Il Tassello Mancante

Si parla sempre di depistaggi regolarmente attribuiti ai servizi segreti “deviati” o ad ufficiali e funzionari “infedeli” e collusi con la P2 e con la “destra eversiva”.
Si tace, invece, per calcolo opportunistico e per incapacità nell’analizzare la storia, sul sistema del depistaggio, ovvero su coloro che hanno partecipato ad una pluralità di operazioni politiche “sporche”, con una continuità temporale che copre l’intero arco del dopoguerra, e dimostra che il depistaggio è funzionale al sistema politico, è parte integrante ed irrinunciabile del suo meccanismo difensivo.
Senza ripercorrere l’iter di tutti i depistaggi e di tutte le operazioni politiche “sporche”, come quella che fece vincere a Ugo La Malfa il congresso del Partito Repubblicano nel 1961 con i voti dei delegati comprati dal denaro del Sifar, distruibuito sul posto da un ufficiale del servizio, da Lando Dell’Amico e da Libero Gualtieri che, anni dopo, sarà chiamato a presiedere la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, circoscriviamo la nostra attenzione ad un periodo breve, quello che va dal 1978 al 1980, dal sequestro e l’omicidio di Aldo Moro alla strage di Bologna.
A dirigere il servizio segreto militare c’è il generale di Corpo d’armata Giuseppe Santovito, mentre quello civile è al comando del generale di brigata dei carabinieri, Giulio Grassini.
Preveniamo la scontata obiezione che li vuole entrambi affiliati alla loggia P2, quindi “deviati”, ricordando che, dal mese di ottobre del 1977, i servizi segreti sono agli ordini della presidenza del Consiglio, di conseguenza i due hanno avuto come capi Giulio Andreotti, prima, e Francesco Cossiga, dopo.
La realtà che vuole che il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro siano stati eterodiretti da servizi segreti non identificati oggi non la discute più nessuno, ma anche se il riferimento è ad organismi internazionali (Cia, Mossad, ecc.) il fatto che quelli italiani abbiano concorso almeno con funzioni di palo è fuori discussione.
Il depistaggio sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro non è attribuibile al solo servizio segreto militare ma anche a quello civile, basti pensare al covo dell’infame Mario Moretti in via Gradoli, dove vi erano ufficiali del Sisde per constatare che l’operazione, anche in questo caso, è stata concordata e coordinata fra i due apparati.
Giuseppe Santovito e Giulio Grassini erano agli ordini di Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, ministro degli Interni.
Se consideriamo la morte di Aldo Moro un fallimento dell’apparato di sicurezza italiano, notiamo che il solo a dimettersi è Francesco Cossiga, mentre i direttori dei servizi segreti militare e civile che, in un Paese normale, avrebbero dovuto essere destituiti senza se e senza ma, rimangono al loro posto, come se avessero ottenuto un successo e non avessero subito una sconfitta.
Però, se l’obiettivo era quello di far morire Aldo Moro, per farne un martire delle Brigate Rosse, come aveva detto un emissario di sconosciuti democristiani al mafioso calabrese, Francesco Varone, ai primi di aprile del 1978, a casa di Frank Coppola (“quell’uomo deve morire”) la fiducia rinnovata di Giulio Andreotti nei suoi due generali si comprende e si giustifica.
La loggia P2, con Licio Gelli e compari, partecipa all’operazione politica “sporca”, che prende avvio nell’estate del 1978, per far riaprire l’inchiesta sull’attentato di Peteano allo scopo di favorire Mario Tedeschi e i suoi amici di Democrazia Nazionale, ma a dare gli ordini al direttore del Sismi, Giuseppe Santovito, è il presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Questa operazione,che avrebbero dovuto indebolire Giorgio Almirante e il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, negli intendimenti dei suoi promotori è il tassello mancante nella ricostruzione dell’operato dei servizi segreti in quel periodo.
Non se ne parla, anzi non se deve parlare perché l’operazione non può essere spacciata come “deviante”, in quanto le informazioni fornite dal Sismi sul conto di Carlo Cicuttini e del finanziamento destinato a quest’ultimo da Giorgio Almirante sono vere, cosicché al generale Giuseppe Santovito e a Giulio Andfeotti dovrebbe essere ascritta come meritoria.
Per i fautori delle deviazioni la contraddizione appare inspiegabile ed insanabile, dato che il depistatore Giuseppe Santovito invece di “coprire” ha deciso di “scoprire”, sia pure per disposizioni del presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Ammettere la verità è impossibile perché questa dimostra che i Santovito e i Grassini hanno sempre agito agli ordini del potere politico dal quale dipendevano: se questi erano di coprire, coprivano, se erano di scoprire, scoprivano.
Privi di senso morale e dello Stato, i generali italiani hanno sempre avuto quello della carriera, almeno a partire dall’8 settembre 1943, di conseguenza nulla mai avrebbero fatto all’insaputa dei responsabili politici, o addirittura contro di essi.
L’operazione Peteano costituisce una prova di questa realtà che invano si cerca di cancellare con una campagna che vede come protagonisti sciacalli politici, mediatici, giudiziari e penitenziari.
Ma la controprova c’è perché, se il Sismi inizia l’operazione, è il ministero degli Interni e il servizio segreto civile che la completano, affidando le indagini, con scopi di inquinamento e depistaggio, al vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla P2, amico di Licio Gelli quando ormai costui era in disgrazia e la sua loggia disciolta.
La continuità dei depistaggi non passa quindi per la P2, ma per i vertici degli apparati di sicurezza e del potere politico.
Togliere dal mosaico il fondamentale tassello dell’operazione rivolta contro il sottoscritto per favorire Mario Tedeschi e Democrazia Nazionale, resa possibile solo dall’intervento di Giulio Andreotti, consente ai “pistaroli” di turno di rilanciare la figura di Giuseppe Santovito come quella di un accanito depistatore agli ordini di Licio Gelli anche nelle indagini sulla strage di Ustica e su quella di Bologna.
Nella prima, come abbiamo dimostrato, c’è l’intervento del Sisde, agli ordini del generale Giulio Grassini, perché a questo Servizio faceva riferimento Marcello Soffiati quando viene chiamato a fornire il suo contributo per lanciare il primo depistaggio, quello del 28-29 giugno 1980, sulla bomba a bordo del Dc-9 Itavia.
Il giudice Rosario Priore, poveraccio, non è stato in grado di scoprire chi fosse l’uomo politico di riferimento dell’Arma dei Carabinieri, impegnatissima nei depistaggi su Ustica, quindi non era in grado di scoprire che anche il controspionaggio italiano (il Sisde) era parte attiva nel coprire la verità su Ustica.
Una disattenzione utilissima per i depistatori perché ha impedito per anni di collegare il Sisde a Marcello Soffiati e quest’ultimo agli ufficiali americani del comando delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (FTASE), con sede a Verona, e alla cellula stragista dello Stato italiano operante in Veneto. Inoltre, la stessa disattenzione che ha impedito di focalizzare la figura di Marcello Soffiati ha avuto conseguenze anche sulla strage di Bologna, perché nessuno aveva mai collegato la mancata strage alla stazione ferroviaria di Verona del 28 agosto 1970, nell’imminenza del “golpe
Borghese” previsto in quei giorni, come fonte di ispirazione per la strage del 2 agosto 1980: stazione ferroviaria, valigia esplosiva, sala passeggeri.
Non solo il Sismi, quindi, ma anche il Sisde entra prepotentemente in campo come parte attiva nei depistaggi su Ustica e Bologna, e non è un caso che la procura generale di Bologna abbia indicato Umberto Federico D’Amato, figura preminente del controspionaggio italiano, come mandante del massacro del 2 agosto 1980.
È vero che il prefetto D’Amato dal 31 maggio 1974 era passato a dirigere la polizia di frontiera, restando comunque nel campo del controspionaggio, ma è altrettanto vero, come lui stesso si è vantato pubblicamente, senza mai essere smentito, che egli ha sempre fornito il suo contributo e la sua consulenza a tutti i ministri degli Interni di quegli anni.
Come dire che Umberto Federico D’Amato non ha mai smesso di lavorare nell’ambito del controspionaggio italiano fino alla pensione.
La strategia della confusione e della frammentazione nella quale è specializzata la stampa italiana, di cui è giusto sottolineare il formidabile apporto ai depistaggi, non ha permesso fino ad oggi di constatare che si parla di persone che, inserite a livello direttivo negli apparati di sicurezza italiani, hanno agito per impedire l’emergere della verità in tre episodi fondamentali nella storia italiana del dopoguerra: Moro, Ustica, Bologna.
Nessuno si è mai accorto di niente, nessun esponente politico di governo di maggioranza o di opposizione ha mai rilevato che ai vertici dello spionaggio e del controspionaggio italiani vi erano persone che hanno condizionato le indagini sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, sulla strage di Ustica e sul massacro di Bologna?
La verità è un’altra: in ambito politico e di potere tutti hanno sempre saputo che i Santovito, i Grassini, i D’Amato non obbedivano ad un materassaio piduista, non complottavano contro lo Stato e non coprivano “eversori di destra”, ma agivano in base a direttive politiche come l’operazione sporca relativa all’inchiesta su Peteano dimostra, e il cui ricordo è stato rimosso perché contraddice la pretesa che costoro siano stati servitori infedeli dello Stato.
Sono stati, invece, fedelissimi servitori di questo Stato e del potere politico, che hanno difeso con la loro omertà anche quando imputati di reato, perché non avevano altra alternativa avendo fatto loro, sul terreno, il gioco sporco che gli uomini politici gli avevano richiesto.
Non è stata una parentesi perché i Grassini, i Santovito e i D’Amato, sono stati glia eredi dei Miceli e prima ancora degli Henke e dei De Lorenzo e via enumerando indietro nel tempo, e sono stati i predecessori dei Lugaresi, dei Martini, dei Parisi.
Nessuna parentesi, quindi, si è aperta quando hanno assunto il comando dei servizi segreti e nessuna si è chiusa quando sono andati in congedo, perché i depistaggi sono proseguiti nel tempo e sono attuali ancora oggi, nell’anno di grazia 2020.
Quante volte in questi anni ci siamo chiesti perchè non abbiamo la ventura di vivere in un Paese normale?
In un Paese normale, un potere omicida e stragista, depistatore e mendace, sarebbe stato spazzato via da tempo, qui invece dobbiamo invitare chi, in buona fede – e sono pochi, cerca la verità, a riflettere sul fatto che non può coesistere da 75 anni, accanto ad un potere politico che si presenta pulito, trasparente, ansioso di verità, desideroso di giustizia, un altro potere che inquina e depista, che nega la verità e produce ingiustizia.
Invitiamo costoro a prendere atto che esiste un solo potere palese, democratico, antifascista, che agisce con metodologie occulte, usando gli strumenti a sua disposizione: partiti politici, stampa, finanza, apparati di sicurezza segreti e clandestini, forze di polizia e magistratura.
Un potere democratico e un contropotere antidemocratico non sono mai entrati in collisione, perché ne esiste uno solo, il primo che, via via, facendo leva su una magistratura subalterna e una stampa asservita, ha trasformato gli amici in nemici, quando le responsabilità si sono fatte palesi: la mafia è l’antistato, la loggia P2 complottava contro la democrazia, la “destra eversiva” la voleva distruggere, eccetera.
Nella “serva Italia” il gioco è facile. Non resta sperare in quella Italia che non intende servire, se ancora esiste.

Opera, 5 luglio 2020

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