Verità e Menzogne

Ho modo di leggere il brillante e documentato articolo di Gaetano Sinatti, “Bologna 2 agosto 1980, la memoria non basta”, pubblicato su clarissa.it il 1° agosto scorso, e mi chiedo cosa manchi ancora oggi per riconoscere la verità sulla storia italiana del dopoguerra.

Sinatti espone brevi ma significativi cenni biografici relativi alle vite ed alle carriere di Umberto Federico D’Amato e Licio Gelli, giungendo alla conclusione che entrambi, pur nella diversità dei ruoli, sono stati due pilastri del sistema politico italiano ed atlantico.

Li accomuna il passato fascista (D’Amato era funzionario della Polizia Africa Italiana prima di passare alla Pubblica sicurezza), la scelta di restare al servizio della Repubblica Sociale Italiana (D’Amato fino al 4 giugno 1944, data dell’occupazione alleata di Roma), la callidità di tradire facendo il doppio gioco in modo da garantirsi un avvenire sereno nel dopoguerra.

I due non hanno ideali per i quali battersi, ma solo carriere da garantirsi negli ambienti in cui si trovano ad agire, con la spregiudicatezza di chi non conosce scrupoli ed ha la capacità di schierarsi dalla parte dei più forti e dei vincenti.

Non desta, pertanto, meraviglia che entrambi siano divenuti in Italia due “burattinai”, capaci di manovrare tante marionette di tutti gli schieramenti politici e di ogni ambiente sociale ed umano.

Fra i due, D’Amato e Gelli, il più potente era certamente il primo perché la posizione di rilievo che ricopriva nell’apparato di sicurezza italiano ed atlantico era fondamentale così come la conoscenza di ogni segreto e la disinvoltura delle operazioni che aveva diretto negli interessi dell’Occidente, vale a dire Stati Uniti, Nato e Israele.

Se D’Amato rimarrà intoccabile fino alla sua morte, non solo per merito suo, la fortuna di Licio Gelli finirà quando gli americani lo metteranno alla porta.

Non si conoscono i motivi per i quali, nei primi mesi del 1981, gli americani “licenziano” quello che qualcuno ha definito il loro “miglior agente segreto” in Italia; ma, non per fortuita coincidenza, subito dopo, la magistratura si accorge di lui e per lui inizia la fine di una carriera, ma non della sua fortuna.

Oggi, i due, ormai deceduti da tempo, sono indicati come mandanti della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Tocca tornare alla domanda iniziale, suscitata dall’articolo di Gaetano Sinatti: cosa manca per riconoscere oggi la verità sulla nostra storia?

La risposta è nel diluvio di carte giudiziarie, articoli giornalistici, libri di storia, dichiarazioni di politici che si ostinano a considerare le stragi, compresa quella alla stazione ferroviaria di Bologna, come atti “eversivi”, diretti contro lo Stato e la democrazia, compiuti, manco a dirlo, dai soliti fascisti.

Alle notizie biografiche su D’Amato e Gelli, presenti nell’articolo di Gaetano Sinatti, aggiungiamo qualcuna sul conto di altri due accusati per la strage di Bologna.

Umberto Ortolani è stato ufficiale del SIM, Servizio Informazioni Militari, in Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale, e non ha alcun passato fascista. Nella foto sopra riportata, Umberto Ortolani, nella qualità di Presidente del Comitato promotore del Congresso mondiale della stampa italiana all’estero, incontra al Quirinale, il 6 luglio 1971, il presidente della Repubblica Italiana, Giuseppe Saragat.

Mario Tedeschi è stato sergente della divisione di fanteria di marina “Decima” nella Repubblica Sociale Italiana, e nel dopoguerra si è posto al servizio della questura di Roma come delatore professionista e informatore del Counter Intelligence Corp (CIC) americano.

Le loro carriere nel dopoguerra sono note: il primo, Ortolani, come finanziere, l’altro, Tedeschi, come giornalista e politico, esaltato come precursore di Alleanza Nazionale, per aver fondato nel 1977 Democrazia Nazionale, contrapposta al Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante, che lui considerava troppo legato alla simbologia del fascismo.

Sì, avete capito bene: Mario Tedeschi era un fiero antifascista.

Se Gelli il fascismo lo aveva tradito; se D’Amato come questurino aveva fatto il doppio gioco ai danni dei fascisti e dei tedeschi; se Ortolani nulla ha mai avuto a che fare con il fascismo; il confidente di tutti, Tedeschi, aveva provocato una scissione all’interno del Msi per favorire la Democrazia cristiana.

Ora, tutti e quattro, ci vengono indicati come burattinai dell’”eversione di destra”, quella per intenderci che, a suon di bombe e di stragi, voleva – ci dicono – abbattere la democrazia italiana.

Non possiamo giudicare questi personaggi, e tantissimi altri, dal loro passato fino al 25 aprile 1945: perché quasi tutti, durante il fascismo, erano fervidi fascisti.

Dobbiamo giudicarli per quanto hanno fatto nel dopoguerra, e non vi troveremo un solo gesto che segnali una loro avversione nei confronti dello Stato e del regime democratico ed antifascista.

Quello che troveremo nell’analisi della loro vita postbellica è un cammino verso il potere al quale sono stati contigui per anni, lo hanno perfino incarnato grazie alla loro fedeltà alla potenza egemone, ai suoi alleati ed alla Nato.

La realtà che li riguarda è incontrovertibile, non la si può smentire o negare, né in tutto né in parte, per cui non è credibile presentarli oggi come finanziatori e mandanti di una strage come quella del 2 agosto 1980 a Bologna, come se essa avesse avuto finalità eversive.

L’accusa nei loro confronti acquista credibilità e serietà solo se si conviene che la strage di Bologna ha avuto finalità difensive nei confronti dello Stato, del regime e dei suoi alleati internazionali.

Viviamo nell’era del “Grande fratello”, che tutto impone e tutti convince, ma se è stato facile inventare il “terrorismo nero” per negare che, viceversa, è sempre stato “bianco”; se è stato agevole trasformare le mafie da alleate dello Stato in “antistato”, sarà problematico provare che i quattro personaggi sotto accusa abbiano mai agito contro la democrazia e contro lo Stato.

Conosciamo l’arroganza giudiziaria, politica e mediatica che in un regime totalitario come questo riesce ad avere il plauso perfino dei familiari di coloro che ha ucciso: ma se coloro che vogliono la verità non desiderano che l’inchiesta in corso finisca nel ridicolo, dopo aver abbandonato la pista libica e quella palestinese, si devono affrettare ad accantonare anche quella, dell’”eversione di destra” o “fascista” che si voglia dire.

Parliamo di due personaggi che non sono mai stati fascisti (D’Amato e Ortolani) e di due rinnegati e traditori del fascismo e dei fascisti (Gelli e Tedeschi) che si sono sempre impegnati nelle operazioni di destabilizzazione dell’ordine pubblico per stabilizzare quello politico.

Nel 1980, in quel mese di luglio, il pericolo non veniva da inesistenti fascisti ma dalla tragedia di Ustica, con 81 cittadini italiani uccisi in una battaglia aerea di cui il governo così come gli Stati maggiori conoscevano tutto.

81 morti la cui responsabilità non poteva, questa volta, essere addossata ad “eversori” neri o rossi: quindi andava negata, occultata, addossata a qualche bomba “fascista” esplosa accidentalmente, o a un cedimento strutturale.

Ci vorranno sei anni perché si cominci a parlare della strage di Ustica come di un evento evento derivato da uno scontro aereo fra caccia di diverse nazionalità.

I responsabili della strage di Ustica dovevano guadagnare tempo, e la strage di Bologna è l’arma di distrazione di massa che glielo ha consentito.

Non per offendere lo Stato, il regime, gli Stati Uniti e la Nato si sarebbero mossi i D’Amato, i Gelli, gli Ortolani e i Tedeschi – ma per difenderlo, come in passato.

Perché non si può avere ancora oggi verità?

Perché bisogna abbattere il muro di menzogna che il regime ha eretto e che alimenta con tutti i mezzi, compresi quelli che, purtroppo, dobbiamo ormai definire i familiari di regime.

Il fascismo ha le sue responsabilità, storicamente accertate e definite; ed è giunto il momento che l’antifascismo si assuma le proprie, a partire dall’aprile 1945.

Si potrà, così, iniziare a scrivere la verità su 75 anni di storia italiana.

Storia tragica, di matrice democratica ed antifascista.

Se ne facciano tutti una ragione.

Opera, 16 agosto 2020

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