Unicità del Disegno Criminoso

Anni fa avevo fatto presente che, anche a norma dell’articolo 61 del codice di procedura penale, i processi per le stragi avrebbero dovuto essere unificati in uno solo il cui svolgimento avrebbe dovuto avere luogo a Roma, luogo di ideazione e di residenza dei mandanti e degli organizzatori.

Viceversa, si sono fatti processi nei quali sono comparsi come esecutori materiali gli stessi imputati in sedi separate perché non conveniva alla classe dirigente ed alla magistratura riconoscere l’esistenza di un unico disegno criminoso.

In questo modo alcuni esponenti veneti della struttura parastatale di Ordine Nuovo veneto sono stati processati, con esito alterno, a Milano, per la strage di piazza Fontana, ancora a Milano, per quella del 17 maggio 1973 alla questura della città, a Brescia per quella di piazza della Loggia.

Una frammentazione illogica e giuridicamente inaccettabile, che ha impedito agli italiani di comprendere che il mondo stragista era circoscritto ad un numero, tutto sommato ristretto, di persone che agivano per lo Stato, in perfetto accordo con i servizi segreti italiani ed americani, e che ha consentito a molti di queste di restare impuniti.

Ora il gioco sembra ripetersi perché, in tutto ciò che leggiamo, sentiamo e, via via, apprendiamo sulle indagini passate e presenti sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, non c’è alcun riferimento alla mancata strage del 30 luglio 1980 a Milano.

Non conosciamo le carte processuali, quindi non possiamo sapere se il collegamento fra le due operazioni stragiste, una fallita (a Milano), l’altra riuscita (a Bologna), è stato fatto o meno dai giudici inquirenti.

Fino ad oggi – e sono passati 40 anni – questo collegamento non è mai stato fatto, forse non è stato nemmeno ipotizzato: altrimenti Gilberto Cavallini, indiziato per la mancata strage del 30 luglio, sarebbe stato imputato molti anni fa per quella del 2 agosto, sempre parlando al passato.

Nel presente, però, non ci sono indizi per lo meno pubblici che venga fatto. Eppure, le distratte indagini svolte a Milano sulla fallita strage del 30 luglio 1980 hanno, comunque, appurato che l’azione è stata ideata a Roma, che la macchina utilizzata era stata rubata in una zona della capitale, che la rivendicazione a sinistra era firmata con la stessa sigla utilizzata per un attentato a Paolo Signorelli, che due attendibili collaboratori di giustizia hanno dichiarato falso, cioè fattosi fare dallo stesso Signorelli.

Romani gli ideatori, romani i mandanti, romani, più Cavallini, gli esecutori materiali.

Inoltre, questa azione stragista ha richiesto una preparazione accurata perché i partecipanti hanno dovuto studiare gli orari delle sedute del Consiglio comunale, per accertare quando più o meno si concludevano i lavori ed i consiglieri comunali e gli spettatori uscivano in strada; hanno dovuto rubare una macchina a Roma e portarla fino a Milano; hanno dovuto predisporla per l’esplosione, non certo a Roma; hanno utilizzato una sigla di sinistra, che riporta ai primi anni della “strategia della tensione” quando le colpe erano degli anarchici e dei “lottatori continui”.

Si cercava una strage da attribuire ad uno sconosciuto gruppo di sinistra, lo stesso che, per fortunata coincidenza, aveva attentato alla vita di Paolo Signorelli, ferito ad una gamba e non da “compagni”, secondo i collaboratori di giustizia.

A Roma, quindi, qualcuno cercava la strage e romani, difatti, sono stati gli indiziati, eccezion fatta per Gilberto Cavallini che, però, a Roma era di casa.

È forse una casualità che Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini sono romani? È una coincidenza che il loro complice, Gilberto Cavallini, sia stato indiziato di reato per la tentata strage di Milano e condannato ora, in primo grado, per quella di Bologna? Crediamo di no.

Succede spesso, anche a persone in buona fede, di “innamorarsi” di una tesi, in questo caso quella dei trucidi “fascisti” che, per motivi non ancora spiegati, decidono di compiere un massacro nella città simbolo del comunismo italiano.

Si legge così che la decisione di compiere la strage alla stazione ferroviaria venne presa, addirittura, nel mese di febbraio del 1979, ma non resa operativa, chissà perché, fino al 2 agosto 1980.

In realtà, si confonde, non sappiamo se in buona o in cattiva fede, il finanziamento, di cui oggi si parla come concesso per un’azione specifica ed isolata (la strage di Bologna), con un’attività politico-bombarola che doveva svilupparsi nel tempo, come logica pretende.

Gli attentati stragisti compiuti a Roma nella primavera del 1979 da chi sono stati finanziati? Si conoscono i nomi degli organizzatori, dei mandanti e degli esecutori, quindi, non è difficile comprendere attraverso quali mani sono passati soldi e direttive.

Non serve ipotizzare che Gelli o Ortolani, o Tedeschi o D’Amato abbiano personalmente conferito con personaggi come Fioravanti, Mambro e Cavallini, perché sappiamo che non sono mai stati “spontaneisti”, ma solo esecutori di ordini impartiti da altri, fra i quali Massimiliano Fachini, confidente della divisione Affari riservati, giusto per fare un nome.

È interesse di tanti disonesti affermare che la decisione di compiere la strage di Bologna è stata presa nel mese di giugno del 1980 in modo da escludere, fra i moventi, quello di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e della stampa dalla strage di Ustica.

In realtà, la strage di Bologna ha una caratteristica che la rende unica: per farla non serviva alcuna preparazione, organizzazione, studio, tempo.

L’obiettivo scelto, la stazione ferroviaria, richiedeva solo di giungervi e depositarvi la valigia con l’esplosivo, operazione che si poteva decidere e preparare in uno giorno solo.

La strage del 2 agosto 1980 appare essere la soluzione di ripiego dopo il fallimento di quella, del 30 luglio a Milano, perché un massacro doveva esserci ed un fallimento non era contemplato.

I giudici della Procura generale di Bologna sono certi di aver individuato i mandanti, ma non hanno ancora indicato i tramiti fra loro e gli esecutori materiali i cui nomi sono iscritti negli atti processuali di Roma, di Milano e della stessa Bologna.

Abbiamo quindi, una strage studiata, preparata, organizzata nei minimi dettagli a Milano, il 30 luglio 190, e una improvvisata a Bologna il 2 agosto.

Cambiano i nomi degli esecutori materiali (non tutti, visto che Cavallini è presente come indiziato in entrambi), non quelli dei mandanti e degli organizzatori.

Non cambia nemmeno il movente.

La superficialità dei tanti si limita a registrare che nel mese di luglio del 1980 non è accaduto nulla, a parte la tentata strage di Milano, della quale nessuno ha mai azzardato di ipotizzare un movente.

Bisogna invece concentrarsi su quello che avrebbe potuto accadere nel caso in cui fosse emersa ln verità sull’abbattimento del Dc-9 Itavia ad Ustica a causa di un missile lanciato da un aereo militare alleato o, addirittura, italiano.

Lo abbiamo scritto tante volte e non vogliamo ripeterci. Vogliamo solo ribadire che, dinanzi alla gravità eccezionale della situazione che si sarebbe determinata, qualcuno ha deciso che una strage per coprire le responsabilità di una strage era una soluzione accettabile.

E tanto hanno fatto.

L’ho dichiarato a Bologna, il 16 ottobre 2019, noncurante dello scetticismo dei presenti ed ora, nel silenzio pressoché totale della stampa e dei telegiornali, l’Ansa rende noto che, in una intercettazione ambientale del 18 gennaio 1996, Carlo Maria Maggi, parlando con il figlio, afferma che

«Ustica è stato un episodio di guerra fredda: perché la strage di Bologna è stato un tentativo di confondere le acque. Per far dimenticare Ustica». E aggiunge: «Lo so perché è così».

Carlo Maria Maggi, uomo della Cia in Veneto, conosce bene i fatti e la verità tanto che nessuno dubita della sua attendibilità quando attribuisce, parlando sempre con il figlio, ed ignaro delle microspie in casa, la responsabilita della strage a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, così quando chiama in causa l’“aviere”, identificato dai giudici come Paolo Bellini.

Ora, cosa diranno? Su Ustica come movente per la strage di Bologna non sarà più attendibile?

Non ci può essere un massacro senza un movente e, fino ad oggi, quelli addotti si sono rivelati fasulli, mentre l’unico valido siamo in due a denunciarlo.

Ustica brucia, perché riconoscerlo come movente vuol dire escludere quello ideologico,”fascista”, ma anche quello della vendetta ora libica, ora palestinese, sempre nemica, cosicché rimane solo quello dell’incidente, facendo finta di non sapere che l’esplosivo non può esplodere se non è innescato.

Ci si culla, ancora oggi, nell’illusione che lo Stato democratico ed antifascista, così come i suoi alleati internazionali e la Nato, non possono aver arruolato, finanziato, protetto uomini che hanno adottato la stragi indiscriminate come mezzo di lotta politica.

Allo stesso modo, ci si rifiuta di credere che dopo gli 81 morti di Ustica, considerati nel gergo militare un “danno collaterale, sempre possibile in una operazione bellica, si possa aver concepito ed attuato un secondo massacro per poter depistare in silenzio, lontano dai riflettori dell’opinione pubblica e della stampa nazionale ed internazionàle. Sono pie illusioni: questo è una Stato che uccide, che non avverte alcuno scrupolo morale quando è in gioco la sopravvivenza del sistema politico nazionale e quello delle sue relazioni internazionali con i vincitori della Seconda Guerra mondiale.

Se gli 81 morti del Dc-9 Itavia sono stati un “danno collaterale”, gli 85 morti di Bologna hanno costituito lo scudo, costruito con il sangue, per proteggere il più inconfessabile segreto della Repubblica.

La storia postbellica italiana è costellata di testimoni uccisi per proteggere segreti meno importanti di quello di Ustica.

E questa è una verità che nessuno mette in dubbio. Quindi finiamola con affermazioni inconcludenti e mendaci, e prendiamo atto che a decidere la strage di Bologna sono gli stessi che hanno scatenato una guerra civile a bassa intensità costata agli italiani centinaia di morti, migliaia di feriti ed imprigionati.

Dicono che questa sia una democrazia. Concordiamo, aggiungendo, che è una democrazia di morte.

Opera, 21 agosto 2020

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