Il Filo Bianco Sporco

È stata la strage dimenticata per anni, anzi possiamo dire fino ad oggi.

Gioia Tauro è rimasta sempre sullo sfondo della tragedia, italiana come massacro “di serie B”, esattamente come i morti ed i loro familiari.

Per loro nessuna commemorazione in pompa magna, nessuna udienza al Quirinale, interviste giornalistiche e televisive negate, tantomeno documentari o film.

La ragione è essenzialmente una sola: nessuno, fra magistrati, storici, giornalisti é stato in grado di comprendere le motivazioni della strage del 22 luglio 1970.

Sì, l’hanno genericamente inserita nella “strategia della tensione” ma senza tanta convinzione, perché appariva, un episodio slegato da ogni contesto anche da quello della rivolta di Reggio Calabria al quale appariva azzerato collegarla.

Neanche quando, grazie alle confessioni di un pentito di n’drangheta, sono stati fatti nomi degli autori materiali della strage, entrambi deceduti, e gli stessi sono stati collegati al Comitato d’azione per Reggio capoluogo, la strage di Gioia Tauro ha conosciuto gli onori della ribalta.

La perplessità era evidente: a cosa poteva servire una strage a Gioia Tauro? Utile per Reggio capoluogo non poteva essere, i “rivoltosi” non avrebbero, e non ne hanno, tratto alcun vantaggio per loro causa.

Un episodio isolato, quindi la strage del 22 luglio 1970? Frutto della iniziativa individuale di qualche n’dranghetista o militante di destra?

No, perché,viceversa, la strage di Gioia Tauro, è collegata alla rivolta di Reggio Calabria che, a sua volta, è collegata agli eventi del 12 dicembre 1969. Gli eventi sono collegati dall’operato della stessa organizzazione il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese di cui Avanguardia Nazionale è il braccio esecutivo. I fatti s’inquadrano nel medesimo disegno criminoso: un golpe istituzionale, fallito per decisione del presidente del Consiglio, Mariano Rumor, il 13 dicembre 1969, riproposto per la data del 15 agosto 1970.

La mano che fa saltare il treno a Gioia Tauro è la stessa che ha ucciso a Piazza Fontana e ha fallito il massacro a Roma il 12 dicembre 1969. I gruppi sono sempre, gli stessi, gli uomini altrettanto, programma identico, lo schema operativo è uguale, l’obiettivo è unico: il “golpe”.

Conosciamo quanto valga la magistratura italiana e lo stesso dicasi per politici, giornalisti e storici nessun dei quali, per mezzo secolo, si è accorto che il “golpe Borghese” era previsto per il 15 agosto 1970 e non per il 7-8 dicembre 1970.

Questa opportuna omissione ha fatto inabissare le strage di Gioia Tauro nel dimenticatoio e falsato la lettura delle rivolta di Reggio Calabria nella quale tutti hanno rilevato la presenza, accanto agli affiliati alla n’drangheta, degli uomini del Fronte Nazionale” e di Avanguardia Nazionale senza che siano stati in grado di comprendere le ragioni vera del loro intervento.

La storia del “golpe Borghese” è troppo imbarazzante per il regime, i suoi giudici, i suoi politici ed i suoi storici in servizio permanente effettivo o di complemento, perché chiama in causa il governo della potenza egemone, gli Stati Uniti, messi al corrente del generale Vito Miceli, comandante del Sios Esercito, il 7 agosto 1970, e quello innominabile di Israele.

Ci hanno fatto fortuna in tanti con la leggenda del filo che collegherebbe gli episodi più tragici della nostra storia, invece il filo era bianco, con striature celesti come la bandiera di Israele.

Junio Valerio Borghese, ancora oggi lo spacciano per il “principe nero”, ma il suo governo, secondo quanto riferito dall’ambasciata americana a Roma al Dipartimento di stato e Washington, il 1 settembre 1970, sarebbe stato subito riconosciuto da Grecia, Spagna (e qui gli antifascisti esultano) e da Israele (e qui gli antifascisti vanno nel panico).

Golda Meir, Moshe Dayan, Menachem Begin, i superstiti della Shoah, erano a fianco del “principe nero” Junio Valerio Borghese, speravano nella riuscita del suo “golpe” da fare con il permesso dei “fascisti” di Avanguardia Nazionale, dei “nazisti” di Ordine Nuovo e così via.

Ci hanno fatto carriera e soldi con la fasulla leggenda del “terrorismo nero”, del “principe nero” che voleva abbattere la democrazia e restaurare la dittatura fascista’ e, invece, si ritrovano con il mondo ebraico schierato a fianco dei presunti fascisti.

Non era certo dal 15 agosto 1970 che Israele guardava con simpatia e speranza al tentativo di fare dell’Italia una democrazia autoritaria capace di porre fine all’avanzata elettorale del Pci se non proprio allo scioglimento di un partito filo-arabo e filo-palestinese.

È questo era l’obiettivo del principe “bianco” Junio Valerio Borghese, con Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Giulio Andreotti, Michele Sindona, Giuseppe Pella, ecc., ecc.: una democrazia autoritaria, uno “Stato forte contro la sovversione rossa”, come recitava un volantino di Ordine Nuovo.

“Sovversione rossa” che, in ubbidienza agli ordini di Mosca, era schierata con gli arabi e i palestinesi di al-Fatah contro Israele.

L’antifascismo vive di menzogne. Hanno arruolato a forza i colonnelli greci fra i fascisti, anche se erano ufficiali che contro l’Italia fascista avevano combattuto, e che avevano fatto un colpo di Stato con la Nato e gli Stati Uniti: hanno infilato fra i fascisti il generalissimo Franco che aveva permesso la fucilazione di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange spagnola, che aveva consegnato ai francesi il presidente del Consiglio della Repubblica di Vichy, Pierre Laval, consentendone la fucilazione; che aveva cercato di consegnare ai belgi Léon Degrelle, comandante della brigata delle Waffen SS Wallonie: vi hanno inserito arche Junio Valerio Borghese, che Benito Mussolini aveva fatto arrestare nel mese di febbraio del 1944.

Insomma tutti fascisti. Anche Golda Meir, Moshe Dayan, Menachem Begin? Domanda legittima, visti i loro legami con il “principe nero” e i suoi complici.

La diplomazia americana aveva bloccato il golpe del 15 agosto 1970, ma non bisogna parlarne perché aveva anche informato di ciò che sapeva, con buona probabilità, anche il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, d il presidente del Consiglio, Emilio Colombo.

E che dire del doppiogiochista Vito Miceli, tanto caro ad Aldo Moro, indicato come uno degli artefici della “strategia della tensione”?

Infine, l’argomento tabù, quello di cui è tassativamente vietato parlare : il ruolo degli israeliani in Italia durante la strategia della tensione, dai rapporti con la destra”golpista” a quelli con la cellula stragista veneta.

Per carità, a parlare sia pure sommi capi c’è da essere accusati di antisemitismo, di vilipendio alla Shoah, di offesa ai pochi superstiti di Auschwitz.

Nulla di tutto questo.

Siamo animati solo dal desiderio e dal dovere di scrivere la verità e questa pretende che, non osando parlare del golpe del 15 agosto 1970, hanno cancellata Gioia Tauro ed i suoi morti dalla storia ufficiale.

Il filo deve restare “nero”, viceversa si evidenzia sempre più che è “bianco”, un bianco sporco di sangue.

Opera, 29 luglio 2020

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