Un Muro da Costruire

C’è un muro della memoria che in questo Paese nessuno parla di erigere, benché si tratti di ricordare cittadini innocenti, inermi, disarmati, non sovversivi né “terroristi” che, nella ritrovata democrazia, credevano di avere il diritto di manifestare per motivi politici, sindacali, sociali.

Su di loro è calato un silenzio totale. Nessuno osa ricordarli perché questi innocenti hanno una colpa, la più grave che si possa avere in un regime democratico e antifascista: sono stati uccisi dalle forze di polizia e da reparti dell’esercito.

Lo Stato italiano non è solo quello della stragi indiscriminate compiute con l’uso della armi: Portella della Ginestra, 1° maggio 1947, e dell’esplosivo, piazza Fontana, 12 dicembre 1969; via Fatebenefratelli, Milano, 17 maggio 1973; Brescia, Piazza della Loggia, 28 maggio 1974; treno Italicus, 4 agosto 1974; stazione ferroviaria di Bologna, 2 agosto 1980. Ma anche quello delle stragi compiute nelle piazze e nelle strade dalle forze dell’ordine, polizia, carabinieri, esercito.

Non si può scrivere la storia dello stragismo italico, se queste vengono omesse per il fatto che non possono essere attribuite ai nemici dello Stato ma ai suoi fedeli servitori in divisa, che agivano, ovviamente, in ossequio alle direttive politiche che ricevevano.

Il 28 luglio 1943 dovrebbe essere ricordata come una data infausta per gli antifascisti: infatti, quel giorno, a Bari e a Reggio Emilia, i reparti dell’esercito aprono il fuoco su due cortei antifascisti, uccidendo nove persone nella prima e ben diciannove nella seconda.

Due massacri compiuti tre giorni dopo l’arresto di Benito Mussolini e la caduta del fascismo. Inneggiavano alla libertà ritrovata i partecipanti a quei due cortei, e i “liberatori” gli hanno risposto con il piombo.

Non diversa sorte è capitata ai cittadini palermitani che, il 19 ottobre 1944, erano scesi in strada per invocare, questa volta, pane e lavoro.

Un plotone militare al comando di un sottotenente apre il fuoco e uccide ventitré persone, secondo un calcolo per difetto, ferendone oltre un centinaio.

È un massacro della democrazia che, grata, il 31 maggio 1947 applica l’amnistia all’ufficiale responsabile riconoscendone implicitamente la liceità del comportamento omicidiario, anzi stragista.

Perché di stragi parliamo. Difatti, sotto il profilo giuridico, il reato di strage si configura quando il numero dei morti è indeterminato: quindi, quando le forze di polizia hanno aperto il fuoco sui manifestanti si sono macchiate di questo reato, non di altro.

La guerra finisce e la Repubblica festeggia il proprio avvento a Napoli, il 12 giugno 1946, quando le forze di polizia sparano sui manifestanti monarchici, non fascisti né sovversivi, uccidendone sei, fra i quali la sedicenne Ida Cavalieri.

Il 9 ottobre 1946, a Roma, tocca agli operai del Genio civile sperimentare il rispetto dei diritti umani della democratiche forze di polizia, che lasciano sul terreno, senza vita, tre manifestanti, colpevoli di chiedere il miglioramento delle loro condizioni di vita.

Il 21 dicembre 1947, a Canicattì, i manifestanti di sinistra assediano la sede dell’Uomo Qualunque. I carabinieri riportano l’ordine uccidendone tre.

Il 30 marzo 1948, le forze di polizia, a Pantelleria, aprono il fuoco sugli abitanti, scesi in piazza per protestare contro l’iniquità delle sanzioni fiscali, ammazzandone tre.

Il 30 ottobre 1949, a Melissa (Catanzaro), le forze di polizia aprono il fuoco sui contadini che manifestano, uccidendone tre. Non erano sovversivi: uno dei tre, Francesco Nigro, era iscritto al Movimento Sociale Italiano, ma la povertà estrema cancella le divisioni politiche e ideologiche così come la morte.

Il 9 gennaio 1950, a Modena, scendono in piazza gli operai, sovversivi per definizione, essendo tutti inquadrati nella Cgil, ferreamente controllata dal Partito Comunista Italiano, e sparargli addosso è per i poliziotti un diritto, se non un dovere, al quale non rinunciano: ne ammazzano sei.

Il 21 febbraio 1954, a Mussomeli (Caltanissetta), i cittadini, in maggioranza donne, protestano per la cronica mancanza d’acqua, e ricevono piombo. Le forze di polizia uccidono tre donne e un adolescente di 16 anni.

Il 16 marzo 1956, a Barletta, una grande folla preme per ritirare i pacchi viveri distribuiti dalla Pontificia opera di assistenza. C’è fame e povertà, nessuno quindi vuole restare privo del pacco da portare a casa: a moglie e figli. In tre non riusciranno ad averlo, ammazzati dalle forze di polizia intervenute per riportare l’ordine.

Questa volta, bontà sua, s’indigna perfino il Papa, che degli stragisti democristiani al governo è il primo e più convinto sponsor.

Il 9 settembre 1957, a San Donaci (Brindisi), tocca a tre viticoltori cadere sotto il fuoco delle forze di polizia.

Il 7 luglio 1960, a Reggio Emilia, una manifestazione organizzata dal Pci è repressa con cinque morti.

L’elenco è lungo, perché le forze di polizia sono state sempre autorizzate a sparare e ad uccidere, per cui, fino alla fine degli anni Settanta, non passa anno in cui non si conti qualche morto per mano loro.

Il “terrorismo”, gli “anni di piombo” non c’entrano nulla perché le forze di polizia della democrazia hanno sempre ucciso nelle strade e nelle piazze fin dal giorno in cui è caduto il fascismo, a onore del quale va detto che tanti italiani non li ha mai ammazzati.

Non ci sono cifre certe, perché nessuno si è assunto il compito di ricostruire gli eventi, per dare almeno un nome e un volto a contadini, braccianti, operai, militanti di sinistra caduti sotto il fuoco delle forze dell’ordine.

Nessuno di questi morti ha avuto giustizia.

La favola dell’indipendenza della magistratura, dello Stato di diritto, del rispetto della legge, finisce nel constatare che mai, nemmeno una volta, dal 25 luglio 1943 al 20 luglio 2001, la magistratura italiana ha avvertito il bisogno di condannare qualcuno degli uccisori in divisa.

Il reato di strage non è mai stato contestato, sostituito da quello di eccesso colposo nell’uso legittimo delle anni, o simili.

L’obiettivo di una magistratura dipendente dal potere politico è stato sempre – e solo – quello di affermare la validità del comportamento omicidiario delle forze di polizia alle quali, qualche volta, si poteva rimproverare l’uso eccessivo della forza, a dire tanto.

Una beffa per tantissimi italiani rimasti privi di vita nelle strade e nelle piazze, mentre manifestavano per motivi sociali e sindacali.

Nessun rispetto per i loro familiari, obbligati al silenzio dalle sentenze assolutorie della magistratura nei confronti di quanti avevano ucciso i loro congiunti.

Non c’erano giornalisti, telecamere, fotografi ai funerali degli uccisi, né cardinali a fare le omelie, né politici, sociologi, garantisti, difensori dei diritti umani, come in Africa e negli Stati Uniti, mai in Italia.

In questo Paese, chi viene ucciso dallo Stato deve andarsene in silenzio, con discrezione per non turbare l’idilliaca rappresentazione di una democrazia, sia pure imperfetta, ma che garantisce libertà e rispetto dei diritti dei cittadini.

Roberto Franceschi era uno studente che,il 23 gennaio 1973, a Milano, partecipava ad una manifestazione nel corso della quale veniva gravemente ferito dalla polizia, tanto da morire il 30 gennaio seguente in ospedale.

La madre era una docente che per tanti anni aveva insegnato ai suoi alunni il rispetto per lo Stato democratico e le sue istituzioni: così attende per dodici anni che la magistratura faccia giustizia, condannando chi gli aveva ucciso il figlio.

Il 21 aprile 1985, la Corte di assise di appello di Milano, viceversa, assolve tutti per non aver commesso il fatto.

Il giorno seguente, 22 aprile, la signora rassegna le dimissioni da preside della scuola media con una lettera inviata al ministro della Pubblica istruzione:

“Oggi, dopo la sentenza della Corte di assise appello, che ha concluso un lungo e perverso iter giudiziario con l’assoluzione anche dell’ultimo imputato per non aver commesso il fatto, temo di dover aggiungere che la verità appartiene a tutti ma non al nostro Stato democratico; a questo Stato in cui si può ancora agire a livelli istituzionali con omertà e menzogna per sconfiggere la giustizia. In questo Stato, signor ministro, non sono più capace di tornare a scuola dai miei ragazzi e continuare ad educarli alla dignità di cittadini”.

Quante madri in Italia potrebbero sottoscrivere questa lettera: tante, troppe.

La dignità della madre di Roberto Franceschi non trova riscontro in altri familiari, che, viceversa, hanno scelto di stare dalla parte dello Stato pure nella consapevolezza che in esso “si può ancora agire a livelli istituzionali con omertà e menzogna per sconfiggere la giustizia”.

Parole durissime, che trovano puntuale riscontro in migliaia di episodi che punteggiano la disgraziata esistenza di questo disgraziatissimo Stato democratico ed antifascista.

Vorrà qualcuno chiedere che si eriga un muro della memoria anche a queste vittime? O devono essere condannate all’oblio perché non è opportuno ricordare chi è morto, innocente, per mano dello Stato? Giriamo la domanda ai fautori della costruzione di muri della memoria perché si chiedano se non sia il caso di costruirne uno solo, che unisca gli italiani nel rispetto dei caduti e della verità, di tutti i caduti e di tutta la verità.

Opera, 24 agosto 2020

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