Intossicazione

Da alcune settimane, l’esponente del Partito Democratico Miguel Gotor, pubblica su L’Espresso articoli sulla strage di Ustica e su quella di Bologna del 2 agosto 1980.

Non dubitiamo che, nelle sue intenzioni, voglia dare un contributo alla verità anche se intruppato in un partito che, tradizionalmente, ha fatto tutto ciò che poteva contro la verità.

Fatta salva la buona fede di Miguel Gotor, osserviamo che abbiamo già dovuto confutare certe sue affermazioni come quella relativa alla dipendenza di Marcello Soffiati dal Sismi, anzi dal capocentro del Sismi di Firenze, colonnello Federico Mannucci Benincasa, perché non rispondente al vero.

Soffiati lavorava per il Sisde e per gli americani, così come non è vero che il truffatore Marco Affatigato, nel giugno del 1980, fosse un un uomo al servizio della Cia, dato che è stato “bruciato”, collegando il suo nome alla strage di Ustica, perché scartato sia dal Sisde che dagli americani.

Gotor, come tutti quelli della sinistra italiana, avalla la menzogna principale, quella che vuole la loggia P2 al vertice di ogni misfatto verificatosi in Italia negli anni Settanta fino, appunto, a Ustica e Bologna.

È la tesi comodissima di chi la verità non la vuole perché deve proteggere il sistema politico, di cui è parte integrante il partito al quale appartiene, che nei depistaggi attuati sul piano politico e su quello mediatico ha responsabilità gravissime e comprovate.

Gotor cerca una verità che non urti la suscettibilità dei detentori del potere, ai quali, ovviamente, fa comodo che si scarichi ogni responsabilità ed ogni colpa su una “deviata” loggia massonica fingendo di non sapere che a suo favore e a quello di Licio Gelli è intervenuto più volte, in modo esplicito, l’ex-presidente della Repubblica, Francesco Cossiga che, però, nessuno osa indicare come correo della loggia né per Ustica né per Bologna.

L’ansia di verità di Gotor e compagni si ferma, puntualmente, sulla soglia del potere, che permette a chi lo voglia di indicare persone che hanno ricoperto in questo Paese e al suo interno cariche elevatissime purché si specifichi che quanto hanno fatto è frutto di loro scelte, manco a dirlo, “devianti”, compiute, sia pure per anni e decenni, all’insaputa del potere politico e, perfino, dei loro superiori gerarchici.

Tesi comoda, comodissima, che consente a coloro che se ne fanno portatori di presentarsi come alfieri della verità con il beneplacito e i complimenti di quanti la verità ancora oggi la occultano perché la temono.

Anche in questo articolo, Miguel Gotor non si smentisce.

Nota, ad esempio, che, contro le sentenze della magistratura bolognese che ha condannato per la strage del 2 agosto 1980 autori materiali e depistatori, si è scatenata da anni – e continua ad essere alimentata, una campagna mediatica intesa a provare l’innocenza degli uni e degli altri,

“Nonostante le prove raccolte – si lamenta Gotor – abbiano superato il vaglio di oltre un centinaio di diversi magistrati, togati e popolari, e abbiano retto in tutti i gradi di giudizio oltre ogni ragionevole dubbio, ciò non è bastato ad arrestare il continuo zampillare di teorie alternative, dubbi, petizioni innocentiste, anzi lo ha alimentato”.

La spiegazione è semplice: in un Paese in cui, come diceva don Luigi Sturzo, c’è libertà di stampa ma non c’è una stampa libera, è sufficiente che da certi uffici riservati, dalle segreterie dei partiti politici, da centri di potere finanziario che controllano la stampa italiana, siano impartite determinate direttive, che inizia la bagarre innocentista.

È stata, fra i primi Repubblica di Eugenio Scalfari, da sempre vicina al Partito Comunista Italiano, a lanciare l’immagine dei “ragazzini dei Nar”, dei giovanissimi “spontaneisti” che odiavano i “vecchi fascisti stragisti e golpisti”, allo scopo di accreditare Valerio Fioravanti e Francesca Mambro come innocenti della strage di Bologna.

Sono i giornali ed i telegiornali della sinistra “progressista” quelli che da quasi quarant’anni martellano l’opinione pubblica per indurla a credere che i due sono vittime di una clamorosa ingiustizia, con una convergenza con quelli di centro e di destra che dovrebbe far riflettere sulle ragioni di questa unanimità di consensi sulla estraneità dei due, e dei loro complici, al massacro del 2 agosto 1980.

È stata una regista di sinistra che ha voluto Valerio Fioravanti come protagonista del film “Piccoli ergastoli”, girato all’interno dei carcere di Rebibbia: è stato Il Manifesto che ha messo a disposizione dei due le sue pagine per fargli pubblicare l’appello al Papa ed altre amenità; è stato Enrico Mentana a mettere in dubbio, per meglio dire ad irridere, la sentenza dhe ha condannato Gilberto Cavallini all’ergastolo, scrivendo nel titolo del servizio, “ma è solo il primo grado”, è Giampiero Mughini che in televisione dichiara, riferendosi a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro,

“sono amici miei, vengono a casa mia e li accolgo volentieri, perché loro hanno combattuto corpo a corpo con gli avversari”.

Parliamo di fatti e dichiarazioni del 2020, di due persone che, violando la legge, il Tribunale di sorveglianza di Roma ha rimesso in libertà per aver scontato la pena (8 ergastoli) da anni, e su tutto questo Miguel Gotor offre due spiegazioni.

O meglio, da un lato, insinua che questo sostegno mediatico ai condannati per la strage di Bologna è

“certamente condizionato dal fatto che i giudici hanno attestato, per la prima volta, l’azione di infiltrazione e di condizionamento della P2 ai massimi livelli dello Stato.”

giusto per dire che, ancora oggi, sono i piduisti, o meglio i loro fantasmi, ad alimentare le campagne innocentiste a favore di Fioravanti, Mambro e compari.

Dall’altro, la spiega con l’imbecillità dell’opinione pubblica italiana che si dibatte, secondo lui,

“tra attese salvifiche affidate all’azione della magistratura, che alimentano una diffusa cultura giustizialista, e il profondo scetticismo sul suo agire quando riesce a giungere a sentenza seondo le regole proprie di uno Stato di diritto”.

Scartiamo le disinvolte spiegazioni di Miguel Gotor perché la P2, oggi, non può condizionare nessuno perché i suoi esponenti ed i suoi referenti politici, nazionali ed internazionali sono tutti o quasi defunti, così come è noto come sia l’azione svolta dai mass-media ad influenzare l’opinione pubblica, che proprio dalla lettura dei giornali e dall’ascolto dei telegiornali e dei dibattiti televisiivi, che hanno per protagonisti politici, giornalisti e storici alla Paolo Mieli, trae i suoi convincimenti, non avendo altre fonti dalle quali apprendere la verità dei fatti.

D’altronde non che i Fioravanti rappresentino l’eccezione perché, viceversa, sono la regola di un regime che si protegge intossicando l’opinione pubblica con notizie false e falsificate per togliere credibilità e validità a sentenze che, comunque, chiamano in causa i suoi esponenti al massimo livello e rappresentano un potenziale pericolo che deve essere sventato.

Lo abbiamo visto con la campagna per l’innocenza di Pietro Valpreda, di Adriano Sofri ed i suoi compari, di Giulio Andreotti e, ancora oggi, di Silvio Berlusconi, solo per citarne alcune.

Arrampicarsi sugli specchi è una specialità degli uomini del regime, e Miguel Gotor non fa eccezione.

Gotor – ne prendiamo atto – crede nella colpevolezza di Fioravanti e compari per la strage di Bologna, come in quella dei depistatori condannati con sentenze passate in giudicato: non crede alla pista dei palestinesi, ma crede a quella libica.

Già, alla fine, Miguel Gotor svela le carte e propone come mandante della strage di Bologna il colonnello Muammar Gheddafi, che lui l’indica come “committente”.

Gotor converge sulla pista indicata da depistatori del livello di Giuseppe Santovito e Francesco Pazienza, che mai hanno esibito una prova a favore della loro tesi così come non la evidenzia, Gotor.

La Libia?

Nel 1980, i servizi segreti italiani forniscono ai libici gli indirizzi dei dissidenti da eliminare sul territorio italiano, così da rafforzare i rapporti con l’amico Gheddafi.

Sono sempre i servizi segreti italiani, a detta di Francesco Cossiga, a salvare la vita del dittatore libico, il 27 giugno 1980, preavvertendolo dell’agguato che americani e francesi gli stavano preparando sul Tirreno.

Come ringraziamento, secondo il depistatore Santovito e il ricercatore della verità Gotor, Gheddafi fa compiere un massacro a Bologna.

C’è qualcosa che non quadra.

La domanda più semplice, la più logica, quella che viene spontanea da porsi, è la più antica: cui prodest?

Se il “committente” è stato Muammar Gheddafi, qualcuno ci deve illustrare, con dovizia di particolari, i vantaggi che costui avrebbe ottenuto sul piano politico, militare, economico e finanziario da una strage di Italiani, di cittadini cioè di una nazione che con lui collaborava su tutti i piani, e i cui servizi segreti gli avrebbero addirittura salvato la vita quaranta giorni prima.

Non basta dire Libia e Gheddafi, bisogna dire il perché avrebbe ordinato un massacro e quali vantaggi ne avrebbe ha ricavato.

Se Gheddafi è stato il “committente”, chi è stato il tramite che ha mandato i Fioravanti, Ciavardini, Bellini ecc. a Bologna per compiere la strage?

Muammar Gheddafi aveva a propria disposizione non decine ma centinaia di killer che avrebbero potuto agire indisturbati in una Paese amico come l’Italia per fargli compiere un massacro che, invece, è stato compiuto da italiani.

Un giro contorto che vedrebbe Gheddafi come committente, un tramite rimasto ignoto, dei mandanti ad altissimo livello italiani, ed esecutori italiani.

Andiamo, alla fine diventa offensivo per l’intelligenza questo continuo reiterare un’accusa contro un dittatore morto, per trovare un movente – questa è la ragione di Santovito e Gotor – da collocare comunque e ad ogni costo fuori dall’Italia.

Un movente non italiano, addirittura contro l’Italia, per il quale si sarebbero mobilitati, prima, personaggi italiani di grande levatura per far compiere la strage, ed altri, magari insieme ai primi, per depistare le indagini.

Non è vero quel che scrive Miguel Gotor tirando in ballo Antonio Bisaglia che, in effetti, il 5 agosto 1980, collega la strage di Bologna a quella di Ustica, non alla Libia, affermando di aver raccolto voci in tal senso in Veneto.

Se era stato Giuseppe Santovito, come direttore del Sismi a salvare la vita di Muammar Gheddafi il 27 giugno 1980 informandolo a tempo della trappola predisposta a suo danno sul Tirreno è per lo meno singolare che sia proprio lui ad accusare il dittatore libico per la strage di Bologna.

Una certezza, c’è: Giuseppe Santovito e Francesco Pazienza sono stati condannati per il depistaggio nelle indagini sulla strage di Bologna proprio perché indicavano – mentendo – che la pista era internazionale.

Antonio Bisaglia, che aveva indicato una pista nazionale – Bologna e Ustica – per informazioni avute in Veneto, che era la sua regione, morto annegato nel mare di Portofino; suo fratello, prete, è stato annegato in un lago del Bellunese, otto anni dopo.

Nessuno ne parla, lo facciamo noi.

I giudici di Bologna in quarant’anni hanno indicato esecutori materiali e mandanti tutti italiani, questi ultimi di altissimo livello, da Umberto Ortolani, il terzo nella gerarchia della P2, a Licio Gelli, il quarto, all’uomo simbolo del controspionaggio italiano nel dopoguerra, il prefetto Umberto Federico D’Amato, al senatore missino, poi leader di Democrazia Nazionale, Mario Tedeschi e, allo stato, per quanto a nostra conoscenza non hanno individuato un movente internazionale.

Non hanno, purtroppo, indicato a loro avviso qual è stato il movente di quel massacro, perdendosi nel labirinto di una generica “destra eversiva” e di una loggia P2 trasformata, da organizzazione di supporto dello Stato e del regime qual era, in forza anch’essa eversiva.

La mancanza di un movente definito è il punto debole dell’inchiesta sulla strage di Bologna, quello che poi permette a pennivendoli di ogni genere e a cialtroni di tutte i tipi di affermare l’innocenza dei condannati.

Depista chi conosce la verità. Con buona pace di Miguel Gotor, quando il generale Giuseppe Santovito indica la pista libica e, con lui si allineano Prancesco Pazienza, Licio Gelli ed esponenti di governo, è perché sanno che la pista non è internazionale ma nazionale.

Nel 2020, Miguel Gotor riprende la tesi della pista internazionale, tanto cara ai depistatori, attribuendo la responsabiltà della strage al defunto Muammar Gheddafi, in modo da aggirare l’ostacolo rappresentato dal fatto che a ideare, organizzare, eseguire la strage di Bologna, e poi a depistare le indagini, sono stati italiani che un movente lo avevano: la strage di Ustica.

A Miguel Gotor, consapevolmente o meno, sfugge la gravità eccezionale rappresentata dall’abbattimento di un aereo civile italiano con 81 persone a bordo nel corso di una battaglia aerea alla quale hanno partecipato veivoli da combattimento di Italia, Francia, Stati Uniti e, forse, britannici e belgi.

Gotor giudica sulla base di quello che è accaduto o, nel caso delle reazioni alla strage di Ustica, di quello che non è accaduto.

Se l’Italia non ha vissuto un nuovo luglio 1948 o 1960 è perché i depistaggi per coprire le responsabilità, non solo estere, della strage di Ustica lo hanno impedito, facendo prevalere la tesi del cedimento strutturale dell’aereo.

Qualcosa, però, nel mese di luglio del 1980 è accaduto: una mancata strage a Milano, il 30 luglio, e una strage riuscita a Bologna il 2 agosto.

Daria Bonfietti ha dichiarato che, dopo la stage di Bologna, di Ustica si tornò a parlare solo nel 1986 perché, fino a quel momento, era considerata un incidente aereo e non una strage.

Ma, se non ci fosse stata la strage di Bologna, sarebbero passati veramente sei anni prima che si iniziasse e a parlare di Ustica come di un massacro determinato da un missile lanciato da un caccia italiano o alleato?

I fatti ci dicono di no, perché della possibilità che il Dc-9 Itavia fosse stato abbattuto da un missile se ne parlò fin dai primi giorni sulla stampa estera, ripresa in parte da quella italiana.

85 morti e 200 feriti hanno chiuso, con i loro corpi, la falla che si stava aprendo ed allargando.

Mandanti, organizzatori, esecutori, depistatori, tutti italiani perché il movente della strage del 2 agosto 1980 è italiano ed atlantico. Se ne facciano una ragione.

Opera, 6 luglio 2020

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