Trenta Anni

Tanti ne sono passati – 30 – prima di leggere sul supplemento de La Repubblica del 10 luglio 2020, una verità gia evidenziata nel titolo:

«C’era un giudice a Venezia. Scoprì Gladio».

Veramente era necessario che trascorressero trenta anni prima che un quotidiano del regime si accorgesse che la struttura segretiesima denominata, sui piano mediatico, Gladio era stata scoperta nell’autunno del 1988 dal giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni e non nel luglio del 1990 dal Felice Casson?

Domanda redorica, la nostra, che ben conosciamo di quanto fango sia intrisa la stampa italiana che vive e prospera di “veline”, di menzogne, di falsità finalizzate a favorire politici amici e coprire le infamie del regime e dello Stato.

Sono i giornalisti della carta stampata e della televisione che costituiscono quella “macchina del fango” che si mette in modo per distruggere i personaggi scomodi e per creare miti fasulli come quello, per restare in tema, di Felice Casson.

Chi ha scoperto Gladio lo si è sempre saputo, ma non si è riusciti a farlo conoscere all’opinione pubblica, alla quale è stato servito, come sostituto del giudice istruttore Carlo Mastelloni, l’etero-diretto Felice Casson.

Ancora il 12 dicembre 2019, Andrea Purgatori trasmetteva un’intervista al Casson, il quale millantava di aver scoperto la struttura basandosi su dichiarazioni mie, a lui mai rese.

Un arrogante millantatore, certo che nessuno si ricorderà di quanto aveva dichiarato alla Commissione Bianco, in seduta segreta, il 15 aprile 1987, riferendosi al sottoscritto:

«Non credo a una sola parola di quello che dice».

Né di quello che aveva balbettato a Sandra Bonsanti, nella trasmissione Ritratti del coraggio, che gli aveva meso sotto il naso Ergastolo per la libertà, nel giugno del 1991:

«Mi ha detto qualcosa».

Nel corso degli anni, aveva aggiustato il tiro, e, non avendo spiegazioni rispondenti al vero, si era inventato di aver fatto indagini sulla base di quanto da me dichiarato.

Il mio giudizio sul livello morale e intellettivo di Felice Casson è noto fin dal 31 marzo 1987, quando mi sono rifiutato di rispondere nell’aula della Corte d’assise di Venezia alle domande del pubblico ministero, Gabriele Ferrari, per non aver vigilato sulle tante scorrettezze commesse dal Casson ancora giudice istruttore.

Non sono stato solo io a scrivere tante volte in passato che era stato il giudice istruttore Carlo Mastelloni a scoprire l’esistenza di Gladio nel 1988. Lo aveva scritto anche un diretto interessato: l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, nel suo libro Nome in codice: Ulisse.

Protetto dal ministero degli Interni, dal Pci poi Pd, dai piduisti rimasti in attività, da Giulio Andreotti, con ottime entrature nella stampa grazie alla fidanzata – poi moglie – corrispondente del Tg3 a Venezia, Casson ha potuto proseguire indisturbato a vendere sé stesso come scopritore di Gladio.

Perché questo black-out informativo e storico?

Carlo Mastelioni scopre l’esistenza di Gladio nel 1988, indagando sul sabotaggio dell’aereo Argo 16 a disposizione del Sid, impiegato anche per il trasporto dei “gladiatori” in Sardegna.

Scopre i cosiddetti “nasco”, i depositi di armi, esplosivi e munizioni di “Gladio”, di cui non può individuare l’ubicazione perché viene bloccato dal segreto di Stato opposto dalla presidenza del Consiglio.

Nel 1989, succede che viene pubblicato il libro Ergastolo per libertà, con la descrizione della struttura “parallela”, e la certezza che essa è ancora attiva.

Il libro va in vendita nel mese di novembre del 1989, e il 6 dicembre 1989, il generale Pasquale Notarnicola innesta quella che è un’operazione politica: si reca da Felice Casson, che non ha titolo né parte, e gli racconta che la struttura esiste e che l’ammiraglio Martini gli aveva detto di conoscere gli autori dell’attentato di Peteano e di aver spostato un “nasco” per evitare che potesse essere individuato dalla magistratura.

Il giudice al quale Notarnicola avrebbe dovuto raccontare la storia era Carlo Mastelloni che, però, era un magistrato, mentre Casson era un compagno di provata fede, che nutriva una smisurata ambizione politica.

Il racconto del generale Notarnicola, da nessuno mai analizzato, dice che l’ammiraglio Fulvio Martini aveva spostato un “nasco” dopo l’attentato del 31 maggio 1972, per evitare che venisse scoperto nel corso delle indagini della magistratura.

“Dopo” significa che il “nasco” di Duino Aurisina, tanto strombazzato dal Casson non c’entrava nulla con l’attentato di Peteano, perché era stato scoperto nel febbraio del 1972.

Non sarebbe stato difficile ipotizzare che il “nasco” era quello che con buone probabilità, custodiva Arnaldo Ronchini, di professione becchino, a Cormons.

Ma se il Casson con me non aveva mai parlato prima di questa struttura “parallela” non lo farà neanche dopo, perché non fa indagini su Gladio, prende invece contatto con il presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, al quale chiede collaborazione per indagare sul direttore del Sismi, ammiraglio di Fulvio Martini.

I mesi passano e, come tutte le inchieste che transitano per le mani di Casson, la stampa inizia a parlare di questa struttura segretissimma della NATO, così che, nel mese di luglio del 1990, questa è diventata il segreto di Pulcinella.

A quel punto, Giulio Andreotti accorda il colloquio richiesto da Felice Casson, il quale gli garantisce che proverà la connessione della struttura con l’attentato di Peteano.

Il furbissimo Andreotti ci casca come un pollo e vede la possibilità di accattivarsi i favori del Pci, al quale è legato Casson, per la presidenza della Repubblica, che resterà vacante dopo le dimissioni di Francesco Cossiga, che reagirà violentemente all’accusa di coinvolgimento della strutture nell’attentato di Peteano.

Giulio Andreotti conosce bene Felice Casson, sa che ha inventato di sana pianta la responsabilità del generale Giovanni Battista Palumbo, perché piduista, nei depistaggi seguiti all’attentato del 31 maggio 1972, ciò facendo con le indagini affidate al vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2 e amico personale di Licio Gelli.

Sa anche che Felice Casson sarà un’arma nelle mani del Partito Comunista, che vuole ad ogni costo la testa di Francesco Cossiga.

Con l’arroganza di chi è consapevole che chi detiene il potere in questo Paese può fare ciò che vuole senza mai incontrare una reale opposizione, Giulio Andreotti mantiene bloccata l’inchiesta del giudice istruttore Carlo Mastelloni, che di “Gladio” ha scoperto tutto, e manda a Forte Braschi, sede del Sismi, Felice Casson, che di Gladio non ha scoperto niente.

L’effetto è quello previsto ed auspicato, fra gli strilli di Casson, che si proclama scopritore di Gladio, e l’intervento del Pci, che lo spalleggia e chiede indagini sulla struttura, collegandola all’attentato di Peteano e non solo, chi reagisce rabbiosamente è il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.

Andreotti regge il sacco e, senza sospettare di interpretare, per un volta, il ruolo del pollo, interessa la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, continuando a credere alle assicurazioni di Casson sul rapporto fra me e la struttura.

Il compagno Casson, da parte sua, recita la parte assegnatagli e chiede a Cossiga se può interrogarlo su fatti ovviamente “eversivi”, per essere mandato a quel Paese dall’iracondo sardo, con sua grande soddifazione, perché ora si può presentare come uno che sfida i poteri forti.

La commedia del Casson dura pochi mesi, quanti sono necessari perché sia obbligato, dopo un secondo colloquio con Giulio Andreotti, avvenuto a Roma il 22 novembre 1990, a trasmettere gli atti per competenza alla procura della Repubblica di Roma.

Difatti, già ai primi di agosto, la competenza delle indagini su Gladio doveva passare al tribunale di Roma, ma il Casson, spalleggiato dal Pci e da Andreotti, resiste, in quanto avanza il “sospetto” che la struttura sia collegata all’attentato di Peteano.

Guadagna tempo ma, alla fine, i protettori non bastano per negare l’evidenza giudiziaria: Casson non ha un solo elemento per collegare Gladio a chi scrive e non può, pertanto, trattenere l’inchiesta a Venezia.

Il collegamento era frutto della sua fantasia: così, il 30 novembre 1990, la farsa finisce e Casson trasmette tutto a Roma.

Una squallida operazione politico giudiziaria, come altre che hanno visto per protagonista Giulio Andreotti e, questa volta, al posto di Claudio Vitalone c’è Felice Casson.

Bisogna dire che Giulio Andreotti pagherà un prezzo altissimo per la sua spregiudicata decisione di rivelare un segreto NATO, infischiandosene della conseguenze, che non aveva valutato appieno, perché raggirato da chi gli aveva assicurato che avrebbe provato il collegamento fra Gladio e Peteano.

Felice Casson, viceversa, riuscirà ad ottenere sul piano mediatico quel successo che gli è mancato sul piano giudiziario.

È avvenuto che, dinanzi alla smentita del rapporto fra Gladio e chi scrive, sottoscritta e firmata dai magistrati di Roma, Padova, Bologna Brescia, Milano, il Casson è riuscito a far passare la sua menzogna come verità, e giornalisti e presunti storici hanno ripetuto per 30 anni che l’attentato di Peteano è stato fatto con Gladio, ovvero – ma è ridicolo – con un detonatore prelevato dal “nasco” di Duino Aurisina.

Il tempo è galantuomo.

La Repubblica, che ha ricoperto per anni un ruolo fondamentale nel creare la leggenda del Casson scopritore di tutto, ora si ravvede e s’induce a dire la verità sul merito del giudice – Carlo Mastelioni – che ha scoperto l’esistenza della struttura segreta della Nato.

Carlo Mastelloni va in pensione, Felice Casson si è dovuto dimettere con disonore dalla magistratura dopo aver tentato un ultimo colpaccio, farsi proporre dal compagno di partito, Andrea Orlando, ministro della Giustizia, come magistrato di collegamento a Parigi.

Il cambio di governo e di ministro ha bloccato la proposta, e il Casson è stato obbligato a dimettersi dalla magistratura.

Verrà il momento per altre verità e forse il Felice Casson scoprirà, nella sua inutile vecchiaia di magistrato e politico fallito, che chi di media ferisce di media perisce.

È quanto ci auguriamo, non per cotanto personaggio né per il misero codazzo di amichetti che gli è rimasto con qualche penniveandolo fallito, ma per la verità alla quale gli italiani hanno diritto e che noi abbiamo il dovere di continuare a dargli.

Opera, 10 luglio 2020

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