La Data Dimenticata

Scrivere storia, quella vera, con la S maiuscola in questo Paese non è facile, come posso testimoniare io che ho scelto di farlo vivendo in un mondo miserabile e di miserabili, dove i secondini rubano libri e rispediscono pacchi di libri al mittente e si spingono fino ad imporre il grottesco divieto dei correttori necessari per chiunque scriva a macchina.

Questa è, forse, la ragione che mi permette di scrivere la storia per quella che è stata ed è.

Non sono difatti interessato agli elogi, al conto corrente in banca, alla fama alla quale, in Italia, si giunge con l’affermazione delle menzogna.

Io, invece, ho scelto la verità.

Una premessa doverosa per introdurre un commento all’articolo di Gianfrancesco Turano pubblicato dalla rivista della Fiat, L’Espresso, il 19 luglio, dedicato alla strage di Gioia Tauro.

Nello scritto di Turano non ci sono menzogne eclatanti, tranne l’abituale fandonia dei “fascisti” onnipotenti ed onnipresenti, ma un’omissione gravissima che toglie valore a tutto il resto.

La verità è racchiusa, per quanto riguarda la rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro, in due date: 14 luglio-15 agosto 1970.

La prima segna l’inizio della rivolta reggina, la seconda quella in cui doveva svolgersi il golpe organizzato da Junio Valerio Borghese.

Sono passati cinquant’anni da quegli eventi ma, ancora oggi, Turano scrive che Borghese

«sta preparando il colpo di Stato della notte dell’Immacolata, da lì a cinque mesi»

cioè il 7-8 dicembre 1970.

Non è vero.

Il golpe doveva avvenire il giorno di Ferragosto del 1970 e, se non si è verificato, è stato per l’intervento del generale Vito Miceli, all’epoca comandante del Sios-Esercito, che ne rende edotto l’addetto militare dell’ambasciata americana, James Clavio, che, a sua volta, ne informa l’ambasciatore Usa a Roma, Graham Martin, il quale interessa subito il Dipartimento di stato a Washington.

Questa verità ce la raccontano con dovizia di particolari i documenti americani, il primo dei quali risale al 7 agosto 1970 (Telegram from the Embassy in Italy to the Department of State, Planning for possible coup attempt week of 10 August, August 7, 1970, doc. n. 196, in FRUS 1969-1976, vol. XLI Western Europe -NATO 1969-1972, Italy, p. 667 ).

Ad otto giorni della data fissata per il golpe, Junio Valerio Borghese e i suoi complici vengono fermati dal divieto imposto dal Dipartimento di stato tramite l’ambasciata americana a Roma.

La rivolta di Reggio è già iniziata, il 14 luglio, e la strage di Gioia Tauro è ormai avvenuta il 22 luglio, quando mancano tre settimane al golpe.

In questo caso i disordini precedono la strage, mentre in quella di piazza Fontana (12 dicembre 1969) e del treno Torino-Roma (7 aprile 1973) i disordini devono essere successivi (Roma, 14 dicembre 1969; Milano, 12 aprile 1973), ma la tattica è sempre la stessa.

I golpisti, che poco hanno di fascismo e tanto di democristiano, poggiano la loro speranza di modificare con un colpo di stato istituzionale la democrazia italiana da parlamentare in autoritaria sull’incremento del disordine pubblico.

Più s’intensificano gli scontri di piazza, più ci sono stragi, morti e feriti, maggiore è la possibilità che “il grido dolore” dei “patrioti” che vogliono salvare l’Italia e gli Italiani dall’abbraccio mortale del comunismo internazionale venga raccolto, e venga sostenuto il loro tentativo di modificare la realtà politica con la forza, non contro i poteri costituiti ma con il loro assenso e la loro complicità.

Ricordare, a distanza di mezzo secolo, la strage di Gioia Tauro senza spiegare le ragioni per le quali è stata compiuta non è scrivere storia, ed è fare un torto alla verità.

Verità che non è mai stata scritta sul golpe Borghese del 7-8 dicembre del 1970, perché inconfessabile da parte di un regime golpista e stragista.

Difatti, la storia di questa golpe inizia nel 1968, prosegue nel 1969, e poi nel 1970, 1973, fino all’agosto del 1974. La storia del golpe Borghese è quella dei “golpe” italiani ai quali il “principe nero” presta la faccia, anche se non è lui il principale protagonista, che andrebbe ricercato nel repubblicano e antifascista Randolfo Pacciardi, coadiuvato dal liberale e antifascista Edgardo Sogno, dal democristiano e antifascista Giulio Andreotti per fare un nome fra i più importanti, di tanti che andrebbero fatti.

Difatti, sarebbe di rilevante importanza sapere se il generale Vito Miceli, comandante del Sios-Esercito, abbia informato dell’ imminente golpe del 15 agosto 1970, oltre a James Clavio, anche i suoi superiori gerarchici, il capo di Stato maggiore dell’Esercito e quello della Difesa.

Lo ha fatto?

La risposta non c’è, perché la domanda non è mai stata posta sul piano storico, giudiziario e politico. Di certo c’è che Vito Miceli nel mese di ottobre del 1970 sarà nominato direttore del Sid e, in questa veste, cancellerà le tracce del fallito golpe Borghese del 7-8 dicembre 1970, autorizzata questa volta personalmente del presidente americano Richard Nixon.

L’ufficiale prediletto da Aldo Moro, che lo ha definito “un uomo buono”, ha tradito la Repubblica tacendo quando sapeva sul “golpe” prima e dopo aver assunto la direzione del servizio segreto militare?

Sì, se i congiurati tramavano contro la Repubblica. No, se gli stessi ne erano i primi difensori.

Ma c’è un’altra domanda che mai è stata posta. L’ambasciatore americano Graham Martin chiede al Dipartimento di stato se doveva informare il presidente del Consiglio italiano, Emilio Colombo, e il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, del golpe in preparazione.

Il Dipartimento di stato autorizzò il diplomatico a farlo oppure no?

Se teniamo presente che i “congiurati” andarono avanti, che il 7-8 dicembre 1970, tentarono di fare quello che gli americani gli avevano impedito il 15 agosto 1970, dovremmo pensare che il governo americano preferì tacere quanto sapeva ai due più alti rappresentanti della Repubblica, amica, alleata e suddita degli Stati Uniti.

Non possiamo, però, esserne certi: anzi, la lettura degli eventi del 7-8 dicembre 1970 ci suggeriscono che venne posto in atto un doppio o triplo gioco di cui i protagonisti non erano Junio Valerio Borghese ed i suoi complici.

Li fecero andare avanti perché era per loro un trappola che il Sid e la divisione Affari Riservati riuscirono a non far scattare?

L’ipotesi è attendibile e, in questo caso, in quella cioè di una trappola per presunti fascisti, non è da escludere la responsabilità del presidente della Repubblica Saragat, verso il quale s’indirizzò l’odio e la ostilità dei congiurati.

In fondo, per uno come Saragat l’Italia poteva essere salvata dal comunismo anche con la proclamazione di uno stato di emergenza causato da un tentato “golpe fascista”: il risultato sarebbe stato raggiunto egualmente perché la scure della democrazia si sarebbe abbattuta sugli “opposti estremismi” rappresentati dai “neri” e dai “rossi”.

Non abbiamo gli elementi per dire se questo fu il gioco, ma li abbiamo tutti per affermare che la rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro s’incastrano perfettamente nel mosaico di golpe e contro-golpe che hanno contraddistinto le guerra civile italiana.

La strage di Gioia Tauro non è una «bomba dimenticata», come scrive Turano, ma è quella di una storia non scritta, perché si preferisce non scriverla, in modo da alterare la realtà storica e cancellare i delitti del regime.

Se le bombe e i mitra uccidono gli uomini, le menzogne ammazzano i popoli e le Nazioni, che non possono sopravvivere se il loro passato è intessuto solo di menzogne.

Di questo regime conosciamo solo le ombre e la sole luce potrà venire dalle verità e dalla sua affermazione, non perché esso possa dichiararsi infine “democrazia compiuta” ma perché possa finalmente scomparire.

Opera, 19 luglio 2020

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