L’Eversione Centrista

Leggo uno studio scritto da un giovane ricercatore storico friulano, Nicola Tonietto, intitolato, Un colpo di Stato mancato? Il golpe Borghese e l’eversione nera.

La prima osservazione che viene spontaneo fare è quella relativa alla “eversione nera”, perché Tonietto stesso nel suo saggio cita come correi del presunto colpo di Stato personaggi come Giulio Andreotti, Gilberto Bernabei, il generale Duilio Fanali, l’ammiraglio Giovanni Torrisi, il generale Giovanni De Lorenzo, nessuno dei quali era fascista e, tantomeno, agli ordini del principe Junio Valerio Borghese.

L’intitolazione è, pertanto, sbagliata perché trae in inganno chi legge, che, però, alla fine, trova nello stesso documento un’analisi della forze in campo con propensione “golpiste” che di “nero” non hanno proprio nulla, anzi tendono a fare dell’Italia una democrazia autoritaria ma non totalitaria e, tantomeno, fascista.

In fondo, Junio Valerio Borghese fascista non è mai stato. Si trovò, l’8 settembre 1943 a La Spezia, in un territorio controllato dai tedeschi e, senza aderire alla RSI, stipulò un patto d’azione con loro per proseguire la guerra al loro fianco.

Non s’integrò mai nella Repubblica Sociale Italiana, tanto che nel mese di gennaio del 1944, venne arrestato per ordine personale di Benito Mussolini e rilasciato solo perché la Decima era oramai una realtà militare di cui la Repubblica non poteva privarsi.

Stabilì stretti rapporti con il servizio segreto della Regia Marina e, poi, con l’OSS guidato da James Jesus Angleton, facendo un triplice gioco con i tedeschi, i fascisti, i partigiani.

Il 25 aprile 1945, venne messo in salvo dai partigiani socialisti, non certo all’insaputa di Alessandro Pertini, fino al giorno in cui James Jesus Angleton e Umberto Federico D’Amato non lo prelevarono e lo accompagnarono al sicuro a Roma.

Borghese collaborò senza riserva con i servizi segreti americani interessati,fra l’altro alla struttura clandestina della Decima da lui creata in funzione esclusivamente anticomunista e, nel 1954, chiese la riabilitazione per rientrare in servizio nella Marina dello Stato democratico ed antifascista.

La riabilitazione gli fu negata e venne, pertanto, obbligato a restare un civile ormai proteso a fare politica non fascista ma anticomunista, tanto che, nel 1959, renne espulso dalla Federazione Nazionale combattenti della Repubblica Sociale per le sue posizioni filo-atlantiche.

Insomma, cosa ci sia di “nero”, ideologicamente e politicamente parlando, nella vita e nelle opera di Junio Valerio Borghese, al di là della forzata adesione alla Repubblica dell’onore, non è dato sapere.

Non è Borghese che, in Italia, a partire dai primi anni Sessanta, inizia a parlare di “golpe”. Il protagonista primo ma, l’ispiratore, l’ideologo dei “golpe” italiani è Randolfo Pacciardi antifascista, combattente della guerra di Spagna con le Brigate internazionali, ministro della Difesa come esponente del Partito Repubblicano nei governi De Gasperi, al quale si affianca Edgardo Sogno, liberale, medaglia d’oro della Resistenza.

Per quanto riguarda questi ultimi, gli si attribuisce la volontà di fare un “golpe bianco”, dimenticando che agivano di concerto con Junio Valerio Borghese e il suo Fronte Nazionale. La realtà è che golpe fascisti o “neri” che si voglia dire non sono mai stati tentati perché le forze politiche che sono state coinvolte erano tutte di matrice antifascista, e così dicasi per quelle militari, i cui vertici provengono dell’esercito badogliano e dalle formazioni partigiane “bianche”, autonome ed azioniste.

È sufficiente leggere il comunicato che era stato preparato per annunciare agli italiani l’avvenuto golpe per rendersi conto che non c’era niente di eversivo, tantomeno di impronta fascista, ma che nel nuovo governo sarebbe entrati democristiani (si è fatto il nome di Giuseppe Pella), liberali ed esponenti dei partiti cosiddetti laici, forse nemmeno un missino.

Non provata, ma credibile, è l’accusa che Giulio Andreotti ha lanciato nei suoi diari a carico di Giorgio Almirante come responsabile del fallimento del “golpe” del 7-8 dicembre 1970, avendo costui informato di quanto stava avvenendo il ministro degli Interni, Franco Restivo, che nulla sapeva dell’operazione in corso.

Mossa ovvia da parte di un “doppiogiochista” di professione come Giorgio Almirante che da un futuro governo d’ordine prevedeva di essere escluso, lui ed il suo partito.

Ci sarebbero state, difatti, implicazioni internazionali che avrebbero escluso la presenza dei missini nel governo, tanto più che a sostenere il golpe, oltre a Spagna e Grecia, c’era anche Israele che, certo, non avrebbe mai tollerato la presenza, in un governo italiano da esso sostenuto, di un Almirante, giornalista della Difesa della Razza. Ancora oggi la comunità ebraica vieta chi gli venga intitolata una strada a Roma.

Tonietto cita documenti americani: deve, quindi, convenire che in essi non si fa riferimento a pericoli “fascisti” ed al “principe nero”, ma si esprime la preoccupazione della diplomazia americana per le eventuali reazioni interne, in caso di fallimento, ed esterne nel bacino del Mediterraneo.

Fra le preoccupazioni che esprime il Dipartimento di Stato americano manca quella relativa ad un avvento dei “fascisti” al potere in Italia per la semplice ragione che di fascisti non s’intravedeva neanche l’ombra.

Finiamola dunque con l’”eversione nera”.

Il “golpe Borghese” è la logica conseguenza del fallimento dell’operazione che, prima nel mese di luglio del 1969, poi in quello di dicembre dello stesso anno, con la strage di piazza Fontana a Milano il 12 dicembre a la manifestazione nazionale del Msi a Roma del 14 dicembre, doveva consentire al governo presieduto da Mariano Rumor di proclamare lo “stato di emergenza” in Italia.

Una parte di quanti aspiravano a salvare l’Italia dal comunismo non si era rassegnata, e, quindi, aveva tentato di realizzare quanto era fallito, riprovandoci otto mesi più tardi, il 15 agosto 1970.

Tonietto, purtroppo, trascura questa parte del “golpe” che, viceversa, è fondamentale sia perché spiega le ragioni della rivolta di Reggio Calabria, iniziata il 14 luglio, e della strage di Gioia Tauro del 22 luglio, sia perché evidenzia il ruolo del generale Vito Miceli.

Per comprendere quanto poco o nulla di “eversivo”, nero o meno, ci fosse nel golpe Borghese, è sufficiente vedere Miceli, comandante del SIOS Esercito fino al mese di ottobre, nella veste di apparente delatore, che informa il 7 agosto 1970 l’addetto militare dell’ambasciata americana a Roma, James Clavio, provocando la reazione contraria del Dipartimento di Stato Usa, informato immediatamente dall’ambasciatore, Graham Martin; e vedere poi lo stesso Miceli in veste invece di “protettore” di golpe e golpisti nella notte fra il 7-8 dicembre 1970, quale direttore del SID.

Vito Miceli era caro al cuore di Aldo Moro. Nicola Falde lo ha definito un «moroteo di ferro», e la conferma è venuta dalla difesa appassionata che di lui fece proprio Moro quando Miceli venne arrestato, nell’ottobre del 1974, quando giunse a definirlo un “uomo buono”.

È un vero peccato che il rullo di Vito Miceli non sia stato mai chiarito, anzi non sia mai stato considerato, come purtroppo fa anche Tonietto. Anche perché, se è vero che James Clavio informa l’ammiraglio Eugenio Henke dei progetti “golpisti”, e costui avverte il ministro della Difesa Mario Tanassi (?) il quale, ovviamente, mette al corrente Giuseppe Saragat, è altrettanto vero che il compito di informare il presidente del Consiglio Emilio Colombo fu assunto direttamente dall’ambasciatore americano, Graham Martin.

Se il Dipartimento di stato americano avesse deciso di mantenere il segreto su quanto stava avvenendo, Clavio non avrebbe informato nessuno.

Tutti i vertici politici e militari (il SID dipendeva all’epoca dallo Stato maggiore della Difesa), nel mese di settembre del 1970 sapevano del tentativo ancora in atto di formare un governo d’ordine con un’azione coordinata fra civili e militari, magari con l’intervento di una struttura segretissima composta proprio da civili e militari, ma nessuno fa niente per sventarlo. Perché?

Si può ipotizzare l’interesse dei socialdemocratici, Giuseppe Saragat e Mario Tanassi, nel favorire un tentativo di golpe, per sventarlo con un contro-golpe, di cui si sarebbe assunti il merito dinanzi alla Nazione, che li avrebbe, magari, premiati sul piano politico ed elettorale a scapito della Dc e degli altri partiti laici, ma che non avrebbero potuto sfruttare subito assumendo il potere perché il compito di proclamare lo stato di emergenza spettava al presidente del Consiglio, il democristiano Emilio Colombo.

Un’altra ipotesi, avvalorata anche da testimonianze dei “golpisti”, è che l’opposizione del Dipartimento di stato americano venne a mancare nel momento in cui il presidente Richard Nixon autorizzò personalmente il “colpo di Stato”.

In questo caso ha ragione Ernesto De Marzio quando, anni dopo, ebbe a dire che quello di Borghese fu «il colpo di Stato degli americani e delle Forze armate».

La verità è che del presunto “golpe”, a distanza di mezzo secolo, si sa poco o nulla perché nessuno ha mai avuto interesse a dire la verità.

Giulio Andreotti, dopo le rivelazioni di Giorgio Almirante, nel mese di ottobre del 1972, ad Arnaldo Forlani, il discorso fatto da costui a La Spezia nel novembre dello stesso anno, la diffusione del documento sulla “trama nera” che lo chiamava in causa per i suoi rapporti con l’estrema destra, passa al contrattacco incaricando il generale Gianadelio Maletti, responsabile dell’ufficio “D” del SID, di svolgere indagini su quanto accaduto il 7-8 dicembre 1970.

Andreotti sa tutto quello che c’è da sapere sull’argomento ma necessita di un’arma di difesa e di ricatto, certo di poter controllare l’inchiesta anche quando questa passerà nelle mani di una magistratura romana che è a sua totale disposizione.

Remo Orlandini parla con il capitano Antonio Labruna non perché ingannato da costui ma perché il SID era stato partecipe del tentativo di “golpe”. Come lo stesso Orlandini ebbe a dirmi, con una punta di rammarico, a Barcellona: «Tonino era per me come un figlio». “Tonino”, era Antonio Labruna.

Come è finita sul piano giudiziario è noto: il golpe non c’è mai stato, erano solo fantasiose velleità di quattro “mentecatti”.

Questa la “verità” che la magistratura italiana ha consegnato alla storia. La storia ci dice altro: dopo il fallimento del “golpe” del 12-14 dicembre 1969, si procede ad un secondo tentativo, che dovrebbe avere luogo il 15 agosto 1970 e che, poi, per la cause indicata in precedenza, sarà posticipato al 7-8 dicembre 1970. Tentativo che mai avrebbe potuto essere attuato senza il consenso di politici e di militari ad altissimo livello, nonché dei servizi segreti civile e militare.

L’operazione fallisce per cause che ancora sono ignote, perché il regime democratico riesce inizialmente a mettere tutto a tacere, in un secondo tempo, utilizzando il quotidiano paracomunista Paese Sera, qualcuno fa trapelare quanto basta per procurare un allarme sulla tenuta della democrazia minacciata dai “fascisti”; in un terzo tempo, Giulio Andreotti, il protagonista del golpe, si guadagna l’impunità e la simpatia dei comunisti, pilotando l’inchiesta giudiziaria, da lui stesso provocata, che si concluderà non l’affermazione che nulla è mai accaduto di serio, che mai il sistema politico è stato minacciato da Junio Valerio Borghese e dai suoi sodali.

La conclusione è che i vertici politici, militari e di sicurezza tutti sapevano tutto, ed il loro coinvolgimento prova che, favorevoli o contrari, tutti erano complici in un gioco troppo sporco per poterlo raccontare, nemmeno dopo decenni.

Il golpe Borghese, nonostante quanto ha detto Gaetano Lunetta, non è vero che non è servito a niente, tant’è che i tentativi di porre in atto altri “golpe” sono andati avanti.

La “strategia della tensione” si è rivelata vincente, obbligando il Pci a trasformarsi da lupo in pecora, disponibile ad ogni compromesso pur di evitare il pericolo di una atto di forza, comunque mascherato, nei suoi confronti: ma il cosiddetto golpe rimane un episodio fra altri di quegli anni sui quali non s’intende giungere ad una verità.

Verità che scotta, che brucia ancora oggi perché, anche nel caso di questo golpe abortito, non ci sono state sole parole e parate, occupazioni e sgomberi di edifici ministeriali, ma anche sangue e morti come quella della rivolta di Reggio Calabria e di Gioia Tauro.

Ed anche questa verità, fino ad oggi, è stata taciuta.

Quello di Junio Valerio Borghese è solo un nome e un volto utilizzati, a distanza di 50 anni, per occultare un’altra infamia del regime democratico ed antifascista, che si è inventato come nemico il “terrorismo nero” e “l’eversione nera” perché non può riconoscere le proprie colpe ed i propri delitti.

Tocca ad altri, ad uomini liberi dai condizionamenti mediatici e politici, raccontare le verità coniugando intelligenza e coraggio.

Non è difficile: basta provarci.

Opera, 15 agosto 2020

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...