Lo Stato Mafioso

Il 16 ottobre 2019, nell’aula della Corte di assise di Bologna, parlo del vicequestore Giuseppe Impallomeni, dirigente della Digos di Venezia, il più stretto collaboratore del noto Felice Casson nell’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado, come affiliato alla loggia P2.

A quel punto, l’avvocato di parte civile, Andrea Speranzoni, mi chiede se si tratti dello stesso Impallomeni che, come capo della Squadra della Mobile di Palermo, aveva condotto le indagini sull’omicidio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella.

Rispondo affermativamente e, contestualmente, mi rendo conto che, in oltre 39 anni, nessuno fra magistrati, storici, giornalisti e avvocati si era reso conto che a condurre le indagini su un omicidio eccellente di Palermo era stato un affiliato alla loggia P2, amico personale di Licio Gelli con il quale si dava del “tu” e che chiamava “caro Licio”.

In realtà, il 15 luglio 1981, in Senato, era stata presentata un’interrogazione parlamentare sul conto di Giuseppe Impallomeni, nella quale si chiedeva:

«…come è potuto accadere che il dottor Impallomeni, già dirigente della Squadra mobile di Firenze, allontanato da detta città e sospeso dal servizio perché oggetto di una inchiesta ministeriale in seguito ad un giro di tangenti provenienti dagli ambienti del gioco clandestino, è stato poi destinato a uno degli incarichi più importanti e delicati qual è quello della direzione della Squadra mobile di Palermo, posto resosi vacante a seguito dell’assassinio di Boris Giuliano (…) Come e per quali responsabilità, il dottor Impallomeni, dal n° 309 posto della graduatoria dei vicequestori aggiunti, ha potuto essere collocato al 13°, se risulta vero quanto riferito dalla stampa in relazione al fatto che egli sarebbe responsabile di gravi omissioni di atti di ufficio in favore di Sindona e delle attività criminali della mafia siculo-americana”.

Accuse gravissime, come si vede, contenute in una interrogazione parlamentare che, certamente, non ha avuto risposta.

Qualcuno, dopo lo scoppio dello scandalo della loggia P2, si era accorto di Giuseppe Impallomeni e della sua carriera, della sua collocazione a capo della Squadra Mobile di Palermo, della sua affiliazione alla loggia di Licio Gelli, delle sue omissioni nei confronti di Michele Sindona e dei suoi amici.

Perché, quindi, sulla figura di questo singolare vicequestore è calato l’oblio, tanto che nessuno fra i tanti che si sono occupati dell’omicidio di Piersanti Mattarella si è accorto della sua presenza nella conduzione delle indagini?

La risposta parziale risiede nelle protezioni di cui Impallomeni ha goduto da parte dei vertici del ministero degli Interni, che provvedono a farlo prosciogliere dalla commissione disciplinare per la sua affiliazione alla loggia P2 in modo, a dir poco, sfrontato.

Impallomeni, infatti, dichiara di essersi affiliato, nel 1973, alla loggia “Giordano Bruno” e, dopo un periodo passato “in sonno”, di essere transitato nella loggia P2

«nella convinzione (che fosse) una normale loggia del Grande Oriente».

La menzogna è palese perché negli anni Settanta sulla stampa della loggia P2 e di Licio Gelli si è parlato molto come di un potente centro di potere politico-massonico e, inoltre, la Commissione ha agli atti il biglietto che Impallomeni ha inviato a Gelli il giorno del suo giuramento:

«Caro Licio, ho ricevuto con grande piacere la tessera e ti invio sottoscritto il testo del giuramento. Un abbraccio».

Giuseppe Impallomeni viene prosciolto e premiato con un incarico di prestigio: la direzione della Digos di Venezia, per motivi, come vedremo, inconfessabili.

Una storia che appartiene al passato questa di Giuseppe Impallomeni? No, perché, viceversa, è attualissima, visto che le indagini sui rapporti fra Stato e mafia sono ancora in corso.

Per giustificare l’omicidio del vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra mobile di Palermo, avvenuto il 21 luglio 1979, si è parlato di sue indagini riservatissime sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, avvenuta nel mese di settembre del 1970, e si è, di conseguenza, evocato il nome di Eugenio Cefis, successore alla guida dell’Eni di Enrico Mattei.

Per la verità, come in tanti altri “misteri” d’Italia, la spiegazione è molto più semplice e lineare. Il vicequestore Boris Giuliano non muore perché impegnato in indagini su fatti pregressi, ma perché gli amici di Michele Sindona devono garantirsi una copertura, in seno alla polizia palermitana, in vista del rientro del banchiere in Sicilia.

L’operazione del finto rapimento di Michele Sindona non viene decisa in un giorno perché il banchiere, amico di Licio Gelli e Giulio Andreotti, sa bene che la sua estradizione dagli Stati Uniti all’Italia è solo questione di tempo.

Sindona ed i suoi amici giocano di anticipo: il 12 luglio 1979, a Milano, William Aricò, per conto del banchiere, uccide Giorgio Ambrosoli; il 21 luglio, a Palermo, è ucciso Boris Giuliano.

Non si uccide un vicequestore, che dirige con mano ferma la Squadra mobile di Palermo, se non si ha la certezza matematica che al suo posto giungerà un “bravo cristiano”, di quelli che non vedono, non sentono e non parlano.

Solo a Roma, ai più alti vertici del ministero degli Interni, gli amici di Michele Sindona potevano garantire che, tolto di mezzo l’incorruttibile Boris Giuliano, non sarebbe giunto un “vendicatore”, un funzionario deciso a fare giustizia degli assassini del collega, ma uno capace di farsi i fatti propri, anzi di favorire nei limiti delle sue possibilità gli amici degli amici.

Giuseppe Impallomeni è l’uomo giusto al momento giusto, perché, non per mera coincidenza, il 2 agosto 1979, Michele Sindona abbandona gli Stati Uniti, il 14 agosto giunge Brindisi e si sposta in Sicilia; il 16 agosto è a Palermo, a casa di Paola Longo, presso la quale si fermerà oltre un mese.

Al momento in cui Michele Sindona giunge a Palermo sono passati solo 25 giorni dall’omicidio del vicequestore Boris Giuliano.

Un omicidio preventivo, quindi, perché un funzionario capace, non corrompibile, come Boris Giuliano non avrebbe garantito sonni tranquilli a Michele Sindona ed ai suoi amici – il vicequestore Giuseppe Impallomeni sì.

Il mandante dell’omicidio di Boris Giuliano va, quindi, cercato a Roma, perché solo dai vertici del ministero degli Interni poteva giungere ai mafiosi siculo-americani la certezza che, tolto di mezzo l’ostacolo Boris Giuliano, al suo posto sarebbe giunto un amico degli amici: Giuseppe Impallomeni.

Oggi sono in corso le indagini sulla trattativa Stato-Mafia e non è, pertanto, irrilevante scoprire chi era (o chi erano) i protettori di Impallomeni al ministero degli Interni.

Non erano in molti ad avere l’autorità per elevare costui dal 309° al 13° posto nella graduatoria dei vicequestori aggiunti, a garantirgli il proscioglimento da ogni addebito disciplinare per la sua affiliazione alla loggia P2, ad affidargli la guida della Digos veneziana per un’altra. “operazione sporca”, relativa alle indagini sull’attentato di Peteano del 31 maggio 1972.

In ouesto caso bisognava coprire ad ogni costo responsabilità della questura di Udine, della divisione Affari riservati e del ministero degli Interni, nelle persone del capo della Polizia, Angelo Vicari, di Federico Umberto D’Amato, del ministro degli Interni, Mariano Rumor.

Abbiamo dimostrato, documenti alla mano, che l’inchiesta su quell’attentato viene riaperta dalla loggia P2 (Andreotti, Gelli, Santovito) nel 1978 per favorire i disegni politici di Mario Tedeschi alla guida di Democrazia Nazionale.

È normale, quindi, che i burattinai affidino a un affiliato alla loggia P2 dal passato tutt’altro che limpido, Giuseppe Impallomeni,la conduzione delle indagini, in modo da impedire che emegga la verità sui depistaggi compiuti prima dal ministero degli Interni e, poi, dai carabinieri.

Operazione che è, purtroppo,riuscita con il concorso dei magistrati veneziani, primo fra tutti Felice Casson, che, nella sfrenata autoesaltazione di se stesso, in una intervista pubblicata il 12 aprile 1991 sul Venerdì di Repubblica, oltre a millantare il credito di aver scoperto tutto lui, s’induce a ringraziare

«i pochi ma preziosi ed intelligenti collaboratori della Polizia di Stato»

che, poi, si riducono a due: Giuseppe Impallomeni ed il suo uomo dì fiducia, brigadiere Roberto Emireni.

Non sarà un Casson a trasformare un Giuseppe Impallomeni in un alfiere di verità e giustizia, perché tutto prova il contrario, cioè che costui, forse ricattabile per le tangenti percepite dai biscazzieri fiorentini, ha iniziato una “brillante” carriera sostituendo Boris Giuliano a Palermo e garantendo a Michele Sindona e amici vita tranquilla, non identificando gli autori materiali (e neanche i mandanti) dell’omicidio di Piersanti Mattarella fra i quali erano stati indicati Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, oggi accusati di aver agito agli ordini ai Licio Gelli, e depistando le indagini sull’attentato di Peteano, per scagionare i vertici della polizia.

Può darsi che i protettori di Giuseppe Impallomeni nei cruciali anni che vanno dal 1989 al 1993, fossero già in pensione ma riteniamo che sia doveroso per i magistrati che indagano sulla trattativa Stata-mafia verificare e accertare i nomi e il grado di chi ha inviato costui a Palermo nel luglio del 1979.

Se non altro per rendere giustizia al vicequestore Boris Giuliano, il cui omicidio non è solo di mafia. Vedremo.

Opera, 21 agosto 2020

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