Gotorate

Ci eravamo felicitati con noi stessi per la fine dell’inchiesta di Miguel Gotor, pubblicata dalla rivista della Fiat L’Espresso, per insinuare che la strage di Bologna è stata fatta su ordine del colonnello Gheddafi e, invece, ci ritroviamo con un nuovo articolo con un titolo questa volta esplicito: “Il filo libico che lega Ustica a Bologna”.

Leggiamo l’ultima “gotorata” nella speranza che, questa volta, ci indichi il tramite fra il colonnello libico e gli autori della strage del 2 agosto 1950.

Non lo troviamo.

Ricordiamo, viceversa, che l’ambiente di Valerio Fioravanti e stragisti vari era legato alla Falange libanese, nei cui campi molti di loro si erano addestrati giusto in quel periodo.

E la Falange libanese ci porta ad Israele ed ai suoi servizi segreti che, in Veneto, erano in contatto con Carlo Maria Maggi e stragisti in servizio permanente effettivo.

Se andiamo a vedere quali erano i collegamenti internazionali degli italici stragisti, troviamo la Cia, i servizi segreti militari statunitensi, quelli francesi e quelli israeliani.

Mezzo secolo di indagini sugli ambienti stragisti veneto-romani non hanno mai evidenziato il loro rapporto con i libici, e non basta certo l’affermazione di un mentitore e confidente del Sid come Maurizio Tramonte per creare un collegamento mai esistito.

Non basta arrampicarsi sugli specchi come fa Miguel Gotor,per provare l’esistenza di un “filo libico” fra la Libia, Ustica e Bologna, fra Gheddafi, Jerry e Morticia.

Il “filo” non c’è perché non ci sono gli emissari, gli agenti di collegamento tra il colonnello libico e gli stragisti.

E mente, Gotor, quando afferma che esistevano

«rapporti tra quei sicari con la galassia neofascista del Triveneto»,

dove si riferisce agli agenti libici giunti in Italia per ammazzare i dissidenti con la complicità del Sismi.

Una verità non si costruisce affastellando menzogne, come fa Miguel Gotor, che non ha un solo indizio per collegare i libici ai componenti della cellula spionistica e stragista veneta.

Lo dice e basta. Ma non basta a noi e a coloro che, come noi, cercano la verità.

Dimentica Gotor che a Milano il 30 luglio 1980 ci fu un tentativo di strage che ha visto fra i suoi indiziati Gilberto Cavallini, lo stesso che tre giorni dopo stava insieme a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro in Veneto.

I libici non c’erano nella mancata strage di Milano, che è stata opera della sola manovalanza indigena? E quella mancata strage a quale logica rispondeva?

La volta scorsa, Gotor, ha elencato i favori fatti ai libici, alcuni dei quali francamente ignobili, per concludere che Gheddafi aveva ordinato la strage di Bologna.

Ora rimedia, elencando quelli che, a suo avviso, sono i punti di contrasto fra il governo italiano e quello libico.

Uno sarebbe l’incastro, operato in sintonia dai servizi segreti italiani e francesi, nei confronti di Bill Carter, fratello del presidente americano Jimmy Carter, che aveva preso une tangente di 50 mila dollari nella compravendita di petrolio libico.

Non crediamo che Muamamar Gheddafi si sia disperato per questa ragione, ammesso che avesse saputo o compreso che dietro l’operazione c’erano i servizi segreti italiani e francesi, ben decisi a favorire Ronald Reagan, candidato alle elezioni presidenziali contro Jimmy Carter.

Il punto più controverso è rappresentato dal contenzioso su Malta, che aveva chiesto la protezione italiana contro le ingerenze libiche finalizzate allo sfruttamento delle risorse energetiche trovate nel mare attorno all’isola, in una zona contesa fra Malta e Libia.

Non stiamo parlando delle contesa fra due potenze, la Libia e l’Italia, ma fra due impotenze, quella libica e quella italiana: perché la prima non può aggredire militarmente Malta senza provocare la reazione della Nato e degli Stati Uniti, e la seconda non può difenderla senza il sostegno della Nato e degli Stati Uniti.

Quando il premier maltese chiede la protezione dell’Italia sa bene che si porrà sotto l’ombrello della potenza militare occidentale nell’area che Muammar Gheddafi non potrà mai sfidare.

Muammar Gheddafi sa bene che l’Italia è un’impotenza politico-militare nel Mediterraneo, e che non rappresenta un pericolo per lui e la sua politica.

Il nemico del colonnello libico è la Francia, l’Italia è amica e probabilmente solidale, come dimostra la consegna dei nomi e degli indirizzi dei dissidenti libici da ammazzare in Italia, e la scarcerazione dei killer arrestati.

Non è, quindi, Malta motivo di rappresaglia anti-italiana da parte di Gheddafi, al quale i politici italiani non riservano ancora il vomitevole bacio della mano fatto dal pregiudicato Silvio Berlusconi anni dopo, ma nella sostanza il servilismo è quello.

Rimane Ustica.

Gotor si spreca.

Ci dice per la prima volta che l’Italia partecipò al tentativo di eliminazione del colonnello Gheddafi il 27 giugno 1980, comunicando alla Francia e alla Nato il piano di volo del colonnello sui nostri cieli.

A parte il fatto che i cieli non sono più nostri da quando abbiamo perso la guerra, è certo che sono sotto il totale controllo della Nato, che non deve attendere le informazioni fornite dall’Italia per sapere quale rotta seguano gli aerei libici diretti nei Paesi dell’Est europeo.

I piani di volo la Nato li conosce già.

Ed è degno di nota che Gotor, per offrire questa inedita verità sulla strage di Ustica, che vede glitaliani dalle parte dei congiurati contro Gheddafi, dia del mentitore all’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga il quale ha dichiarato che fu proprio il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, ad informare il colonnello libico e a salvargli la vita.

Menzogne, secondo Gotor, tant’è, dice, che non ci sono prove a sostenere le versione di Cossiga. La verità è quella che, dopo quarant’anni, ci racconta lui senza, manco a dirlo, suffragarla con uno straccio di prova o almeno qualche indizio.

E, allora, se così fosse, perché Gheddafi favorisce il governo italiano nel coprire l’abbattimento del Mig libico ritrovato il 18 luglio 1980 sulla Sila, facendo dichiarare che era uscito di rotta per un malore del pilota?

Se Muammar Gheddafi avesse voluto vendicarsi del governo italiano per il suo presunto tradimento, avrebbe potuto rivelare quello era accaduto sul cielo di Ustica il 27 giugno, provocando in Italia violentissime reazioni politiche, in Parlamento e nelle piazze.

Viceversa occulta la verità, e concorda con il governo italiano la versione da dare sul ritrovamento dell’aereo libico sulla Sila il 18 luglio 1980.

Gheddafi la verità la conosce e, il 5 gennaio 1990, a Tripoli, nel corso di una conferenza stampa, la racconta sia pure parzialmente affermando che in effetti quel 27 giugno 1980 il suo aereo personale era in volo, ma che egli non era a bordo, cosicché gli americani presero un abbaglio abbattendo un aero italiano e uno libico, convinti di aver ucciso lui ed un esponente palestinese.

Muammar Gheddafi conferma, con quasi dieci anni di ritardo, che quel 27 giugno 1980, con il Dc-9 Itavia, venne abbattuto anche un Mig libico: ma perché allora il 18 luglio di 10 anni prima aveva favorito il depistaggio nelle indagini?

La realtà è che i Gotor (sono tanti come lui) ignorano o fingono di ignorare che Muammar Gheddafi ha in mano un’arma di elevata distruzione contro il governo italiano ed i suoi alleati, capace di scuotere l’Italia fin dalle fondamenta: la verità su Ustica.

Ma non la usa, anzi, favorisce il depistaggio. E, due settimane dopo, avrebbe fatto compiere la strage di Bologna per una vendetta la cui finalità è incomprensibile, perché questa non provoca neanche un crisi di governo?

Fosse stata vera la responsabilità libica nel massacro di Bologna, sarebbe stato il governo italiano ad avere un’arma micidiale di ricatto nei confronti del dittatore libico.

Se l’Italia avesse accusato e provato le accuse contro Muammar Gheddafi per il massacro di Bologna, ne avrebbe ottenuto l’isolamento internazionale, perché nemmeno i governi arabi avrebbero potuto esprimergli solidarietà.

E invece che fa, secondo Gotor e compari?

Cancella le prove e depista le indagini su mandanti, organizzatori ed esecutori materiali.

E, se gli esecutori materiali della strage non erano collegabili ai libici, dando per certo che anche se lo fossero stati non avrebbero mai potuto ammettere la responsabilità di un massacro del genere, perché li hanno coperti?

Se da Jerry e Morticia Fioravanti non si sarebbe giunti nemmeno ad un usciere dell’ambasciata libica, figurarsi a Gheddafi – perché garantire loro l’impunità?

Non ha senso, non ha logica che i vertici dei servizi segreti italiani, militari e civili, lo stesso Licio Gelli, si siano impegnati ed esposti per salvare la famiglia Adams, la cui condanna non avrebbe mai potuto compromettere l’amico Muammar Gheddafi e la Libia.

La verità è che, dopo aver proposto la pista libica su iniziativa dei condannati per depistaggio, (Santovito, Pazienza, Gelli), quella palestinese nata dalla fantasia di Jerry, Morticia e compari, rimane valida solo quella italiana e questa porta ad Ustica.

Un massacro per coprire un massacro? Un depistaggio per occultare un altro depistaggio?

In un Paese normale, in cui la classe politica avesse avuto a cuore gli interessi, i beni, la vita dei propri cittadini sarebbe stato difficile, se non impossibile, ipotizzarlo.

Ma questa classe politica, che ha annoverato fra sue file massacratori di Italiani, personaggi che richiedevano agli alleati i bombardamenti aerei sulle città per ammorbidire il morale della popolazione, che ha fomentato odio e non ha esitato a provocare una guerra civile, è certamente in grado di agire nel modo più spietato per coprire le proprie responsabilità e quelle degli alleati-padroni.

Bologna per Ustica, depistaggio per depistaggio, mai finiti, mai conclusi, sempre riproposti come ora: sì è possibile, anzi è certo.

Opera, 19 luglio 2020

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