Tutti i Poteri dello Stato

Vedo la trasmissione de La 7 di Andrea Purgatori sulla strage di Ustica. Andrea Purgatori è più onesto di tanti suoi colleghi, non è Paolo Mieli, per intenderci e racconta molte verità parziali che costituiscono tanti tasselli che, inseriti in un mosaico, una verità la danno, solo che non è la verità, non tutta almeno.

Forse, non si diventa in questo Paese un giornalista importante se ci si spinge oltre un certo limite, quello rappresentato dall’affermazione delle responsabilità politiche e militari di vertice. Su questa soglia, Andrea Purgatori si ferma.

L’ossequio verso le autorità costituite è la dannazione di questo Paese, come si vede anche dal comportamento dei familiari delle vittime della strage di Ustica.

Anche loro non cercano la verità, ma una verità che coincida con quella affermata – e gradita – dal presidente della Repubblica, dal presidente del Consiglio, dal governo, dal Parlamento, della magistratura, dei poteri costituiti.

Si è visto – e mi è dispiaciuto – anche dalle dichiarazioni di Daria Bonfietti, che ha ricordato come il giudice Rosario Priore ha rinviato a giudizio parte dei responsabili dei depistaggi della strage di Ustica, ma ha omesso di dire che sono stati tutti assolti.

Non c’è un solo condannato per quei depistaggi: perché tacerlo?

I generali dell’Aeronautica, ha detto uno degli avvocati che rappresentano i familiari delle vittime, sono stati assolti per insufficienza di prove sulla base di un “paradosso logico”, che lui giustifica: non avendo trovato le prove sparite – questo il paradosso – i giudici hanno ritenuto che non c’era la prova che le avevano fatte sparire, cosa che si sarebbe evidenziata se le avessero trovate.

Sulla base di questo paradosso “logico”, nessun ladro potrebbe più essere condannato se non si trova la refurtiva che lui stesso ha fatto sparire, perché di ladri parliamo, ladri di prove.

Chi sono i ladri non lo sappiamo perché la magistratura ha impiegato 27 anni per giungere ad una sentenza assolutoria.

Sentenza di Stato, come tante altre, perché i generali dell’Aeronautica Militare sono stati lo schermo che ha occultato le responsabilità di tanti, soprattutto quelle governative.

Come potevano essere condannati loro, e solo loro?

Una prova di queste responsabilità viene da Francesco Cossiga al quale nessuno ha contestato la reticenza e la falsa testimonianza rese durante i processi, quando ha taciuto quello che ha deciso di rivelare dopo, cioè che il Dc-9 Itavia era stato abbattuto da un missile lanciato da un caccia francese.

Cossiga non è intervenuto prima perché non poteva – non gli era consentito – compromettere la posizione processuale dei generali dell’Aeronautica ancora giudicabili.

Certo della sua impunità, il falso testimone Cossiga, dopo che la sentenza assolutoria a carico degli ufficiali è passata in giudicato, racconta la sua verità e fa riaprire l’inchiesta sulla strage che ormai dura da 13 anni. E sono passati quarant’anni.

Nessuno si è reso conto che se Francesco Cossiga sapeva che il Dc-9 Itavia era stato abbattuto da un missile, altri ai vertici politici e militari sapevano e tutti – dico tutti – hanno taciuto mentre il processo era in corso?

Sempre ammesso – e non concesso – che Francesco Cossiga, il ministro della Difesa, il capo di Stato maggiore della Difesa, i comandanti delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa a Verona, e navali a Napoli, per citarne alcuni, non avessero saputo – come invece riteniamo noi – la verità pochi minuti dopo che l’aereo era stato abbattuto, ma solo dopo mesi o qualche anno.

Oggi cercano la verità all’estero. Secondo Daria Bonfietti sono i Paesi amici ed alleati che devono raccontare al governo italiano la verità che solo loro conoscono.

Le prove sono state fatte sparire in Italia, i depistaggi sono stati organizzato ed attuati in Italia, in Italia dopo 19 anni un giudice istruttore non ha potuto fare altro che riconoscere che il Dc-9 Itavia era stato abbattuto da un missile, e, dopo altri otto anni, i quattro gatti imputati sono stati assolti, in Italia almeno quindici sono i testimoni morti in circostanze sospette.

È un altro “paradosso logico”: in Italia le prove sono state occultate per cancellare la verità che si conosceva, quindi ora tocca ai Paesi esteri venirci a raccontare quello che è successo! Boh!

È il caso della portaerei americana Saratoga che le testimonianza di due marinai, rintracciati da Andrea Purgatori, provano che il pomeriggio del 27 giugno 1980 si è allontanata dalla rada del porto di Napoli, dov’era ancorata per un missione bellica, tant’è che – dicono i due – i caccia, levatisi in volo armati, tornarono alla base disarmati, cioè avevano lanciato i misaili di cui erano dotati.

Le autorità americane hanno sempre negato che la portaerei abbia mai lasciato la rada del porto di Napoli, una verità ora smentita dalla testimonianza dei due marinai imbarcati su quella unità statunitense. Chi mente?

La domanda è retorica, ma in Italia la risposta l’attendono dagli Stati Uniti, dimenticando un piccolo particolare: la Saratoga era un colosso di 100mila (ripetiamo 100mila) tonnellate, visibile a occhio nudo a distanza di alcuni chilometri, non una piccola barca a remi, di conseguenza le autorità portuali e marittime italiane non si sono accorte che si allontanava dal porto, non si sono rese conto che rientrava, non hanno registrato i suoi movimenti e gli orari degli stessi? Se queste autorità hanno asserito di non aver visto nulla, hanno depistato e mentito.

Dicono di volere la verità da Londra, Parigi, Bruxelles, Washington, ma l’avevano qui e l’hanno soppressa.

La ricerca della verità è, quindi, una presa in giro, un’altra ancora, del popolo italiano, con la complicità – ci rattrista dirlo – dei familiari delle vittime che, il 28 giugno prossimo, si esalteranno nell’ascoltare il messaggio dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ovviamente assicurerà che lo Stato non smetterà mai di cercare la verità per dare giustizia a coloro che sono morti ed ai loro congiunti.

Depista chi conosce la verità. E i depistaggi sono iniziati già nel pomeriggio del 28 giugno 1980, con una telefonata al Corriere del Sera, e vi hanno concorso tutti i poteri dello Stato.

Mente Rosario Priore quando scrive nell’ordinanza di rinvio a giudizio del 31 agosto 1999, che il Dc-9 Itavia è stato abbattuto nel corso di una

«operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti».

Mente, perché è vero che l’Italia per gli Stati Uniti e la NATO è una “mera espressione geografica”, alleata sempre infida e non affidabile, ma un preavviso anche di qualche ora, senza specificare l’obiettivo, per informare che si sarebbe sviluppata un’operazione aerea che avrebbe interessato anche il nostro spazio aereo, sicuramente c’è stato.

Non siamo nemmeno certi se all’operazione abbiano partecipato anche caccia intercettori italiani, da quale momento, con quale ruolo e con quali finalità, ma certo che l’operazione non era diretta contro l’Italia ma contro qualche altro, un nemico da abbattere.

Non possiamo dire che i “Paesi amici ed alleati” proteggano la loro responsabilità perché abbiamo il sospetto che proteggano anche quelle nostre.

E i complici non si denunciano a vicenda.

Sappiamo, con assoluta certezza,che la verità che oggi Daria Bonfietti cerca all’estero è stata occultata in Italia con il concorso di tutti i poteri dello Stato e di tutti i governi.

Scrive, Rosario Priore:

«Nell’Arma dei Carabinieri esiste di certo una catena precipuamente di ufficiali che sin dal 27 giugno 1980 si è mossa per finalità di occultamento dei fatti e ovviamente di ogni indagine: una catena che conosce una serie di eventi di primaria importanza ed ha avuto impulso certo a livelli molto più alti. Catena che ha agito di concerto con altre Armi ed anche Servizi, coagulo formatosi al fine di proteggere un segreto mai ufficialmente definito di Stato, ma che con ogni probabilità lo è, e di cui non si è scoperto il referente politico».

Il referente politico dell’Arma dei Carabinieri è il ministro della Difesa in quanto arma combattente dell’esercito italiano, e il ministro degli Interni per il suo impiego come forza di polizia sul territorio.

Priore non lo sapeva.

Sul Sismi, lo stesso magistrato scrive:

«Nessun segreto risulta essere stato opposto. Però i ritardi nella trasmissione dei documenti, con le omissioni nelle trasmissioni di altri, il Servizio ha di fatto agito come freno ed ostacolo all’accertamento della verità».

Il referente politico del Sismi era il presidente del Consiglio, Francesco Cossiga.

Rosario Priore non lo aveva compreso.

Agli ordini di uno «sconosciuto referente politico», scrive Priore, hanno agito in concorso ufficiali dell’Aeronautica, dei Sios, dell’Arma dei Carabinieri, del Sismi e di altre Armi non meglio specificate.

Ha dimenticato il Sisde che, allo stato dei fatti, ha organizzato il primo depistaggio, quello della telefonata al Corriere della Sera del 28 giugno 1980.

Non ha tenuto presente i comandi NATO di Verona e di Napoli, e anche lo Stato maggiore della Marina Militare perché, mentre quello dell’Aeronautica, è competente per ciò che vola, questo lo è per quel che naviga e, quel 27 giugno 1980, nel Mediterraneo e nelle nostre acque territoriali erano presenti ben tre portaerei: una francese, una britannica e una americana.

Inoltre, anche le navi militari italiane sono dotate di radar che possono aver visto, ma qualcuno è andato a fare domande e richieste allo Stato maggiore della Marina?

Forse no o forse sì, solo che, come tutti gli altri, nulla ha visto, nulla ha sentito, nulla ha detto.

La verità, lo Stato e tutti i suoi poteri l’hanno fatta inabissare insieme al Dc-9 Itavia ed alle 81 persone che si trovavano a bordo. L’hanno seppellita, nelle tombe di quelli che hanno ucciso per non farli parlare e hanno lasciaato ai loro familiari i risarcimenti, le udienze al Quirinale, i messaggi delle alte cariche dello Stato, le cerimonie di commemorazione, le interviste, la memoria, di chi non può parlare né può difendersi.

Perché è il silenzio dei morti che permette ai vivi di rivolgersi, come fanno da quarant’anni, all’ennesimo governo italiano perché faccia pressioni sui Paesi “amici e alleati” perché dicano la verità.

L’Italia non è un Paese normale, ma dobbiamo ritenere che per affrontare i suoi problemi più che la politica serva la psichiatria. E siamo ancora generosi.

Opera, 26 giugno 2020

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