Il Golpe d’Estate

Leggere la storia italiana senza secondi fini, senza cioè voler rimpinguare il conto in banca, favorire forze politiche, pubblicare le “veline” dei servizi segreti o appiattirsi nell’esaltazione delle sentenza della magistratura, permette di ritrovare quel filo di continuità che, a partire dal 1960, ha contraddistinto il ventennio dei “golpe” italiani, tutti falliti ma sempre tentati.

Si scopre che per i “golpisti” di centro è l’estate la stagione preferita per provarci.

Dal luglio 1960 al luglio del 1964, al luglio del 1969, mese in cui secondo il capo della polizia, Angelo Vicari, doveva avvenire il “golpe” poi rinviato a dicembre, all’agosto del 1974 con il “golpe bianco” di Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi, i mesi estivi con gli italiani in vacanza e le fabbriche chiuse per ferie, sono quelli preferiti dai “congiurati” di Stato.

A questo elenco manca, per opportuna distrazione degli storici, il golpe dell’estate del 1970.

Il famoso “golpe Borghese” non si doveva svolgere nel mese di dicembre del 1970, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre, ma in estate, esattamente nel mese di agosto.

Lo dicono i documenti mai valorizzati, come il memoriale di Guido Paglia, consegnato al Sid, nel quale si specifica che l’operazione golpista era iniziata nel mese di giugno del 1970.

Lo dicono i fatti che vedono l’esplodere della rivolta di Reggio Calabria, la strage di Gioia Tauro, la mancata strage di Verona.

Qualcuno si è chiesto se la rivolta di Reggio Calabria, iniziata il 14 luglio 1970, dopo che come capoluogo di Regione era stato scelto Catanzaro, possa rientrare nell’ambito della strategia della tensione.

È una domanda retorica perché i protagonisti sono gli stessi che hanno concordato l’alleanza per il golpe del 1969: n’drangheta e Fronte Nazionale, qui evidenziato come Avanguardia Nazionale.

Certo la rivolta di Reggio Calabria non nasce dal nulla ma riposa su motivi campanilistici, economici, politici e finanziari sui quali s’innesta la strumentalizzazione di chi ha l’interesse ad esasperare il disordine pubblico.

Non è difficile.

È imminente un golpe per riportare l’ordine in Italia, quindi è necessario destabilizzare l’ordine pulbblico, compito per il quale ci sono gli specialisti di Avanguardia Nazionale, che, istruiti nelle tecniche di infiltrazione, provocazione, e guerriglia urbana dai manuali posti a disposizione da Yves Guérin Serac e dai suoi colleghi dell’Oas, hanno già fatta esperienza nelle piazze italiane, e partire da Valle Giulia.

A Reggio Calabria si muovono in un ambiente amico, con Felice Zerbi che è in contatto con tutte le cosche, con Stefano Delle Chiaie, conosciuto e stimato da Antonio Nirta di San Luca, all’epoca il più rispettato e temuto esponente della n’drangheta, e da altri boss dell’Aspromonte, come Tommaso Consentino di San Giorgio Morgeto, Beppe Piromalli e Ciccio Canale.

Con amici e alleati siffatti, per gli uomini di Junio Valerio Borghese è stato facile strumentalizzare il risentimento dei reggini per alzare al massimo il livello di scontro con le forze di polizia, con i morti e i feriti per le strade e le piazza della città.

Il Fronte Nazionale e Avanguardia Nazionale non sono partiti politici, non cercano a Reggio Calabria consensi elettorali e deputati da portare in Parlamento, hanno però un golpe da fare in tempi molto brevi, e turbare la già turbata opinione pubblica italiana con nuove violenze è quanto serve.

Se poi agli uccisi per le strade si aggiungono anche quelli provocati da una strage, tanto meglio. Cosa c’è di più efficace per spaventare gli Italiani di stragi indiscriminate contro i civili che avvengono sui mezzi di trasporto ferroviari? Ci avevano già provato sull’Alpen Express il 30 settembre 1967, poi avevano scelto le banche il 12 dicembre 1969, a Milano e Roma, ora colpiscono a Gioia Tauro, il 22 luglio 1970.

Se la strage non è un’arma risolutiva è comunque un valido apporto alle ragioni di quanto vogliono fare un golpe per ridare agli Italiani ordine e sicurezza.

Lo strage di Gioia Tauro, sulla quale poco si è sempre scritto, anche per l’apparente mancanza di una motivazione logica che la giustificasse, rientra nel disegno della destabilizzazione per stabilizzare.

Perché il golpe è pronto e più sangue scorre più la sua riuscita è certa, fra il plauso del popolo.

È il golpe denominato impropriamente “Borghese”, che deve scattare nel mese di agosto: solo che qualcuno tradisce, o meglio si accerta se gli Stati Uniti concordano e lo sostengono.

Il 7 dicembre 1970, l’ambasciatore americano a Roma, Graham Martin, invia una nota al Dipartimento di stato a Washington nella quale riferisce che, per Ferragosto, è previsto un “colpo di Stato” come riferito da fonti attendibili: il generale Vito Miceli, comandante del Sios esercito, che ne ha riferito a James Clavio, addetto militare dell’ambasciata, e “un noto uomo d’affari americano”, di cui viene taciuto il nome.

Il Dipartimento di stato esprime la sua contrarietà, perché il tentato colpo di Stato potrebbe avere «risultati potenzialmente disastrosi».

Graham Martin fa avvertire Junio Valerio Borghese della contrarietà del Dipartimento di stato su un golpe che se fallisse comporterebbe un massiccio spostamento di voti a sinistra e, in caso contrario,

«potrebbe comportare imprevedibili ripercussioni sull’equilibrio del Mediterraneo».

La diplomazia americana è pertanto attestata su una linea di estrema prudenza, e poco le interessa se il nuovo governo verrà subito riconosciuto da Spagna, Grecia ed Israele, mentre la Germania federale attenderebbe il giudizio degli USA.

Il no del padrone americano rimette a caccia i “patrioti” italiani, ben consapevoli di non poterne sfidare le ire.

Per quanto riguarda l’economia di questo articolo, è provato che il golpe del Ferragosto del 1970 c’era, bello e pronto: che la base golpista di Avanguardia Nazionale fosse in prima linea a Reggio Calabria ad esasperare i disordini con gli n’dranghetisti, non è una mera casualità, ma un’operazione che s’inquadra nella preparazione del “colpo di Stato”, come la strage di Gioia Tauro.

Sempre nell’ambito della preparazione e giustificazione del golpe rientra la mancata strage alla stazione ferroviaria di Verona del 28 agosto 1970.

Strage dimenticata perché fallita, ma che andrebbe rivalutata alla luce della strage di Bologna del 2 agosto 1980, che da essa trae spunto ed esempio.

Il golpe Borghese alla fine si farà, dopo aver ottenuto il beneplacito americano al più alto livello, quello del presidente Richard Nixon, con gli esiti fallimentari che tutti conosciamo.

Anche la violenza a Reggio Calabria non si fermerà, ma andrà via via scemando, fino a spegnersi del tutto dopo il fallimento del golpe del 7-8 dicembre 1970.

Sono passati cinquant’anni dalla rivolta di Reggio Calabria e dalla strage di Gioia Tauro, per i cui morti nessuno ha eretto un muro della memoria, almeno come risarcimento per aver tentato di farli passare come vittime di un deragliamento ferroviario.

Invece no, la rivolta di Reggio Calabria, con il suo carico di morti, di feriti, di imprigionati, è stata alimentata consapevolmente da quanti da una protesta legittima contavano di trarre il massimo vantaggio per i loro progetti golpisti.

Non aver collegato mai la rivolta di Reggio Calabria, iniziata il 14 luglio 1970, e la strage di Gioia Tauro, compiuta il 22 luglio 1970, da persone legate al Comitato d’azione per Reggio capoluogo, con il golpe Borghese previsto per il 15 agosto 1970, ha spezzato quel filo di continuità che lega i tentativi di golpe e le azioni stragiste, che ci fermeranno solo dopo il 2 agosto 1980.

La manovalanza avanguardista, che opera agli ordini di Junio Valerio Borghese, che troviamo in veste di provocatrice a Valle Giulia, di stragista a piazza Fontana e, poi, di golpista il 7-8 dicembre 1970, opera ed agisce alla luce del sole a Reggio Calabria, nel luglio del 1970: e nessuno ipotizza una connessione fra questi fatti, non riconosce i tratti dell’identica strategia di morte che doveva salvare l’Italia dal comunismo internazionale?

Certo la “distrazione” degli storici italiani ha consentito di non mettere a fuoco la responsabilità degli Stati Uniti in un “golpe” che si pretende ancora oggi “eversivo” (anche se sul piano giudiziario si afferma che non c’è stato), così come quella del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, e del presidente del consiglio, Emilio Colombo.

I due sono stati informati dall’ambasciatore americano, Graham Martin, come da lui richiesto al Dipartimento di stato nel mese di agosto del 1970?

C’è stata una comunicazione orale e riservatissima?

Se sì, la tesi che il golpe del 7-8 dicembre 1970 è stato una trappola per Borghese ed i suoi amici acquisisce consistenza, ed il provvidenziale contrordine è stato la salvezza, dei congiurati.

In fondo, per partiti di centro come la Dc o il Psdi sventare un golpe “fascista” che attentava alla democrazia equivaleva a denunciare un tentativo eversivo della sinistra.

Anche in questo caso, la proclamazione dello stato di emergenza sarebbe stata ampiamente giustificata, con il vantaggio di non apparire un’azione rivolta direttamente contro il Pci e solo contro la sinistra.

A parte queste considerazioni, concludiamo esprimendo la speranza che altri vogliano approfondire il peso che la rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro, così come quella, mancata, di Verona, hanno avuto nella storia della strategia della tensione: strategia di Stato e di regime.

Opera, 11 luglio 2020

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