La Montagna e il Topolino

Alla fine, Miguel Gotor conclude l’inchiesta pubblicata su L’Espresso con un ultimo articolo, nel quale accusa la Libia di essere responsabile della strage di Bologna.

Ha costruito una montagna, Gotor, e le ha fatto partorire un topolino depistatore.

Difatti, dopo quarant’anni, gli esponente del Partito Democratico riabilitano i condannati per il depistaggio delle indagini sulla strage del 2 agosto 1980 (Gelli, Pazienza, ecc.) rilanciando la loro pista, quella “internazionale”, contrapposta a quella nazionale sostenuta fino ad oggi dalla magistratura. Avevano, quindi, ragione il generale Giuseppe Santovito, Licio Gelli, Francesco Pazienza e compari per i quali Miguel Gotor non chiede la revisione del processo con il riconoscimento della loro innocenza che, però, è implicita per quel, che scrive.

È un depistaggio più raffinato, diciamolo pure, quello di Gotor, rispetto a quello della pista palestinese proposto dalla banda Fioravanti e dai suoi burattinai, ma sempre depistaggio è.

Leggo e rileggo lo scritto di Miguel Gotor alla ricerca del movente che avrebbe indotto il colonnello Gheddafi ad ordinare il massacro di Bologna. Non lo trovo.

Trovo, invece, l’esatto contrario, perché Gotor ricorda che il servizio segreto militare aveva fornito ai libici l’elenco di 23 dissidenti residenti in Italia, con tanto di indirizzo, perché i killer del colonnello potessero individuarli ed ammazzarli.

Tanto avevano fatto il 14 febbraio 1980.

Per la loro imperizia, sette killer libici vengono arrestati dalle forze di polizia e, allora, il 21 maggio 1980, il governo libico minaccia quello italiano di gravi conseguenze se non verranno liberati.

Cosa accadde lo facciamo raccontare a Gotor:

«Come per incanto, nonostante in Italia vigesse l’obbligatorietà dell’azione penale e si fosse davanti a omicidi, ben cinque dei sette arrestati libici lasciarono poco dopo il Paese alla chetichella, mentre il sesto non lo fece perché morì di infarto in carcere…».

I servizi segreti di Francesco Cossiga prima consegnano ai libici la lista dei dissidenti da ammazzare sul nostro territorio, poi il governo italiano fa rilasciare subito cinque dei killer arrestati e, a questo punto, non è dato da comprendere quali motivi di odio potesse avere Gheddafi contro gli italiani, talmente servili da venire incontro a tutte le sue esigenze comprese quelle omicidiarie.

Dopo aver preso atto che il movente per la strage non c’è, Gotor si appiglia, con estrema disinvoltura, ad una presunta rivelazione fatta da Maurizio Tramonte a don Mario Bisaglia, fratello del potente democristiano Antonio Bisaglia, nel mese di giugno del 1980.

Il confidente del Sid, nel corso di una confessione, avrebbe rivelato al prete che

«a fine luglio, a Bologna ci sarebbe stata una, strage organizzata da un gruppo di destra di Rovigo, e che di loro facevano parte anche dei libici (…) Gli dissi che costoro costituivano un gruppo di fuoco a disposizione di Gheddafi in Italia, attivo tra il 1976 e il 1980».

Maurizio Tramonte, “Tritone” fa questa rivelazione ai magistrati di Bologna nel 2000, che, riteniamo, in questi 20 anni avranno cercato questi libici senza, però, trovarli.

Miguel Gotor ci ha appena raccontato che il colonnello Gheddafi, per mandare i suoi killer in Italia, si rivolge direttamente al governo italiano, che lo autorizza ad ammazzare chi vuole e, poi, scarcera chi è stato tanto sfortunato da essere arrestato.

Dov’è la necessità per il colonnello libico di mandare un “gruppo di fuoco” in Italia nel 1976, mettendolo in contatto con qualche mentecatto di estrema destra?

E cosa avrebbe fatto questo “gruppo di fuoco” libico dal 1976 al 1980?

Non c’è risposta perché l’informazione è scaturita dalla fertile fantasia del confidente del Sid, impegnato ad accreditarsi presso i magistrati come testimone attendibile per allontanare da sé il sospetto di aver partecipato alla strage di Brescia del 28 maggio 1974 .

Gotor scrive che la testimonianza di Tramonte è stata confermata da altra fonte, che però non indica: specifica che don Mario Bisaglia informò il fratello Antonio, che avvertì il generale Santovito, e, infine, precisa che tutto questo avvenne prima della strage di Ustica.

Furbo Gotor.

Peccato per lui, però, che i fatti smentiscano lui e Tramonte, perché a giugno Fioravanti e Cavallini erano impegnati ad uccidere il giudice Mario Amato, per fare un favore a Franco Giuseppucci, e a preparare l’agguato al giudice di Treviso, Giancarlo Stiz, per vendicare Franco Freda su probabile richiesta di Massimiliano Fachini con il quale erano in strettissimo contatto.

Di un “evento di eccezionale gravità” negli ambienti veneti se ne iniziò a parlare nei primi giorni di luglio del 1980 e, infine, se di strage si parlò per la fine del mese, il riferimento era a quella tentata a Milano il 30 luglio 1980, per il quale è stato indiziato anche Gilberto Cavallini, non a Bologna.

La mancata strage di Milano richiese un periodo di preparazione, perché é stata ideata ed organizzata a Roma, nei cui pressi fu rubata l’auto poi imbottita di esplosivo e preparata la rivendicazione di sinistra, che ricalcava quella utilizzata per un finto attentato a Paolo Signorelli.

Per la strage di Bologna, visto l’obiettivo (la stazione ferroviaria), bastò prendere la valigia e portarcela.

Non basta, perché Gator dimentica che Antonio Bisaglia collegò la strage di Ustica con quella di Bologna sulla base di “voci raccolte in Veneto”, e poi morì annegato in mare nel 1984, mentre suo fratello Mario é stato annegato in un lago del Bellunese otto anni dopo, nel 1992.

Due morti che lasciano perplessi: una per annegamento in mare, l’altra per un un’azione omicidiaria, sempre per annegamento. Nessuna domanda si pone Gator su queste due morti “sospette”?

Fatto sta che, quando Tramonte fa la sua dichiarazione nel mese di febbraio del 2000, non c’era più nessuno in vita che potesse confermare o smentire. E la considera ancora credibile?

Gotor esclude Ustica dalle finalità depistanti: eppure, ai meriti acquisiti dal governo italiano agli occhi del colonnello Gheddafi c’è anche quello di essere stato informato a tempo dal generale Giuseppe Santovito dell’agguato che gli stavano tendendo sul Tirreno.

Lo ha detto Francesco Cossiga, e, se è vero, la lista dei favori fatti al colonnello libico nel solo 1980 si arricchisce con il dono della vita.

Non è finita, perché la Libia, per motivi sconosciuti, concorre al depistaggio delle indagini sulla strage di Ustica, avvalorando la “verità” del governo italiano sulla morte del pilota libico rinvenuto a bordo del suo Mig sulla Sila, il 18 luglio 1980.

Il 20 luglio 1980, l’ambasciatore italiano a Tripoli, Alessandro Quaroni, viene convocato nella sede del comando delle Forze armate, presente il sottosegretario agli Esteri, Abu Freua, e gli viene detto che il pilota del Mig è stato colpito da un malore e, per questa ragione, ha inserito il pilota automatico, allontanandosi dalla rotta prestabilita.

È una menzogna concordata, evidentemente attraverso i canali segreti dei servizi di sicurezza, per escludere che il 27 giugno 19802 sul cielo di Ustica si sia svolta una battaglia aerea fra caccia americani, francesi, italiani e libici.

Sappiamo che quella del malore del pilota che esce fuori rotta non è la verità, perché ce lo dicono le testimonianze di quanti hanno visto la sera del 27 giugno, in Calabria, un aereo inseguito da almeno altri due caccia, che hanno infine aperto il fuoco e lo hanno abbattuto. Lo conferma anche l’autopsia, che trova il cadavere in avanzatissimo stato di decomposizione, come se il pilota fosse morto da almeno 15 giorni.

Possiamo pensare che la Libia non avesse interesse a raccontare la verità su quanto era accaduto ad Ustica quel 27 giugno, o che abbia ritenuto di venire in soccorso dell’italiano governo amico, ricambiando ora i favori che aveva ricevuto nel corso del 1980.

Una smentita indiretta ma significativa all’azione depistante del governo libico viene dal necrologio fatto pubblicare in Italia dalla sua ambasciata per i morti di Ustica.

Miguel Gotor enumera i favori fatti dal governo italiano al colonnello Gheddafi nel 1980, disonoranti per qualsiasi governo ma non per quello diretto da Francesco Cossiga; dimentica opportunamente quello più importante, cioè il preavviso della trappola sul Tirreno del 27 giugno; non indica un movente, uno solo, che abbia determinato la vendetta libica su innocenti cittadini italiani; non si pone domande sui fratelli Antonio e Mario Bisaglia, morti come abbiamo descritto, e che tira in causa, senza fornire alcun riscontro alle dichiarazioni di Maurizio Tramonte, che utilizza per concludere che la strage di Bologna l’ha ordinata Gheddafi.

A questo punto, secondo lui, la loggia P2 e i servizi segreti “deviati”, guidati sempre dal gen. Giuseppe Santovito, si attivano all’insaputa di Francesco Cossiga e dei suoi ministri per depistare le indagini e proteggere gli esecutori materiali.

Questi ultimi, come indicato dalla magistratura che Gator non osa definire deviata, sono Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Paolo Bellini, Gilberto Cavallini.

Tutti italiani, nessun libico.

Come mandanti, i magistrati accusano Licio Gelli, Umberto Ortolani, Mario Tedeschi e Umberto Federico D’Amato.

Tutti italiani, nessun libico.

Del resto, Miguel Gotor, dopo tanto blaterare di Libia e di libici, non indica un solo nome di libico che abbia potuto fare da tramite con gli esecutori materiali della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Miguel Gotor riprende la pista internazionale, quella libica, indicata dal depistatore Giuseppe Santovito e dai suoi complici, per indicare nel defunto colonnello Gheddafi il mandante di quella strage, così da negare di fatto che i mandanti siano i quattro indicati dalla Procura generale di Bologna.

Questo – e solo questo – è lo scopo di un’inchiesta che la rivista della Fiat ha pubblicato a firma del compagno Miguel Gotor.

I mandanti, ci dice la Fiat per mezzo di Gator, non sono italiani, sono libici, e aveva quindi ragione il gen. Giuseppe Santovito con il suo codazzo di compari.

Le ritorsioni fra Stati si fanno contro i governi, non contro i popoli, e questo lo comprendeva perfettamente anche il colonnello di Gheddafi che, nel suo arsenale, per fare rappresaglie contro il governo italiano di armi ne aveva tante, sul piano economico, finanziario, energetico.

La strage di Bologna non ha fatto danni al governo di Francesco Cossiga, che non si è dimesso, non ha dovuto affrontare problemi di ordine pubblico, e se n’è avvantaggiato per depistare le indagini sulla tragedia di Ustica.

È nello stile del Partito Comunista Italiano, poi Democratico, la tecnica del depistaggio, che viene schermata dal sostegno pubblico e parolaio ai familiari delle vittime, alcuni dei quali portati in Parlamento e, in un certo senso, “comprati” con una finta solidarietà.

Hanno portato Daria Bonfietti in Parlamento, ma su Ustica, da parte dei governi di cui ha fatto parte il Partito Democratico, non è emersa una sola verità.

Hanno portato Paolo Bolognesi, che non si era accorto che il Partito Democratico, per ben 23 anni, si era opposto all’approvazione del reato di depistaggio, proposto dal giudice Guido Salvini nel mese di luglio del 1993.

E oggi, con Miguel Gotor, lo servono a dovere, cercando di sostituire i mandanti della strage indicati dalla magistratura con il colonnello Gheddafi.

Fallita l’operazione della pista palestinese, il Partito Democratico rilancia la pista internazionale, questa volta libica, già proposta dai condannati per depistaggio, pur di insinuare il dubbio, di rimettere in discussione la “pista nazionale”, di separare la strage di Ustica da quella di Bologna.

Offrire una verità mediatica che sia difforme da quella giudiziaria è un metodo di depistaggio ipocrita perché portato avanti da personaggi che, ufficialmente, ostentano fiducia nella magistratura e, in pratica, ne denigrano l’operato.

Hanno un gioco facile perché Roma non è Buenos Aires e l’Italia non è l’Argentina. Lì ci cono state le madri di Plaza de Majo, che ogni settimana si riunivano in piazza per protestare contro i governi: qui abbiamo i familiari delle vittime, che ostentato deferenza ed ossequio ai governi ed alle istituzioni.

Vogliono costoro la verità dando forza, con i loro ossequiosi omaggi, a coloro che la osteggiano e la negano.

E, per questa ragione, che la verità dobbiamo trovarla senza di loro, se non contro di loro.

Opera, 12 luglio 2020

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