Più Buio che a Mezzanotte

Forse perché è difficile smettere di sperare, ma non rinuncio alla illusione di trovare in qualcuno, non importa chi, il coraggio di riconoscere la verità, quella di base, che consentirebbe di inserire in maniera armonica tutti i tasselli del mosaico relativo alla storia italiana del dopoguerra.

La verità, è una: in questo Paese è esistito un “terrorismo rosso” che ha ha conosciuto due stagioni, la prima dal 1945 al 1949, la seconda dal 1974 al 1982.

A contrapporsi ad esso c’è stato un “terrorismo bianco”, ovvero di Stato, con tutti i suoi addentellati internazionali.

Invece, per spiegare le stragi italiane e quella di Bologna, in particolare, tutti si affannano ad attribuire i misfatti al “terrorismo nero” ed alla loggia massonica P2.

È un fenomeno di malafede e di imbecillità collettiva che investe tutti, con poche eccezioni. È un’accusa che non teme smentite, perché è sufficiente ascoltare quanto raccontano storici e giornalisti in televisione e quanto scrivono su giornali e riviste, per rendersi conto che così è.

Tutti, difatti, elencano puntigliosamente i depistaggi operati a favore dei cosiddetti “terroristi neri” da uomini dello Stato democratico ed antifascista ma, alla fine, convengono che costoro facevano parte dei “servizi segreti deviati”.

O sono cretini o sono disonesti o, più facilmente, sono entrambi le cose.

A battersi contro la verità per affermare l’inesistente innocenza dei “ragazzini” dei Nar ci sono, ancora oggi, politici che appartengono a tutti i partiti, quello democratico per primo, senza contare che a concedergli tutti i privilegi in carcere è stata l’associazione (non posso definirla amministrazione) penitenziaria guidata da magistrati, e a dargli tutti i benefici di legge, compresi quelli che non gli spettavano, sono stati i Tribunali di sorveglianza di Roma e di Milano.

Tutti “deviati” anche questi?

È provato – e lo scrivono pure – che lo Stato, ricordiamolo, democratico e antifascista, ha protetto i “terroristi neri” prima liberi di agire, durante la carcerazione e dopo che sono tornati liberi cittadini. E continua a farlo, anche oggi, nel 2020.

È apparsa, improvvisamente, in maniera del tutto inaspettata, una pista che porta alla verità.

Avevo affermato nell’aula della Corte di assise di Bologna, il 16 ottobre 2019, che la strage di Bologna è stata una conseguenza di quella di Ustica, attirandomi il commento negativo del compagno Paolo Bolognesi, familiare del regime.

Ora, con timidezza e ritrosia, qualche giornale (non La RepubblicaL’Espresso) ha scritto che è stata trovata un’intercettazione ambientale nella quale Carlo Maria Maggi affermava che la strage del 02 agosto 1980 è stata compiuta per far dimenticata Ustica.

Anche se a notarlo sono stati in pochi, il 30 luglio scorso, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato a Bologna dove ha collegato le stragi di Ustica e di Bologna, in perfetto stile democristiano, quello di non dire esplicitamente ma di far comprendere il messaggio lanciato in maniera criptica ma chiara, per coloro che vogliono intendere.

Mattarella sceglie la data del 30 luglio, perché è quella della mancata strage di Milano, nella quale compare come indiziato di reato anche Gilberto Cavallini.

Oggi, i pennivendoli del Tg3 hanno affermato che sulla strage del 2 agosto 1980 manca il “perché”.

Se ne sono accorti dopo 40 anni.

In realtà, per giungere alla verità su Bologna bisogna riprendere le carte sulla mancata strage del 30 luglio 1980, a Milano, sulla quale sono state fatte indagini distratte e svogliate ma sufficienti per indicare nell’estrema destra romana la responsabile del fatto.

Torniamo a Roma, quindi.

È nella capitale che è stata concepita ed organizzata quella che doveva essere una strage a Milano, che matura nello stesso ambiente in cui si muovono i delinquenti del Msi, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, ecc., nella quale è indiziato anche Gilberto Cavallini che abita con i componenti della famiglia Adams in Veneto e che, il 2 agosto, è insieme a loro.

La correlazione fra la fallita strage del 30 luglio a Milano, e quella riuscita di Bologna del 2 agosto, è palese.

Stessa volontà di massacro, medesimo ambiente romano, persone collegate fra di loro, uno (Cavallini) che, indiziato per la prima, si ritrova imputato per la seconda.

Non è difficile ipotizzare che, fallita la prima, sia stata fatta la seconda, che rappresentava un bersaglio facilissimo nel quale giungere, senza alcuna preventiva preparazione, con una valigia da depositare nella sala passeggeri della stazione ferroviaria, come altri avevano fatto, a Verona, il 28 agosto 1970.

Sull’Espresso che, per ora, ha abbandonato la pista libica proposta dal compagno Miguel Gotor (non sappiamo con quale soddisfazione per il compagno Paolo Bolognesi), Paolo Biondani parla di «ricatto allo Stato» da parte di Licio Gelli, Umberto Ortolani e Umberto Federico D’Amato.

Dimentica, Biondani e chi la pensa come lui, che nel 1980 questi tre erano lo Stato: ricattavano sé stessi?

Dopo la pista libica, quelle palestinesi (vendetta o incidente), ora si profila quella del “ricatto” da fare a chi non si non comprende, vista la posizione di comando che i tre avevano in quel momento.

Tutto per negare quella vera, la sola plausibile, quella della necessità, per lo Stato e la Nato, di cancellare Ustica dalla mente, dalla coscienza e dal cuore degli italiani.

Operazione perfettamente riuscita.

La pretesa di considerare la mancata strage di Milano e quella di Bologna slegate fra di esse, è inaccettabile, non solo per il lasso temporale (tre giorni) che intercorre fra le due, ma anche – e soprattutto – perché maturano nel verminoso mondo dell’estrema destra romana, i cui protagonisti erano tutti collegati fra di loro, non compagni di lotta ma di infamia.

Fino a quando la magistratura continuerà a cercare le colpe della “destra eversiva” e dei “servizi dei segreti deviati” potrà trovare brandelli di verità ma non la verità, anzi riuscirà solo ad affermare una menzogna storica: quella di un “terrorismo nero” che non è mai esistito e di una loggia massonica che da garante dello Stato è trasformata in nemica dello Stato.

Operazioni giudiziarie e mediatiche che devono pur finire se si vuole verità e giustizia. Ascolto il discorso di Paolo Bolognesi che commemora la strage con lodi alle istituzioni, complimenti alla presidentessa del senato, Casellati, fedelissima del pregiudicato Silvio Berlusconi e militante di un partito che ha sempre affermato l’innocenza di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, concluso con la richiesta di ottenere i risarcimenti stabiliti nel 2004, e non ancora concessi.

Mi consolo pensando che più buio che a mezzanotte non viene. Ma quando sorgerà l’alba d’Italia?

Opera, 2 agosto 1980

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