Arma di Difesa

Nel 2020, l’apparato mediatico e quello giudiziario non rinunciano a presentare il fenomeno stragista in Italia come derivato dalla volontà “fascista” di attaccare lo Stato democratico ed antifascista.

La strage, quindi, come un mezzo offensivo contro il regime nato dalla sconfitta militare e fondato sui valori dell’antifascismo e della Resistenza.

Dalle dichiarazioni dei politici, dalle inchieste giornalistiche, dai libri degli storici, dai documentari televisivi si ricava che, dal 25 aprile 1945, ad oggi i “fascisti” hanno condizionato la vita politica del Paese e che, addirittura, negli anni Sessanta e Settanta hanno controllato gli apparati di sicurezza dello Stato, per trasformarlo da democratico in autoritario o, forse, in totalitario.

E che, ancora oggi, sono saldamente inseriti in posti chiave dai quali depistano indagini e cercano di bloccare l’emergere della verità sul “terrorismo nero” o, come la chiamano oggi, sulla “destra eversiva”.

Fosse vera questa realtà, fosse provato questo proliferare all’infinito di “fascisti” in grado di infiltrarsi nei gangli vitali dello Stato, non si comprende perché si festeggia la data del 25 aprile come quella della vittoria.

Ma così non è.

Lo spauracchio “fascista”, con il suo carico di “terroristi neri” e di “stragisti” assetati di sangue democratico e di vendetta contro la democrazia, è solo l’espediente difensivo di un regime consapevole che l’affermazione della verità segnerebbe la sua fine.

E difensivo era anche lo stragismo, che era motivato dalla necessità di fornire a chi deteneva il potere i mezzi per giungere ad uno stato di emergenza che consentisse legalmente di ridurre la forza del Partito Comunista, se non proprio di decretarne lo scioglimento seguendo l’esempio tedesco, e di porre fuori legge tutte le organizzazioni di estrema sinistra impegnate a sovvertire l’ordine pubblico.

Non è un caso che nessuno, nemmeno i più accaniti assertori del “pericolo fascista” non parlino mai di “rivoluzione fascista” ma solo di “golpe” che i “fascisti” avrebbero tentato di compiere nell’arco di un ventennio.

Le rivoluzioni, difatti, partono dal basso, mentre i “golpe” sono possibili solo a chi detiene il potere o parte di esso.

Non desta, pertanto, meraviglia che, quando si parla di “golpe”, emergano sempre i nomi di potenti esponenti della politica e della finanza, come Giuseppe Saragat, Mario Tanassi, Giulio Andreotti, Eugenio Cefis, Attilio Monti, e così via.

Senza cogliere la contraddizione e sfidando il ridicolo, i denunciatori dei “golpe fascisti” ammettono che ispiratori, finanziatori e fruitori finali erano tutti esponenti dell’antifascismo politico e finanziario.

La strage era, pertanto, lo strumento del potere per il consolidamento del potere.

Lo dicono i fatti.

La prima che si ricordi, quella di Portella della Ginestra(1947), venne compiuta come atto di intimidazione mafiosa nei confronti di quanti votavano in Sicilia per i Partiti comunista e socialista.

La mafia, allineata alla Democrazia Cristiana e ai partiti anticomunisti, intervenne coi metodi che gli sono propri, per dissuadere i siciliani dal sostenere le forze atee e sovversive.

Una strage per il potere ancora incerto sulla vittoria nelle urne l’anno successivo, il 1948.

La seconda, quella del 12 dicembre 1969, a Milano, a piazza Fontana, vide il presidente cella Repubblica, Giuseppe Saragat, chiedere la sera stessa, a poche ore dall’eccidio, la dichiarazione di “pericolo pubblico” ovvero la proclamazione dello “stato di emergenza”.

Questo era l’obiettivo degli stragisti di Stato e di regime.

La terza, quella di Gioia Tauro del 22 luglio 1970, collegata alla rivolta di Reggio Calabria, iniziata il 14 luglio, rispondeva alla stessa logica “golpista”.

Dopo mezzo secolo di dissertazioni sulle cause della rivolta di Reggio Calabria e di oblio sulla strage di Gioia Tauro, la più negletta fra tutte, perché non si riusciva a darne la giusta spiegazione, oggi la colleghiamo alla data del 15 agosto 1970, giorno in cui doveva scattare il “golpe” diretto dal principe Junio Valerio Borghese.

Un fascista, Borghese? No, un conservatore, mai stato fascista, che aveva come punto di riferimento principale Giulio Andreotti, che sul piano internazionale aveva il sostegno di Israele oltre che di Grecia e Spagna e la benevola attenzione della Germania Federale.

L’intervento del Dipartimento di Stato americano posticipa la data del “golpe” che, comunque, i “congiurati” cercano di fare lo stesso nel corso del mese di agosto e, non per fortuita coincidenza, il 28 agosto 1970 qualcuno colloca una valigia di esplosivo all’interno della stazione ferroviaria di Verona senza riuscire, per fortuna, a fare una strage che, se fosse riuscita, avrebbe potuto indurre la diplomazia americana a concedere il placet al “golpe” di Giulio Andreotti.

Perché quello del mese di agosto 1970 non era il “golpe” del “principe nero” ma quello del bianco democristiano Giulio Andreotti.

Ed è giunto il momento di intitolarlo a lui.

Nel 1973, si riparla di “golpe” e ancora di Giulio Andreotti e, in due mesi, aprile e maggio, si verificano due stragi: una fallita, quella del 7 aprile, contro un treno passeggeri, l’altra riuscita alla Questura Milano, il 17 maggio, che avrebbe dovuto uccidere Mariano Rumor, colpevole di aver fatto fallire l’operazione del 12-14 dicembre 1969.

Nel 1974, lo scontro all’interno dei detentori del potete politico in Italia giunge al culmine perché il fronte si è spaccato fra i fautori della linea “morbida” verso il Pci, con Aldo Moro, Luigi Gui, Paolo Emilio Taviani, e quelli della linea “dura” con Amintore Fanfani, Mario Tanassi ed altri.

Il potere di Richard Nixon, ritenuto, a torto o a ragione, favorevole ai “duri” negli Stati Uniti, vacilla, quindi bisogna fare presto, e due sono le stragi che dovrebbero favorire il golpe, ancora una volta fissato per il mese di agosto: una a Brescia, il 28 maggio; l’altra ancora una volta su un treno, l’Italicus, il 4 agosto 1974.

E, per la prima volta, a differenza delle precedenti, attribuite agli anarchici e alla estrema sinistra, le due ultime stragi sono rivendicate dai “fascisti” che, in questo modo, confermano la denuncia fatta da Aldo Moro, ormai dal 1973, sul “pericolo fascista” in Italia e visualizzano quegli “opposti estremismi” tanto cari alla Democrazia Cristiana.

È un gioco sottile e raffinato che non è stato ancora del tutto svelato, ma che si svolge interamente all’interno del potere politico, militare e finanziari italiano ed internazionale nel quale non c’è posto per gli oppositori, ammesso – e non concesso – che a destra ce ne siamo mai stati.

Che i “fascisti” (quali?) nel 1974 si autodenunciano come massacratori di innocenti cittadini italiani prima a Brescia, dove una motivazione vagamente politica e ideologica si poteva al limite trovare, e poi sul treno Italicus, dove non era possibile trovarne alcuna, può trovare spiegazione logica e plausibile solo in un’ottica antifascista che, puntualmente, su quelle stragi e le successive rivendicazioni costruisce il mito dello “stragismo fascista”, scomodando Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e via dicendo.

Le stragi, pertanto, quand’anche non hanno raggiunto, come mezzo, il fine di concedere ai Moro, ai Fanfani, agli Andreotti, ai Saragat e ai Tanassi (solo per citarne alcuni) i “pieni poteri”, hanno rafforzato il regime e screditato definitivamente ogni apposizione vagamente fascista, sia pure già in pratica del tutto inesistente.

In un’attiva difesa di interessi governativi e internazionali si collocano anche le stragi di Milano del 30 luglio 1980, fortuitamente fallita, e quella successiva del 2 agosto 1980 a Bologna, con i suoi 85 morti e 200 feriti.

In questo caso, c’era da distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale dalla strage di Ustica, provocata da un aereo militare di nazionalità ancora sconosciuta; e nulla di meglio potevano scovare che compiere una “strage fascista”.

La pappa per un popolo addomesticato era già pronta: bastava servirla. E, se a Milano non riesce, si ripiega su Bologna, città simbolo del comunismo italiano, prendendo spunto ed esempio dalla tentata strage del 28 agosto 1970 alla stazione ferroviaria di Verona.

La via che porta alla verità, in realtà, non è difficile come può apparire agli occhi di tanti.

Si può percorrere fino alla fine, accantonando pregiudizi politici e prevenzioni ideologiche, attenendosi ai fatti con onestà intellettuale.

Tutto questo non vale per chi ha scelto il mestiere di propagandista del regime; non vale per i magistrati che non osano concludere secondo verità, perché la fantasia sul “destra eversiva” mette al riparo da critiche e salvaguarda la carriera; non vale per i familiari del regime per i quali le “stragi fasciste” procurano vantaggi e buona propaganda oltre ai risarcimenti finanziari che, in caso contrario, sarebbe negati.

L’onestà intellettuale, l’amore per la verità, non si addicono all’Italia ufficiale, alla quale certo non rivolgiamo alcuni invito alla riflessione e alla conversione perché non sprechiamo il nostro tempo.

Ci rivolgiamo a quanti, viceversa, la verità sulla storie italiana la desiderano e, magari, la pretendono e sono stanchi di cercare in televisione, sui giornali e sui libri di storia, dove più di menzogne non possono trovare.

È tempo di parlare di “terrorismo bianco” e di “stragismo di regime”, perché su di essi è impresso il marchio di Caino non su un’ideologia, quella fascista; che la sconfitta militare ha cancellato dalla memoria degli Italiani e che mai ha trovato in questo dopoguerra spazio nell’agone politico.

È tempo di dirlo. È tempo di verità.

Opera, 12 agosto 2020

2 pensieri riguardo “Arma di Difesa

  1. quest’ultimo articolo dovrebbe esssere imposto come prefazione obbligatoria in ogni libro di storia contemporanea italiana del secondo dopo guerra. Saluti a Vincenzo!

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