catenacci e con vice direttore Umberto Federico D’Amato.

Dopo le dichiarazioni ci sono i fatti.

È prassi abituale e consolidata che la polizia, quando procede ad un fermo, perquisisca l’abitazione del fermato. La polizia, invece, non perquisisce la casa di Mario Merlino nell’immediatezza né mai, particolare rilevante che non era sfuggito ai giudici della Corte di assise di Catanzaro. Ma, c’è di più e di peggio.

Il 15 dicembre 1969, quando la situazione gli appare compromessa, Mario Merlino gioca la carta che ritiene vincente: chiama in causa, per non dire in correità, Stefano Delle Chiaie.

Dichiara, difatti, che il 12 dicembre, alle ore 17.00, si era recato a casa di Stefano Delle Chiaie, con il quale aveva preso appuntamento, e non lo aveva trovato, intrattenendosi di conseguenza con Riccardo e Claudio, figli di Leda Minetti, compagna di Stefano Delle Chiaie, che era rientrata a casa alle 18.15 e lo aveva trovato ancora lì.

L’alibi di Mario Merlino copre il periodo temporale in cui sono stati commessi gli attentati a Roma, alla Banca Nazionale del lavoro e all’altare della patria.

Ma l’alibi è falso, inventato di sana pianta, come dimostra il fatto che, il 19 dicembre 1969, interrogato dai carabinieri, Stefano Delle Chiaie dichiara:

«Il giorno 12 dicembre non avevo preso alcun appuntamento con Mario Merlino, che ho visto per l’ultima volta nell’ottobre del 1968. Negli ultimi tempi non ci siamo visti né telefonati».

Questa verità ribadisce ancora il 21 dicembre 1969. Ma il giorno successivo, 22 dicembre, si presenta ai carabinieri con Leda Minetti e il figlio Riccardo, asserendo di aver saputo da quest’ultimo che effettivamente Mario Merlino, il 12 dicembre, era stato a casa sua, ma di non conoscere le ragioni della sua visita.

C’erano voluti 7 giorni perché Delle Chiaie venisse informato (da chi?) dell’alibi presentato in Questura da Mario Merlino e comprendesse che non aveva altra scelta che confermarlo.

Il compito di verificare il fasullo alibi di Mario Merlino viene affidato ai carabinieri che, prima, interrogano adfano Delle Chiaie e, successivamente, Leda Minetti e il figlio Riccardo, mentre sarebbe stato normale che l’accertamento lo compisse la Questura, magari ponendo a confronto i due interessati.

La ragione di questo contorto e, in apparenza, inspiegabile comportamento risiede nel fatto che il dirigente dell’ufficio politico della Questura, Bonaventura Provenza, e il responsabile per la destra, Umberto Improta, sanno che Mario Merlino non ha un alibi, che non può dire dove si trovava a Roma negli orari in cui esplodevano le bombe alla Banca Nazionale del Lavoro e all’Altare della Patria, che il suo è un alibi privo di fondamento.

Lo sanno perché quel pomeriggio del 12 dicembre, le due abitazioni che frequentava Stefano Delle Chiaie, una in Tor Caldare, e l’altra in via Tuscolana, dove risiedevano Leda Minetti e i figli Claudio e Riccardo, erano sotto il controllo visivo degli agenti dell’ufficio politico della Questura.

I due funzionari avevano, quindi, la prova della falsità, dell’alibi proposto da Mario Merlino fornita dalla testimonianza dei loro agenti che, in via Tuscolana, non avevano visto Mario Merlino presentarsi a casa di Leda Minetti.

Bonaventura Provenza e Umberto Improta, viceversa, ostentano di credere all’alibi di Mario Merlino la cui verifica, però, viene affidata ai carabinieri. In modo da guadagnare tempo e offrire a Merlino una via di fuga.

I due sanno che Mario Merlino ha partecipato in prima persona agli attentati, come avrà, modo di confermare qualche tempo dopo Alfredo Sestili, e che non ha né può avere un alibi, ma decidono di coprirlo, non certo di propria iniziativa.

La spiegazione tardivamente offerta dal questore Milioni, sul fatto che erano stati loro a infiltrare Mario Merlino fra gli anarchici non basta a spiegare un depistaggio di tale gravità.

Del resto, per comprendere come i due funzionari fossero parte del gioco, ma non certo i burattinai, è sufficiente vedere che Umberto Improta, all’interno dell’ufficio politico della Questura di Roma, si occupava delle indagini sulla destra e che, di conseguenza, non sarebbe toccato a lui se guire le attività di Merlino, Valpreda e compagni. Lo fa perché è in corso un’operazione nella quale la destra opera infiltrandosi a sinistra come programmato dalla divisione Affari Riservati,o meglio dai suoi responsabili, Elvio Catenacci e Umberto Federico D’Amato.

Una conferma in tal senso viene dalla pretesa del commissario di Ps, Spinella, che gestiva l’agente di Ps Salvatore Ippolito, infiltrato nel circolo “22 marzo”, di far credere che quest’ultimo non ha riferito alcunché sull’attività dei componenti del circolo “anarchico” di Merlino e Valpreda.

In altre parole, la Questura di Roma pretende di far credere che il proprio agente infiltrato, pur restando in attività all’interno del circolo fino al 12 dicembre 1969, dal 20 novembre precedente non ha avuto più nulla da riferire sul conto di Mario Merlino, Pietro Valpreda e soci. Una “verità” non credibile ma che viene, purtroppo, accolta dai magistrati inquirenti, Vittorio Occorsio e Ernesto Cudillo, senza battere ciglio.

A Roma, si copre, si protegge, si depista per salvare chi ha preso parte agli attentati del 12 dicembre 1969, che, però, sono stati compiuti anche a Milano e quello all’interno della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana, ha provocato una strage.

È necessario coprire, proteggere e depistare anche su questo versante e tanto può fare solo chi ha competenza sul territorio nazionale, non chi opera all’interno di una singola Questura.

Perché se, a Roma, ci sono Delle Chiaie e Merlino, Valpreda, solo per citarne tre, in Veneto ci sono Freda, Ventura, Maggi, Zorzi, Fachini, Rognoni, che non possono essere abbandonati al loro destino. Il caso di Guido Giannettini, giornalista missino de Il Secolo d’Italia, agente civile del Sid, in rapporti Franco Freda; i ricatti di Giovanni Ventura nei confronti del Sid; la fuga di Marco Pozzan organizzata dal servizio segreto militare sono serviti a fare da schermo alla divisione Affari Riservati anche, se non soprattutto, per la scelta dei magistrati milanesi, Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini, di accusare solo il primo e assolvere la seconda.

C’era solo il Sid alle spalle della cellula stragista veneta? No, perché testimonia Stefano Delle Chiaie in un appunto nella sua agenda che Franco Freda era in contatto con Umberto Federico D’Amato tramite “il figlio di un magistrato di Padova, Delfo Zorzi, e Giovanni Biondo». Il 15 dicembre 2009, sarà il maresciallo di Ps, Giuseppe Mango, memoria storica della divisione Affari Riservati, ad ammettere che D’Amato «aveva relazioni con Stefano Delle Chiaie, Delfo Zorzi e Massimiliano Fachini». Sarà Giovanni Ventura a ricordare di essere protetto da «catene e catenacci», con esplicito riferimento ad Elvio Catenacci, all’epoca direttore della divisione Affari Riservati, amico di famiglia di Delfo Zorzi. Sarà il capo dell’ufficio politico della Questura di Padova, Saverio Molino, a proteggere Franco Freda, ignorando il contenuto delle telefonate con le quali questi ordina i timers che sarebbero poi serviti per gli attentati del 12 dicembre 1969.

Ognuno protegge i propri: così, quando il 15 dicembre 1969, il titolare della valigeria “Al Duomo”, di Padova, Franco Giuriati, informa la Questura che nel suo negozio, il 10 dicembre, erano state vendute tre borse marroni e una nera della “Mosback & Gruber” del tipo di quelle usate per gli attentati del 12 dicembre, questa informa la divisione Affari Riservati, e i capi degli uffici politici delle questure di Roma e di Milano, Bonaventura Provenza e Antonino Allegra, ma non la magistratura , che ne verrà informata solo nel mese di settembre del 1972 da un articolo pubblicato su L’Espresso.

Per quasi tre anni, la divisione Affari Riservati e gli uffici politici delle questure di Padova, Roma e Milano mantengono segreto il luogo in cui sono state vendute, almeno parte, delle borse utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969, evitando, in questo modo, anche il possibile confronto fra la commessa del negozio che ha venduto le borse e l’acquirente.

È depistaggio.Lo è anche la sottrazione del laccio al quale attaccato il cartellino del prezzo rinvenuto nella maniglia della borsa contenente l’ordigno ritrovato all’interno della Banca Commerciale di Milano, come segnalato da una nota della polizia scientifica.

Il laccio e il cartellino scompaiono, vengono fatti sparire perché da essi si può risalire al negozio che ha venduto la borsa, e di questo la magistratura verrà a conoscenza solo il 12 ottobre 1972.

A provare che il referente dell’inesistente “destra eversiva”, nell’operazione di infiltrazione a sinistra, provocazione e attentati è il ministero degli Interni e, quindi, il servizio segreto civile, c’è anche la scelta compiuta nel mese di marzo del 1970 dai fratelli Bruno e Serafino Di Luia.

Per motivi intuibili sebbene mai accertati, i due fratelli Di Luia, dopo gli attentati del 12 dicembre 1969, si sono rifugiati in Germania, paventando che a loro carico possano essere emessi provvedimenti restrittivi da parte dell’autorità giudiziaria.

Un timore, il loro, provato da quanto scrive, il 20 marzo 1970, il questore di Bolzano alla divisione Affari Riservati, segnalando che i due fratelli hanno incaricato un loro amico di prendere contatto con la polizia italiana del Brennero (dr. Ruggeri):

«per far sapere che, qualora non perseguiti da alcun ordine di cattura o circolare di ricerca, sarebbero disposti a venire in territorio italiano per incontrarsi con qualche funzionario di Ps al quale intenderebbero fare rivelazioni in-teressanti sui recenti attentati dinamitardi commessi a Milano ed a Roma e anche su quelli della famosa ‘notte dei treni’. Si potrebbe accedere alla loro proposta – conclude il questore – invitandoli a presentarsi all’ufficio di Ps del Brennero, dove potrebbero recarsi ad attenderli il questore dr. Provenza, dirigente dell’ufficio politico della Questura di Roma, ed il questore dottor Russomanno di questa divisione».

In effetti, il 10 aprile 1970, al Brennero, Silvano Russomanno che, per conto della divisione Affari Riservati, coordina le indagini sulla strage di piazza Fontana, incontra Bruno e Serafino Di Luia, che hanno così la possibilità di raccontargli, in via confidenziale, quanto ritengono di riferire sugli attentati del 12 dicembre 1969 e su quelli ai treni della notte dell’8-9 agosto 1969.

La fiducia che Bruno e Serafino Di Luia ripongono nei funzionati della polizia italiana e del servizio segreto civile dimostra una consuetudine di rapporti e la consapevolezza di una condivisione di pensieri ed azioni. La loro fiducia è ben riposta, perché mai nulla trapelerà sul contenuto del colloquio, mai nulla delle informazioni sulla strage di piazza Fontana, sugli attentati di Roma e su quelli ai treni dell’agosto in loro possesso. I due fratelli rientreranno in Italia nel mese di maggio del 1970 e non saranno mai ascoltati come testimoni nel processo infinito sulla strage di piazza Fontana.

Alla luce dei fatti qui sinteticamente narrati e riassunti, appare credibile quanto dichiarato dal generale Nicola Falde ai carabinieri del Ros il 26 giugno 1995:

«Si tratta di notizie da me recepite in occasione di discorsi con il generale Aloja, in un primo tempo, poi confermatomi dal colonnello Villa e dal generale Jucci. Tali notizie erano inerenti al coinvolgimento dell’ufficio Affari Riservati nella fase di organizzazione della strage e del ruolo di copertura prestato dal Sid successivamente all’operazione di strage. Preciso che con l’ufficio Affari Riservati i miei interlocutori intendevano indicare il prefetto Umberto Federico D’Amato e non la struttura nel suo insieme, così come quando si parlava del Sid essi intendevano riferirsi all’ammiraglio Eugenio Henke e ai suoi fidati della direzione del Sid, e ai capi degli uffici da esso dipendenti».

Sarebbe errato considerare Umberto Federico D’Amato il genio del male, perché è lui ad aver ideato e organizzato la strategia della tensione alla quale ha partecipato come altri funzionati della polizia, ufficiali dei carabinieri, dei Sios delle tre Armi, dei servizi segreti militari e civili e di Gladio.

Non esiste, quindi, un solo responsabile, non il genio del male, ma la politica del male gestita ai più alti livelli nazionali ed internazionali per i quali personaggi alla Umberto Federico D’Amato lavoravano ricevendone in cambio stima, fiducia e riconoscenza.

Dietro l’operazione che inizia nell’estate del 1968 e si conclude il 14 dicembre 1969, non ci sono solo gli uffici politici delle questure e la divisione Affari Riservati ma anche l’Arma dei carabinieri e il Sid, perché il fine politico era da tutti perseguito ed auspicato: fare di questo Paese una democrazia autoritaria alla tedesca.

Per questa ragione al di là della gestione, spesso in comune, di confidenti e “bombaroli”, gli apparati di Stato si sono coperti a vicenda, e la magistratura ha coperto tutti.

Oggi, come ieri, si nega l’evidenza dei fatti, non confutandoli, ma ignorandoli – in modo che non se ne parli, che la gente non sappia, e, di conseguenza, non possa giudicare e giungere alle giuste conclusioni.

È il metodo infame dì una democrazia che ha troppi delitti da nascondere per decidersi, sia pure nel 2020, a far crollare il muro della menzogna.

L’incredulità, sottolineata dal silenzio generale, che ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio di Umberto Federico D’Amato, non ha ragione d’essere visto che, provatamente, dietro la madre di tutte le stragi, quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, c’è lui e il suo apparato, che è di Stato, stesso che si adopera per evitare a Merlino e Valpreda, a Freda e Ventura, una condanna per strage.

Sulla guerra civile italiana gli anni sono passati, i governi si sono alternati, tanti dei protagonisti sono morti o lo saranno entro poco tempo per ragioni di età, ma la menzogna di Stato sembra inamovibile con i suoi “terroristi neri”, le “stragi fasciste”, la “destra eversiva” da Milano a Bologna.

Il tempo sembra essersi fermato, noi no.

E noi non ci fermeremo.

Opera, 24 giugno 2020

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