Guerra Civile

Sono in molti, ormai, a riconoscere che in Italia si è svolta una guerra civile a bassa intensità anche se, poi, tutti evitano di dire quando è iniziata e, soprattutto, perché non è ancora finita.
Nella versione che viene ufficialmente accreditata dalla propaganda del regime, in questo Paese, caso unico nel mondo e forse nella storia dell’umanità, si è svolta una guerra triangolare, vale a dire che da un lato c’erano i “neri” che odiavano i “rossi” e attaccavano, però, lo Stato perché democratico e antifascista.
Dall’altro c’erano “rossi” che odiavano i “neri” ma combattevano contro lo stato capitalista che sfruttava ed opprimeva i proletari.
In mezzo a questi due opposti schieramenti, a combattere contro entrambi per difendre la democrazia e la libertà, c’era lo Stato che, alla fine, usando le armi della legalità e del diritto, ha sconfitto entrambi.
Vorremmo poter dire che, a questa verità che vede due contro uno e uno contro due, ci potrebbero credere i diversamente abili, come oggi si richiede che vengano chiamati quelli che un tempo erano sbrigativamente definiti deficienti; ma purtroppo ci credono tanti, tantissimi che in apparenza sono persone mentalmente sane.
Eppure, è sufficiente prendere in esame il periodo relativo agli anni Sessanta e Settanta per rendersi conto che gli schieramenti contrapposti erano solo due: quello anticomunista, che aveva nello Stato il suo punto di forza, e quello comunista, che ad esso si opponeva con mezzi legali e, via via, con quelli illegali.
Non lo dicono le analisi degli storici e dei politologi, lo dicono i fatti e i morti.
A sparare contro i “rossi”, difatti, erano i rappresentanti dello Stato democratico e antifascista, insieme a quelli della destra che si suole definire estrema, o “neofascista”.
I caduti della sinistra italiana nel periodo preso in eaame sono più di cento, numero approssimato per difetto.
Di questi, almeno una cinquantina possono essere accreditati alle forze di polizia, che non esitano a sparare nelle piazze contro i manifestanti “sovversivi“ a Reggio Emilia, Catania, Palermo, Milano, Roma, Pisa, Firenze, Bologna.
Quanti sono i dimostranti caduti sotto il fuoco delle forze di polizia, a causa dei candelotti lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, o travolti da camion e camionette durante la cariche?
Un numero ristretto ci dice che sono almeno 20: dagli uccisi di Reggio Emilia, nel rovente mese di luglio del 1960 a Giorgiana Masi, nel maggio del 1977.
Non erano armati, ma sono stati ammazzati lo stesso in nome e per conto dello Stato italiano, democratico, antifascista e anticomunista.
Erano, viceversa, armati i militanti della cosiddetta sinistra rivoluzionaria, quelli che sognavano di abbattere lo Stato borghese con i mitra, senza, rendersi corto che allo Stato la loro lotta faceva comodo.
Non avevano gli elementi di conoscenza per poterlo comprendere allora e, quindi, combattevano la loro guerriglia urbana, pagandone il prezzo.
Polizia e carabinieri riescono ad ucciderne almeno 30 in pochi anni, sia in scontri a fuoco che liquidandoli a sangue freddo come nel nel caso di Antonio Lo Muscio, Margherita Cagol, Anna Maria Mantini, Riccardo Dura, Anna Maria Ludmann, per citarne alcuni.
Sarebbe ipocrita recriminare perché la guerra è feroce e non rispetta alcuna regola.
Ma smettessero di vantarsi di aver “vinto” con le armi della legalità e del diritto.
In definitiva, per difetto, possiamo accreditare alle forze di polizia l’uccisione di almeno cinquanta “rossi”, una ventina dei quali inermi e disarmati.
Nello stesso periodo di tempo, cosa mai facevano i “neofascisti”, i famigerati “terroristi neri”, ansiosi di distruggere la democrazia?
Sembrerà strano ai diversamente abili, ma la storia ci dice che facevano esattamente quello che facevano le forze di polizia: ammazzavano “rossi”. In incidenti di piazza cadono Paolo Rossi, Domenico Congedo, Giuseppe Malacaria, Luigi De Rosa, fra altri.
Liquidati a sangue freddo sono invece Alceste Campanile, Walter Rossi, Roberto Scialabba, Ivo Zini, e così via.
Sono certamente più di quindici i “compagni” uccisi dai presunti “neofascisti”, ai quali vanno aggiunti gli otto morti della strage di piazza della Loggia, a Brescia, il 28 maggio 1974, e almeno un’altra decina in risse varie.
I “terroristi neri” non eguagliano il numero di “sovversivi” uccisi dalle forze di polizia, ma ci vanno vicino, perché i caduti per mano loro sono più di trenta.
Giova ricordare che, nel periodo preso esame, le forze di polizia, a destra, hanno ucciso un loro confidente divenuto scomodo, Giancarlo Esposti, il 30 maggio 1974, e il poliziotto ausiliario, Mario Tuti, ha ammazzato due amici in divisa, che erano andati a prenderlo per accompagnarlo in questura, il 24 gennaio 19752.
Dinanzi a questa cifre inconfutabili, la logica, la ragione e l’intelligenza ci obbligano ad abolire definitivamente la definizione di “terrorismo nero” e utilizzare, d’ora in avanti, esclusivamente quella di “terroriso bianco”, o di Stato.
Le perdite della sinistra non si limitano a quelle subite ad opera delle forze di polizia e degli ausiliari dell’estrema destra, perché dobbiamo annoverare fra queste i militanti militanti caduti in operazioni di autofinanziamento (almeno sei) e mentre deponevano o preparavano ordigni (altri sette), per cui si raggiunge un numero di morti superiore alle cento unità.
La sinistra attuale, capitalista e reazionaria, dopo aver rinnegato gli antichi ideali, ha dimenticato anche i morti, troppo scomodi per essere ricordati, non solo quelli caduti sotto il foco delle forze di polizia ma anche gli altri, quelli che, a un certo momento, sono crollati e si sono tolti la vita.
Sono almeno 15 i militanti che hanno scelto di uccidersi, ognuno con motivazioni magari diverse, ma che vanno comprese e rispettate.
Non è un caso che di questi ben sette si sono suicidati nelle celle di un carcere dove per loro la vita non aveva più senso e non erano più sorretti dalla speranza di un futuro diverso dal passato.
A sinistra si muore: due sono uccisi in carcere dai loro compagni che li accusavano di aver tradito, uno fuori. Altri due sono abbattuti dalla polizia a Parigi e a Barcellona (Spagna); altri muoiono in carcere per infarti, malori, malattie, incidenti.
Non è possibile, come sempre, fare un conteggio esatto delle perdite in vite umane subite dalla sinistra, non solo rivoluzionaria perché, ad esempio, vanno inserite anche quelle provocate dalla mafia, notoriamente anticomunista.
Molto più vango sarebbe l’elenco se partissimo dal 1945 in avanti, ma, anche circoscrivendo il periodo agli anni della “strategia della tensione”, vediamo che che le cifre sono quelle di una guerra che ancora ci si ostina ufficialmente a negare.
Guerra che non è ancora finita come testimonia la presenza in carcere delle “principesse rosse” a Rebibbia e dei loro compagni a Trani, perché la codardia del regime ne impedisce la scarcerazione.
L’ipocrisia di un Stato che si definisce laico pretende, difatti, che si ravvedano perché, perbacco, hanno osato insorgere contro un regime sorrettosi sulle mafie, sull’omicddio, sullo stragismo, sullo sfruttamento dei lavoratori, sulla sudditanza nei confronti dalla potenza egemone.
Hanno fatto una guerra che non potevano vincere e sarebbe, prova di onestà intellettuale e di coraggio civile da parte di quanti sanno la verità, chiedere che venga dichiarata conclusa, con la loro scarcerazione, non come gesto di clemenza ma di riparazione nei confronti loro e di un popolo al quale si racconta ancora oggi dei “terroristi neri e ressi” che hanno attaccato lo Stato democratico e antifascista.
Sappiamo – e lo dimostriamo da anni – che i “neri” sono stati i burattini dello Stato e i “rossi” sono stati ingannati e strumentalizzati da un anticomunismo nazionale ed internazionale che aveve tutti i mezzi per farlo senza esporsi o compromettersi.
È ora di riconoscerlo ufficialmente se si vuole verità e di chiudere un capitlo di storia che è iniziato il 25 luglio 1943, 77 anni or sono.
Tanti, decisamente troppi.

Opera, 25 agosto 2010

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