La Maledizione della Repubblica

Da quanti anni ascoltiamo le monotone litanie della vestali della democrazia e dell’antifascismo che, con esasperante puntualità, ad ogni ricorrenza ammettono che non c’è episodio tragicamente significativo della nostra storia contemporanea che non sia ancora oggi avvolto dal mistero.

Dall’8 settembre 1943 alla pandemia di Covid-19 del 2020, una fitta nebbia copre ciò che è accaduto, occultando decisioni e azioni, in modo che gli italiani non sappiano e non comprendano.

Il 9 settembre 1943, dopo che nel pomeriggio del giorno precedente era stato ufficialmente proclamato l’armistizio con gli Alleati, re Vittorio Emanuele III, con un impressionante codazzo di generali e dignitari di corte, si reca da Roma a Pescara dove s’imbarca sulla corvetta Baionetta, in direzione di Brindisi.

I Tedeschi, che controllano tutte le strade, lasciano passare il corteo reale, permettendo al re di fuggire.

Perché? Ci fu un do utdes con l’alto comando tedesco, secondo il quale casa Savoia s’impegnava a consegnare Roma senza combattere in cambio della salvezza di Vittorio Emanuele III?

In effetti, tranne i decantati ma in fondo sporadici combattimenti a Porta San Paolo, le truppe tedesche presero Roma senza colpo ferire per la mancata resistenza della truppe italiane presenti in forze nella capitale.

È un’ipotesi certamente attendibile ma non ha il conforto di un riscontro storico perché su un fatto che ha avuto per l’Italia gravissime conseguenze, prima fra tutte una guerra civile, nessuno ha mai fatto luce. Rimane un mistero, il primo fra tanti.

Chi decise e per quali ragioni la proditoria uccisione di Benito Mussolini, il 28 aprile 1945?

Non fu il Comitato di Liberazione Nazionale, questo è certo. Fu una decisione che contraddisse la volontà americana di catturare vivo il Duce, che avrebbero voluto processare insieme ai componenti del governo della Repubblica Sociale Italiana. Tutto porta a credere che la decisione fu britannica, di Winston Churchill, consapevole che Benito Mussolini in un processo, avrebbe rivendicato il suo ruolo di presidente del Consiglio dei ministri agli ordini di re Vittorio Emanuele III.

Una chiamata di corresponsabilità che avrebbe segnato la fine della monarchia in Italia: l’esatto contrario di quanto Churchill e gli Inglesi desideravano.

Andò così? Non possiamo dirlo con certezza perché mancano i riscontri e le prove, cosicché anche la morte di Benito Mussolini rimane avvolta nel mistero.

Chi furono i mandanti della strage di Portella della Ginestra? In questo caso la nebbia è più fitta che mai perché, il 1° maggio 1947, al governo del Paese c’era la Democrazia Cristiana e suo era l’interesse di fermare l’avanzata elettorale del Pci in Sicilia e in Italia.

I mandanti sono rimasti ignoti, come quelli che decisero la morte di Salvatore Giuliano, che il ministro degli Interni, Mario Scelba, da un lato, voleva vivo ed espatriato all’estero, come gli faceva suggerire dall’ispettore generale di Ps Ciro Verdiani, e, dall’altro, voleva morto, per mano del colonnello dei carabinieri Ugo Luca.

Quello che è accaduto il 5 luglio 1950, quando fu fatto ritrovare il cadavere di Salvatore Giuliano, rimane un segreto, custodito negli archivi del Comando generale dei Carabinieri, che non ha mai avvertito il dovere civico di rivelarlo.

Il 27 ottobre 1962, il presidente dell’Eni, Enrico Mattei, muore nel sabotaggio dell’aereo sul quale viaggiava. Chi furono i mandanti, gli organizzatori, gli esecutori materiali? Quali le reali motivazioni dell’omicidio? Non ci sono risposte né mai ci saranno. Rimarrà anche questo uno dei misteri d’Italia.

Ma esistono veramente i misteri?

Se per mistero intendiamo un fatto inspiegabile, qualcosa che sfugge alla comprensione razionale, immerso nell’ombra in mezzo alla quale muovono ed agiscono personaggi senza nome né volto, dobbiamo convenire che i misteri di Italia non esistono.

Al loro posto esistono, viceversa, segreti che il regime non vuole svelare perché il loro mantenimento è funzionale alla sua sopravvivenza, non potendo riconoscere che ogni delitto è maturato all’interno dei suoi apparati, delle sue istituzioni, delle sue forze politiche.

Il mistero è qualcosa di impalpabile, di evanescente, di sfuggente: mentre i segreti hanno depositari che potrebbero parlare, rivelare, documentare. Quindi la scelta del regime è quella di fornire alla pubblica opinione la leggenda dell’inspiegabile che deriva dall’esistenza di “deviazioni” anche se, mistero dei misteri, non sono riusciti fino ad oggi a individuare e denunciare una sola “deviazione”, un solo “deviato” o un solo “deviante”.

Un mistero, appunto!

È una tragicommedia che vede ogni presidente alla Repubblica inviare messaggi nei quali garantisce che lo Stato, perbacco, non smetterà mai di cercare la verità, confidando nella sua intemerata ed eroica magistratura.

I segreti sono, in realtà, quasi del tutto svelati.

Prendiamo la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, di cui ormai si conosce praticamente quasi tutto, meno uno punto quello relativo alla scelta del presidente del Consiglio, Mariano Rumor, di non proclamare lo stato di emergenza richiesto dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

E non è una verità politica ma storica, che va oltre quella raggiunta sul piano giudiziario da un solo magistrato (Guido Salvini), osteggiato in tutti i modi da colleghi (Felice Casson) e politici, soprattutto di sinistra.

Per le altre stragi si può dire altrettanto: a livello di organizzatori ed esecutori materiali, la conoscenza dell’ambiente in cui è maturata la scelta di usare la strage indiscriminata come mezzo di lotta politica, per favorire i disegni politici delle forze anticomuniste al potere, è pressoché totale.

La verità c’è, a prescindere da punti che devono ancora essere chiariti sul piano storico, ma che non la inficiano, eventualmente la rafforzano, quando conosciuti.

E questo si può affermare anche sul resto dei presunti misteri d’Italia, perché sul caso del sequestro e l’omicidio di Aldo Moro si sono raggiunte certezze sia sul ruolo di coloro che hanno operato sul terreno, sia dei servizi di sicurezza che li hanno coperti, certezze rese ancora più evidenti dalla campagna acquisti fatta all’interno dei carceri dai dirigenti democristiani che hanno comprato il silenzio dei brigatisti rossi in cambio dei benefici di legge e del ritorno in libertà.

Il segreto di Ustica è, allo stato, uno solo: la nazionalità del caccia che ha lanciato il missile contro il Dc-9 Itavia, il 27 giugno 1980. Tutto il resto si conosce, perché i depistaggi accertati forniscono la prova che li hanno attuati tutti gli apparati dello Stato come e più che in altri fatti.

Non ci sono misteri, ci sono segreti: segreti di Stato. E Ustica è uno di questi.

Lo stesso discorso vale per i delitti della mafia che, come l’estrema destra, è stata una della forze che il regime ha utilizzato a partire dal mese di luglio del 1943 per sostenersi e sopravvivere.

Cambiano gli attori ma il copione è identico.

Lo Stato non tratta con l’anti-Stato, come sul piano mediatico si è convenuto definire la mafia, ma con una forza amica, che non accetta di essere emarginata, e vuole restare protagonista della scena politica italiana, disposta quindi a spazzare via gli ostacoli che si frappongono a questa sua pretesa, individuati sulla base delle informazioni che le provengono dalla politica e dallo Stato.

Come tutti gli appartenenti alle forze di polizia e ai corpi separati coinvolti nei depistaggi sui fatti più tragici italiani, anche in quelli di mafia non uno è accusato di corruzione, vale a dire nessuno di costoro ha mai agito per interesse personale finalizzato all’arricchimento.

Se ne ricava che costoro non hanno tradito lo Stato, lo hanno servito, ed hanno continuato a servirlo anche dopo essere stati indicati come responsabili di depistaggi e reati vari, negando e tacendo sul conto dei loro superiori, i quali ultimi, a loro volta, hanno protetto i dirigenti politici dai quali prendevano ordini.

Da Portella della Ginestra a via D’Amelio, passando per Moro ed Ustica, non c’è mai stato un solo caso di corruzione. Di converso, mentre le mafie annoverano ormai centinaia di “pentiti” non c’è un esempio, uno solo, di un uomo dello Stato e della politica che sia venuto meno al dovere dell’omertà.

Il silenzio obbedisce alla regola di “proteggere per essere protetti”, ma è anche il mezzo più idoneo per tutelare la propria incolumità e la propria vita.

Come in ogni mondo criminale che si rispetti, anche in quello politico e istituzionale chi parla paga, spesso con la vita, di conseguenza tacere è d’obbligo.

Non ci sono, in conclusione, misteri d’Italia ma solo segreti che talvolta sono quelli di Pulcinella, perché tutti li conoscono ma nessuno li può provare.

La maledizione di questa Repubblica, nata sul sangue e dal sangue di migliaia di Italiani, non risiede nella lunga catena di misteri ma nella sua callida capacità di mantenere i segreti, potendo usare tutte le armi a sua disposizione, dal potere giudiziario, a quello penitenziario, a quello mediatico, a quello criminale, per impedire che vengano violati e rivelati.

Una maledizione che si potrà spezzare solo quando gran parte degli Italiani deciderà di essere intelligente e non furba, di essere onesta e non disonesta, di essere coraggiosa e non codarda.

Quando da massa informe tornerà ad essere un popolo.

Opera, 26 giugno 2020

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