Ustica più Bologna

Leggo, finalmente, una domanda intelligente posta da un esponente della sinistra italiana.
Su L’Espresso, Miguel Gotor, in un articolo sulla strage di Ustica, scrive:

«In quella drammatica estate 1980, l’inquietudine continuò ad alimentare l’inquietudine e il tormento a crescere sul tormento in quanto l’attentato alla stazione di Bologna avvenne soltanto trentasei giorni dopo la strage di Ustica.Vi è un legame, al netto della loro prossimità cronologica e del filo dei depistaggi orditi dai nostri servizi infiltrati dalla P2, tra i due tragici avvenimenti che infuocarono in quell’estate il fronte mediorientale del Mediterraneo? A questa domanda – conclude Gotor – bisognerebbe rispondere».

È poco, ma già è importante che Gotor la domanda se la ponga perchè la risposta io la do da anni, per ultimo il 16 ottobre 2019 nell’aula della Corte di assise di Bologna.

Bologna è il terzo depistaggio, dopo quello della “bomba” a bordo portata da Marco Affatigato, e ufficializzato da Il Corriere della Sera del 29 giugno 1980, e quello del “cedimento strutturale” che, in quel momento, ebbe un indisdutibile successo anche per il comportamento di un magistrato, Giorgio Santacroce, che si spinge fino al punto di incriminare per “diffusione di notizie false e tendenziose” il presidente dell’Itavia, Aldo Davanzali, che aveva pubblicamente sostenuto la tesi che era un missile ad abbattere l’aereo della sua compagnia.

La strage di Bologna del 2 agosto 1980, che segue quella mancata di Milano del 30 luglio 1980, si propone un primo e fondamentale risultato: distogliere l’attenzione generale dalla strage di Ustica. Da quel giorno politica, stampa e opinione pubblica si concentreranno sulla “strage fascista” e, come ricordato da Daria Bonfietti, si dimenticheranno di Ustica, considerato un doloroso ma in fondo, solo un incidente aereo, intorno al quale l’interesse tornerà a risvegliarsi verso il 1986.

Se consideriamo la delicatezza e l’importanza del depistaggio su Ustica, notiamo che la riservatezza, e il silenzio sono elementi fondamentali per i depistatori.

L’abbattimento dell’aereo civile su Ustica non è un segreto condiviso da pochi ma da tanti, e la possibilità, di una fuga di notizie è all’ordine del giorno: quindi, se la pressione dell’opinione pubblica e della stampa cessa, sarà più agevole imporre il silenzio, e coprire con l’anonimato coloro che sanno, soprattutto graduati e sottufficiali i più vulnerabili, i più facili a cedere al richiamo della loro coscienza, magari se pressati da qualche cronista curioso.

Il silenzio sull’abbattimento del Dc-9 Itavia ad Ustica è, pertanto,una necessità imperiosa che, certamente, non possono aver avvertito libici e/o palestinesi.

Inoltre c’è un secondo obiettivo, che gli stragisti di Bologna si propongono, quello di ottenere la proclamazione dello “Stato di pericolo pubblico”, ovvero dello “stato di emergenza”, per la quale i presupposti esistevano tutti.

Il 1980 è uno degli anni più sanguinosi/della guerra civile italiana. Dal 6 gennaio di quell’anno cadono per mano della sinistra armata il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Vittorio Bachelet; il procuratore della Repubblica di Salerno, Nicola Giacumbi; i giudici Girolamo Minervini e Guido Galli; sette appartenenti alle forze di polizia, fra i quali il vicequestore Alfredo Albanese e il colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene; l’assessore regionale, a Napoli, Pino Amato, democristiano; il vicedirettore della Montedison a Mestre, Sergio Gori; il giornalista Walter Tobagi a Milano; inoltre, Carlo Ala, William Vaccher, Jolanda Rozzi, Giuseppe Pisciuneri, Pasquale Viale, Ugo Benazzi.

La destra di Stato non rimane a guardare: a suo carico vanno ascritti gli omicidi di Maurizio Arnesano, Valerio Verbano, Vincenzo Tontonelli, Franco Evangelisti, Mario Amato, Martino Traversa.

I rappresentanti dello Stato fanno la loro parte: cadono così Maria Minci, i brigatisti rossi Riccardo Dura, Lorenzo Betassa, Pietro Panciarelli, Anna Maria Ludmann, Alberta Battistelli.

I sicari libici, con il consenso (e le informazioni fornite dai servizi segreti italiani), uccidono i loro connazionali dissidenti, ben cinque da marzo a giugno.

Altri omicidi, fra i quali quello di Piersanti Mattarella, di due iracheni, qualche suicidio.

Insomma, da gennaio alla fine di luglio del 1980, in questo Paese c’è una mattanza alla quale si aggiunge, in ordine di tempo, la mancata strage di Milano del 30 luglio 1980.

Ci sono i presupposti per dare agli italiani sicurezza, in cambio di una minore libertà, per un periodo temporale limitato.

A rendere plausibile e a giustificare la speranza degli stragisti di Bologna nella possibilità che il governo di Francesco Cossiga proclami lo stato d’emergenza è il fatto che, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, nella bufera, che potrebbe scatenarsi se il segreto fosse violato, ci sono le Forze armate e la NATO.

Sono riusciti a circoscrivere la responsabilità dei militari a quattro generali dell’Aeronautica che, secondo i magistrati, avevano taciuto al governo quanto sapevano.

Mentono, perchè la “banda dei quattro” non poteva conservare un segreto che conoscevano perfino gli avieri, figurarsi il capo di Stato maggiore della Difesa, al quale competeva l’onere di informare il ministro della Difesa che, a sua volta, avrebbe dovuto comunicare quanto a sua conoscenza al presidente del Consiglio.

Come abbiamo visto in altro articolo, lo stesso Rosario Priore, nella sua ordinanza di rinvio a giudizio dei quattro, denuncia l’attivita depistante svolta dall’Arma dei Carabinieri, che non era agli ordini dello Stato maggiore dell’Aeronautica, bensì di quello della Difesa; del Sismi, che non obbediva all’Aeronautica ma al presidente del Consiglio, Francesco Cossiga; di altre Armi che preferisce non specificare, dei Sios delle varie Armi.

Sono le Forze armate, nel loro complesso, che si muovono per depistare ed impedire alla verità di emergere, cosa ovvia perché il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica è subordinato a quello della Difesa, non ha pertanto il potere di riferire lui direttamente al ministro della Difesa quello che è accaduto, ma deve andare per via gerarchica, cioè informare il capo di Stato maggiore della difesa.
L’ordine di depistare viene, quindi, impartito dai vertici delle Forze armate in sintonia con quelli politici.

Per questa ragione tutto l’apparato militare, che non è a disposizione di un subalterno, sia pure di elevato grado, come il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, si muove ed agisce per coprire la verità.

Ma questa è la verità inconfutabile che la magistratura è riuscita, come sempre, ad occultare. Prova ne sia che c’era un luogo dove non avrebbero potuto dire di non aver visto nulla.

Una base segreta, a prova di atomica, in Veneto, sul monte Moscal.

«Il 27 giugno 1980, mentre il Dc-9 Itavia con 81 persone a bordo – scrive La Repubblica – si frantumava nella luce del tramonto, in quella centrale ta prova di atomica 350 militari italiani e americani tenevano sotto controllo i cieli della Penisola. Si chiamava West Star, la Stella d’Occidente,e in teoria era una base segreta. Tanti però la conoscevano; era stata evocata subito nelle conversazioni degli uomini radar che cercavano una spiegazione alla scomparsa dell’aereo. Ma nessun magistrato è andato lì a chiedere informazioni o documenti. Mai».

Mai, avete letto bene. E ancora ci chiediamo perché non c’è verità?

La verità avrebbe provocato la rottura degli equilibri politici nazionali e internazionali, e, certamente, avrebbe determinato la richiesta di ritirarsi dalla Nato, dando modo al Pci di rafforzare i legami ormai deteriorati con l’Unione sovietica, mobilitando le piazze, senza contare la reazione della sinistra armata.

La posta era alta, troppo alta.

Si poteva, quindi, mettere in modo l’apparato stragista dello Stato,tanto più che i depistatori di Ustica sarebbero stati gli stessi di Bologna, tant’è che sarà, il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, a proporre subito, il 5 agosto 1980, la responsabilità internazionale, quella libica per essere precisi, nelle due stragi.

L’ombrello protettivo c’era, come in passato, quindi si poteva agire.

Perché Bologna? Perché una stazione ferroviaria?

La risposta alla prima domanda è semplice: Bologna è la capitale del comunismo italiano, quella per la seconda richiede un passo indietro di dieci anni.

Il tentativo golpista impropriamente attribuito al solo principe Junio Valerio Borghese è stato compiuto nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, data che ha fatto cancellare dalla memoria, anche degli storici, che questo golpe avrebbe dovuto avere luogo nel mese di agosto dello stesso anno, verso la fine del mese.

Lo sappiamo perché l’ambasciatore americano a Roma Graham Martin il 7 agosto invia al Dipartimento di Stato, a Washington, una nota con la quale informa che il generale Vito Miceli, comandante del Sios Esercito, ha rivelato all’addetto militare dell’ambasciata, James Clavio, che per Ferragosto è previsto un colpo di Stato e che la notizia è stata confermata da un noto uomo d’affari americano.
In giornata, a Washington, la responsabile del desk europeo al Dipartimento di Stato, Margaret Joy Tibbets, informa il segretario di Stato Usa, William Rogers.

Il 10 agosto, quest’ultimo invia una nota all’ambasciatore americano a Roma, Graham Martin, esprimendo il suo scetticismo sull’operazione che, comunque potrebbe essere tentata con «risultati potenzialmente disastrosi» dal principe Borghese, ragion per cui è stata allertata la comunità dell’intelligence.

Il veto del Dipartimento di Stato americano blocca il tentativo di “golpe”; ma il 28 agosto una nota informativa redatta da «fonte non controllata» segnala al Sid che il Fronte Nazionale, singolarmente definito «apparato clandestino», procederà ad attuare un piano eversivo il 31 agosto.

Lo stesso giorno, 28 agosto, qualcuno depone una valigia esplosiva all’interno della sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona: notata da un agente della Polfer, viene spostata in un luogo isolato, dove esploderà un’ora più tardi.

Una strage mancata all’interno di una stazione ferroviaria in pieno agosto, di cui tutti si dimenticheranno, a torto però perché l’azione richiama alla memoria quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quando il “golpe” sembrava certo; e quella, fortunosamente fallita, del treno Torino-Roma del 7 aprile 1973, quando di golpe imminente si era tornati a parlare.

Un evento traumatico che rafforzi la volontà di quanti intendono procedere alla proclamazione dello stato di emergenza, mediaticamente definito “golpe”, che deve trasformare la democrazia parlamentare in democrazia autoritaria.

Gli imputati nelle stragi di Stato li conosciamo, alcuni sono stati assolti per insufficienza di prove, altri rinonosciuti tardivamente colpevoli, altri condannati definitivamente. Fra questi ultimi, ci sono Carlo Maria Maggi, per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, insieme a Marcello Soffiati e Carlo Digilio, riconosciuto colpevole anche per quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

A Verona viveva ed operava Marcello Soffiati con Amos Spiazzi, Elio Massagrande, Roberto Besutti, fra altri , così che è lecito ritenere, senza poterlo affermare per mancanza di prove, che quella valigia alla stazione ferroviaria di Verona sia comunque riconducibile a quell’ambiente spionistico e stragista.

Un sospetto avvalorato dal fatto che anche nella mancata strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile 1973, coinvolto come mandante vi era Giancarlo Rognoni, legatissimo a Carlo Maria Maggi.

Potrà essere una coincidenza – alla quale noi non crediamo – ma anche i condannati per la strage di Bologna, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, in quel periodo dimoravano in Veneto ed erano in contatto con Massimiliano Fachini e Carlo Digilio, mentre sappiamo che Marcello Soffiati venne coinvolto nel depistaggio, il primo, quello della bomba, perché solo lui era a conoscenza che Marco Affatigato portava al polso un orologio Baume & Mercier.

Su quattro eventi traumatici (stragi) attuati per favorire la stabilizzazione dell’ordine politico, due sono riusciti (piazza Fontana e Bologna) e due sono falliti (Verona, treno Torino-Roma): in tutti, i quattro protagonisti e comprimari gravitano nella, o attorno alla, cellula spionistica veneta legata a tutti i servizi, nazionali ed esteri.

Politici e spioni hanno cercato di presentare le stragi di Ustica e di Bologna come inquadrate in un’unica operazione internazionale che ha visto come protagonisti i libici e/o i palestinesi o tutti e due insieme.

Noi da sempre colleghiamo Ustica e Bologna come causa ed effetto: la prima, un massacro di civili italiani attribuibile al mondo militare italiano e atlantico; la seconda, come depitaggio e possibile ancora di salvezza, che dava al potere politico la possibilità di agire con un atto di forza costituzionalmente legittimo che nel marasma sanguinoso di quegli anni sarebbe apparso più che giustificabile di fronte all’opinione pubblica.

Un’operazione internazionale (Ustica) con il concorso italiano, e una nazionale (Bologna), affidata a personaggi che erano “tutt’uno” con lo Stato, come riconosciuto dal magistrato bresciano Francesco Piantoni.

Patetici, sempre partendo dal presupposto della buonafede, gli interventi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, che attendono dall’estero dai “amici ed alleati” la verità su Ustica.

Mattarella ha affermato che con questi Paesi condividiamo «comuni valori», ma insieme a questi condividiamo la verità sul massacro di 81 civili italiani, con la differenza che loro l’hanno taciuta e noi l’abbiamo affossata fingendo, ieri come oggi, di cercarla.

Lo Stato, quello reale non immaginario, continua ancora oggi a tacere e a depistare su due stragi di cui porta intera la responsabilità.

Risarcimenti, medagliette parlamentari, onori, pacche sulle spalle, case e muri della memoria a parte,vorranno un giorno i familiari della vittima prenderne atto?

Per se stessi e per i loro morti, per l’Italia e per gli Italiani.

Ce lo auguriamo.

Opera, 28 giugno 2020

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