Sergio Zavoli intervista Vincenzo Vinciguerra

di Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, 1992

D. Vincenzo Vinciguerra, catanese, 40 anni. Lei è l’unico reo confesso – questo è il termine tecnico – di una strage. Se nell’84 non avesse preso l’iniziativa di parlare, il colpevole della strage di Peteano del 1972 forse non l’avremmo mai conosciuto e lei, forse, non sarebbe qui a scontare l’ergastolo. In realtà, come va chiamata questa sua presunta confessione?

Ci sono due punti, due punti importanti da chiarire: non c’è stata nessuna confessione. C’è stata un’assunzione di responsabilità, preannunciata in un interrogatorio ai magistrati di Bologna il 20 giugno 1984. Quindi assunzione di responsabilità che può essere intesa e deve essere intesa come rivendicazione, eventualmente, dell’attentato; non come atto di costrizione, come potrebbe fare intendere, e come fa intendere, il termine confessione.

L’altro punto riguarda il termine strage. Giuridicamente è strage qualsiasi fatto provochi la morte di più di due persone, o comunque che ponga in pericolo l’incolumità di diverse persone. La strage, su un piano etico, su un piano morale, è quella che colpisce indiscriminatamente obiettivi civili, falcia la popolazione civile, nelle banche, nelle stazioni ferroviarie, sui treni. Un obiettivo militare colpito nell’ottica di un attacco allo Stato non può essere definito strage, giuridicamente, ma non su altri piani, non può essere messo sullo stesso livello dell’attentato di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, della stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

D. Lei ha chiamato Peteano un atto di guerra contro lo Stato.

Esatto.

D. E quei carabinieri che non sapevano di essere in guerra?

Ma i carabinieri sapevano di essere in guerra perché lo Stato lo è da anni. Ancora prima del 1972 si parla di conflitto, in Italia, Perché dire che non sapevano?

D. Perché un conflitto va dichiarato e presuppone due parti disposte a combatterlo…

… e c’erano infatti le due parti!

D. In uno Stato di diritto, la parte che lei considera avversa non ha mai inteso partecipare a una guerra.

Ma io dico di più. Dico una cosa diametralmente opposta alla sua. Dico che lo Stato ha dichiarato una guerra senza avvertire la popolazione e l’ha fatta, questa guerra,; quindi i carabinieri di Peteano, lei ha ragione, non avevano colpe specifiche, su questo punto concordo, e proprio per questo non ho usato il termine rivendicazione, fino ad oggi. Ma dire che non c’è stata una guerra, che non c’era una guerra, già nel 1972, è cosa inesatta.

D. Guerra contro chi? Contro cosa?

Da parte mia, guerra contro lo Stato, da parte dello Stato guerra contro questa Nazione.

D. Cioè lo Stato che fa la guerra a se stesso?

Lo Stato strumentalizza oppositori, crea una situazione di scontro, destabilizza l’ordine pubblico al fine di stabilizzare l’ordine politico.

D. Cominciamo dal principio. Lei apparteneva a Ordine Nuovo?

Sì, ho iniziato la mia attività nel Movimento sociale italiano, poi sono passato a Ordine Nuovo.

D. Ma voi non volevate un partito, volevate un fronte di guerra?

Noi eravamo impegnati in un’attività politica contro un sistema di partiti che non poteva trovare il nostro favore. Io non sono democratico, non ero democratico e rimango antidemocratico perché non credo alla democrazia, non credo che esista un regime democratico.

D. Qual era stata, prima di Peteano, l’attività del suo gruppo e la sua? Quali furono le azioni più importanti?

No,guardi, non è che siano state azioni eclatanti. È l’attività di un gruppo politico che si affida al volantinaggio, partecipa alle manifestazioni di piazza, fa opera di proselitismo, un’attività più che normale.

D. Mette qualche bomba…

Qualche bomba è stata messa a partire dal novembre 1971. La prima fu alla Democrazia cristiana, in coincidenza dell’ingresso dei blindati dei carabinieri a Reggio Calabria. Come vede, già in quell’attentato non c’è l’ottica del neofascista che vede nell’Arma dei carabinieri o nelle forze di polizia i corpi sani della nazione, che contrappone lo Stato al regime. Infatti il primo attentato fu di protesta contro questo intervento delle forze di polizia a Reggio Calabria e colpì la sede provinciale della Democrazia cristiana a Udine.

D. In quali circostanze maturò la decisione di compiere l’azione di Peteano?

L’attentato di Peteano non è che matura in un giorno. Nasce da un’analisi, un’analisi che inizia sul finire del 1969. Un’analisi che coinvolge quella che è l’esperienza mia personale in quello che è la valutazione del mondo neofascista, e quindi della nostra azione. E nell’analisi si arriva praticamente alla conclusione di uno scontro frontale con lo Stato. Peteano è stata un segnale.

D. Chi fu il teorico di quella azione? Lei, che parte ebbe in quella fase?

Guardi che io ho rivendicato l’ideazione, l’organizzazione, l’esecuzione dell’attentato di Peteano. Io non ho mai avuto un teorico, sono stato contemporaneamente il teorico e il pratico.

D. Uccidendo dei carabinieri, che cosa contava di ottenere?

Contavo di lanciare un segnale perché venisse meno questa strumentalizzazione che veniva fatta nel mondo neofascista da parte dei suoi dirigenti, che non potevano continuare a frequentare gli stati maggiori e i servizi di sicurezza e contemporaneamente proclamare la guerra al sistema e l’eredità della Germania nazionalsocialista.

D. Perché sceglieste proprio quel luogo?

Lo scegliemmo perché era un posto isolato. Un posto nel quale non potevano essere coinvolti i civili. Anche la dinamica dell’attentato, anche la telefonata venne fatta in quest’ottica, perché quando mi accorsi che questa trappola, questo agguato, perché sempre agguato rimane, non era scattato, lì restava una macchina che chiunque poteva far detonare. Bastava un curioso, bastava anche un bambino; e di conseguenza, feci telefonare e la telefonata provocò l’accorrere dei carabinieri e quindi l’attentato ebbe l’esito che si prefiggeva.

D. Lei si è definito, se non ricordo male, un soldato politico. Che cosa significa?

Che ho delle idee.

D. È da soldato attirare tre vittime inconsapevoli in un tranello mortale?

Ma questa non è la guerra classica. Questa è la guerra che i tecnici degli stati maggiori, compreso quello italiano, chiamano «non ortodossa». La guerra che ha per obiettivo le menti, le coscienze, i cuori e gli animi degli uomini, non i territori. La guerra «non ortodossa» non risponde alle regole della guerra classica: e questo degli agguati, degli attentati, non è che un mezzo, uno dei tanti impiegati in questo tipo di guerra anche dai militari in uniforme ai quali, però, nessuno rimprovera l’adozione di certi metodi. Si rimprovera soltatno a coloro che non hanno un’uniforme visibile.

D. Mi perdoni, non le sembra un eufemismo chiamare guerra impropria l’uccisione di tre ragazzi?

No, non erano tre ragazzi. Erano tre uomini che avevano scelto una loro via, indossavano una divisa, rappresetnavano lo Stato. Io non credo neanche che sia logico cercare il piano umano, su queste faccende. Per quei tre ragazzi che lei cita, morti a Peteano, il termine assunzione di responsabilità, che oggi modifico in rivendicazione, l’ho utilizzato proprio perché erano tre carabinieri che non avevano colpe specifiche, se non quella di avere indossato la divisa e di essersi trovati lì quella sera.

D. Lei allora dichiarò guerra a quello stesso Stato di fronte al quale, poi, per usare il suo stesso linguaggio, non confessa ma si assume delle responsabilità. Parrebbe esserci una incongruenza fra queste due cose, e, in ogni caso, non rinuncio a farle queste domande: che cosa è successo nel frattempo? Poiché degli anni sono passati, in cui lei sarà pure cambiato in qualcosa!È cambiato lei o è cambiato lo Stato, sono cambiati gli scenari o le strategie? O è semplicemente un caso di coscienza e non è cambiato assolutamente nulla?

Io non sono stato arrestato. Io mi sono costituito il 12 settembre 1979. Anche questo si è prestato, poi, all’interpretazione di un atto di resa allo Stato. Invece così non era. Ebbi modo di riflettere, riflettevo già da tempo a dire la verità. C’era già una certa predisposizione. E così decisi che era venuto il momento di contribuire al chiarimento, alla ricerca della verità su quella che strategia della tensione, la strategia delle stragi e del terrorismo, e mi assunsi la responsabilità di ciò che io avevo fatto. Non, quindi, in un’ottica di confessione.

D. Si è detto che lo Stato da lei combattuto avesse dei servitori cosiddetti deviati che conoscevano molte cose di voi, e di lei, prima e dopo Petano…

Questi servizi “deviati” fra virgolette, conoscono perfettamente il mondo neofascista. Su Peteano erano informati, sono stati informati nei mesi seguenti l’attentato; non prima, prima non lo potevano né immaginare né prevedere. Quindi non potevano nemmeno intervenire. Sono stati informati per via confidenziale nei mesi seguenti l’attentato con indicazioni generiche e poi, nell’ottobre del’72, hanno avuto in mano degli elementi concreti per poter provare la mia responsabilità nell’attentato di Peteano. Non lo hanno voluto fare. Non lo hanno voluto fare, non perché io ero un uomo da proteggere da parte di questi servizi, e tanto meno da parte dell’Arma dei carabinieri, ma perché contrastava con la strategia politica che stavano portando avanti.

D. È possibile che quei due servitori di due padroni, per così dire, l’abbiano strumentalizzata?

No. Non vedo come potessero strumentalizzarmi. Si sono limitati a lasciarmi stare, a lasciarmi perdere, hanno continuato nella loro strategia che voleva che la violenza, in quel periodo, fosse esclusivamente di sinistra, e non anche di destra. Non hanno fatto nulla, in concreto, per strumentalizzarmi.

D. La sua tesi, cioè che vi fossero stati depistaggi e coperture, fu raccolta dalla sentenza di primo grado, e un certo numero di ufficiali venne di conseguenza condannato; ma, in appello, i giudici hanno poi negato che vi fossero stati depistaggi, coperture, inquinamento delle prove. E quindi hanno assolto quegli imputati. Lei dunque si è autoaccusato, e per questo sconta l’ergastolo, per denunciare fatti che secono i giudici di appello non si sono verificati. È più difficile accusarsi o accusare, Vinciguerra?

Guardi, io le dico questo: il processo in Corte d’assise è durato quattro mesi, quella Corte, per la quale ho il massimo rispetto, per la coerenza e l’onestà con la quale ha agito, ha interrogato 120 testimoni, ha fatto decine di confronti, ha esaminato tutti gli atti, ed è arrivata a delle sue conclusioni. Io non accuso con fatti specifici Mingarelli o Chirico, perché non ho mai avuto rapporti con loro; sono stato interrogato dall’ottobre del 1972 da Chirico per un breve periodo di tempo.

D. Forse va detto che Mingarelli e Chirico erano due alti ufficiali dei carabinieri…

… sì, due ufficiali dei carabinieri, diciamo i maggiori implicati nel depistaggio. Gli elementi concreti in mano alla magistrature sono emersi dalla deposizione di sottufficiali e ufficiali dei carabinieri, dal ritrovamento di verbali alterati, dalla scomparsa di tre bossoli di pistola, da elementi oggettivi e comunque non attribuibili a delle mie accuse generiche. Si legge nella sentenza d’appello che, è vero, sono spariti tre bossoli, ma può capitare; è vero che i verbali sono alterati,però si può comprendere; è vero che qualche firma è falsificata, ma, insomma, può succedere…

D. Lei ha sostenuto che i servizi segreti – io mi ostino a chiamarli deviati – conoscenvano fin dal 1972 l’identità dell’autore dell’attentato di Peteano, cioè lei. Che prove ha per affermare una cosa del genere?

Io ho raccolto un sacco di elementi. Oltre ad alcuni altri di cui potrei parlare se fossi pentito, e che quindi taccio. Ci fu una decisione collegiale di coprire la verità sulla matrice politica dell’attentato di Peteano perché, si ricordi una cosa, i carabinieri di Peteano li ho uccisi io, ma lo Stato che rappresentavano li ha traditi due volte: una volta nell’ottobre 1972, e ancora nell’86, al processo in Corte di assise, pur sapendo allora qual era la verità.

D. La storia di questo ergastolo, Vinciguerra, comincia con la morte dei tre carabinieri in quel lontano 1972. Secondo la vostra ideologia le stragi dovevano servire a sollevare il popolo, per abbattere questo Stato. Non solo tutto questo non è accaduto, non solo il popolo non si è mosso, ma tutta questa vicenda finisce nella sua solitudine: in questo ergastolo, appunto. Tutto ciò lo indice a fare qualche riflessione?

L’attentato di Peteano non poteva provocare alcuna reazione popolare, escludeva il popolo, non lo coinvolgeva.

D. Ma lei si rende conto che il popolo, di fronte alla morte di quei tre carabinieri, ha detto «no» a lei e a quanti la pensano come lei, se mi consente, e non è accaduto nulla e non c’è stata la sollevazione e lo Stato è rimasto quello che era?

Ma il popolo non dire di no perché non gli ho lanciato alcun messaggio. L’attentato di Peteano era un messaggio interno al mondo dl quale appartenevo, non un messaggio diretto al popolo, che non poteva dire nulla, non poteva fare nulla perché al popolo è stata negata la verità. E oggi, questa opinione pubblica a che cosa può dire no? Puo prendere atto che di fronte ad un attentato che è costato la vita a tre carabinieri, lo Stato nega la verità; e chi ha compiuto l’attentato, invece, la afferma. L’afferma prendendo un ergastolo, facendosi un ergastolo, non rifiutandolo. Non chiedo nulla perché non ho nulla da chidere a questo Stato, ma soltanto da dare quello che gli ho sempre dato: il disprezzo che merita.

D. Vinciguerra, lei è qui con questi tre morti che non pesano sulla sua coscienza perché l’eccidio fu compiuto per combattere lo Stato, come lei dice; quella guerra in realtà non c’è stata, e lei consuma qui, nella solitudine, l’illusione di averla combattuta. Che senso vuol dare almeno al suo futuro?

Io ho un futuro che assomiglia molto al passato. Io affermo che questa guerra c’è stata, questo eccidio, come lei lo chiama, non mi pesa sulla coscienza perché è un atto di guerra, rimane un atto di guerra, e quindi non mi può pesare sulla coscienza. Il senso che posso dare al mio futuro è quello di continuare sulla strada che ho intrapreso quando avevo tredici anni, sulla quale ho camminato fino ad oggi e sulla quale continuerò a camminare, in un ergastolo voluto. Non rifiutato, non imposto dallo Stato, ma voluto, cercato, e vissuto con la stessa coerenza che ho sempre mantenuto.

D. Lei è sposato?

No.

D. Se lo fosse, e avesse dei figli, è proprio certo che consegnerebbe loro questo messaggio? C’è qualcosa in cui crede oggi di più umano?

Bisognerebbe intendersi su che cosa è umano. Un tipo di guerra, una scelta come questa esclude, almeno in parte, ciò che è umano. Io, per questo, non ho figli, non ho moglie e non ho affetti. Anzi li ho, ma non verranno mai al primo posto. Se fossero venuti al primo posto non avrei fatto la scelta, non avrei percorso la strada che ho percorso, perché di ciò che faccio io mi assumo le conseguenze. E come sono stato capace d’uccidere, non ho mai avuto timore di essere ucciso o di finire in quella che voi chiamate la morte civile. E su questo ve l’ho dimostrato ampiamente. Anche questo non corrisponde esattamente all’immagine dell’umano. Quindi io sono stato indubbiamente inumano; ma lo sono anche nei miei confronti… e lo sono più nei miei confronti che nei confronti degli altri, e continuerò ad esserlo.

D. …non fosse altro che per espiare…

No, nessuna espiazione. Ho rivendicato un gesto che, per rispetto a quei morti, avevo utilizzato il termine di “assunzione di responsabilità” e oggi mi vedo obbligato ad usare il termine di “rivendicazione” proprio per porre termine a una campagna di disinformazione che mi vuole contrito, pentito, se non altro su un piano morale, in ginocchio di fronte allo Stato-papà. No. Sono in piedi, rivendico l’attentato di Peteano, e continuerò con altri mezzi, con i mezzi che mi sono consentiti dalla situazione nella quale mi trovo, quella guerra che ho iniziato 27 anni fa e che non finirà prima che finisca io. Finirà allo stesso momento.

D. Lei è consapevole del fatto che questa guerra continuerà a farla da solo?

Non è una buona ragione per smetterla.

(fine)

NOTA BENE: i video dell’intervista a Vincenzo Vinciguerra, trasmessa dalla Rai nel corso della trasmissione La notte della Repubblica, curata appunto da Sergio Zavoli, sono reperibili su youtube ai seguenti indirizzi web:

parte prima

parte seconda

parte terza

La storica trasmissione La Notte della Repubblica è poi integralmente pubblicata e liberamente accessibile sul sito di Rai Play.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...