Per la Storia e per l’Italia

L’affermazione suona retorica ma risponde alla realtà delle scelte fatte tanti anni or sono e mantenute inalterate nel tempo.

È, pertanto, doveroso farla per chiarire, una volta di più, che non c’è un interesse personale nel ricostruire, senza alcuna faziosità, la vera storia d’Italia.

Fino al momento in cui in questo Paese ad essere propagandata è la menzogna di Stato non ci si può fermare.

Perché, ancora oggi, nel 2020, ad affermarsi presso l’opinione pubblica è il contrario della verità, ad opera di giornalisti, storici e magistrati per i quali è troppo difficile evidentemente rinunciare a parlare di “destra eversiva”, “terroristi neri”, piduisti, servizi segreti “deviati”.

Si assiste in questo modo allo spettacolo singolare di persone che, da un lato, vogliono sinceramente la verità e, dall’altro, la negano, inventando l’esistenza di un nemico, variamente configurato (neofascismo, terrorismo rosso, mafie, P2, ecc.), dello Stato, del regime e, in definitiva, del popolo italiano, quando tutti gli elementi dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il solo nemico di questo popolo sono stati lo Stato ed il regime che lo ha guidato.

Non si potrà mai giungere alla verità continuando a trasformare, sul piano mediatico e giudiziario, uomini e gruppi che hanno servito gli interessi dello Stato nei suoi nemici solo perché non conviene per lo stipendio, per la carriera, per la popolarità, per conservare il posto di lavoro, dire il contrario, dire cioè la verità.

Nella storia degli anni Sessanta e Settanta, a destra, incontriamo solo persone che hanno rinnegato i loro ideali e che hanno tradito i loro camerati di un tempo, come Mario Tedeschi e Licio Gelli, e altre che sono sempre state al servizio di questo Stato (Umberto Federico D’Amato) e di questo regime (Umberto Ortolani).

Dobbiamo accettare senza reagire che, nel momento in cui emergono le loro responsabilità in operazioni di carattere stravista, siano spacciati per “eversori”, manco a dirlo, “neri”? No, non ci rassegniamo alla menzogna.

Perché parliamo di uomini che in quegli anni s’identificavano con il potere. Sarà bene ricordare che mentre, secondo le recenti accusa, Licio Gelli e Mario Tedeschi finanziavano ed orzanizzavano campagne di attentati anche finalizzati alla strage, nello stesso arco di tempo (1978-1979), contestualmente, insieme a Giulio Andreotti ed al direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, facevano aprire l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado facendo il nome di Carlo Cicuttini.

È vero che tanto hanno fatto per i loro interessi, ovvero per favorire Mario Tedeschi e Democrazia Nazionale, ma è stato un innegabile esempio di potenza alla quale non è stato in grado di opporsi il pur potentissimo Comando generale dell’Arma dei Carabinieri.

Se finanziavano e fomentavano attentati e stragi non lo facevano, pertanto, contro il potere che detenevano, ovvero, contro sé stessi.

Con il potere, di conseguenza, erano schierati i personaggi che, all’epoca, erano collocati ai vertici dell’estrema destra romana ed italiana, come i fratelli Fabio e Alfredo De Felice.

L’11 marzo 1985, Paolo Aleandri, “collaboratore di giustizia”, dichiara in sede giudiziaria:

«De Felice Fabio (…) da una parte era contrario alla lotta armata contro il potere che riteneva velleitaria; dall’altra agiva su due strade: l’uso del terrorismo come strumento che incuteva paura e creava consenso; ma anche un uso strettamente finalizzato alla conquista, mantenimento ed alla stabilizzazione di quelle fette di potere reale a cui De Felice tentava di accedere…».

Non c’è traccia di intenti eversivi nei propositi e nei progetti di Fabio De Felice e del fratello Alfredo. Chi mai potevano frequentare i due fratelli la cui ambizione personale era quella di entrare a far parte stabilmente del potere?

«Alfredo De Felice – racconta Aleandri – mi presentò Gelli, io avevo il compito di mantenere questo contatto per conto di Marcelli, nome di copertura di Filippo De Jorio, all’epoca latitante per il golpe Borghese”.

Filippo De Jorio, per chi non lo sapesse, era un democristiano legatissimo a dirigenti democristiani del livello di Giulio Andreotti e Mariano Rumor.

Fra le amicizie dei due fratelli non poteva mancare Umberto Federico D’Amato. A rivelarlo, il 9 febbraio 1984, dinanzi ai componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia 2, è lo stesso Paolo Aleandri, il quale dichiara:

«Nell’ambito del ministero dell’Interno, fra le persone che, secondo i fratelli De Felice, avevano dato la loro adesione al golpe Borghese e in generale alla strategia della tensione, c’era Federico D’Amato, legato da vincoli di amicizia ad Alfredo De Felice”.

Ricordiamo, inoltre, che il colonnello dei carabinieri, Michele Santoro, nell’aula della Corte di assise di Venezia, nella primavera del 1987, ammise, la frequentazione della casa di Fabio e Alfredo De Felice con inviti a cena e a pranzo. Fabio De Felice, sempre secondo Paolo Aleandri, risulta essere anche tra i fondatori di un’organizzazione che sarà, successivamente, ritenuta eversiva: Costruiamo l’Azione.

Una contraddizione o il prosieguo di quella politica che, come predicava Fabio De Felice, prevedeva l’uso del terrorismo “come strumento che incuteva paura e consenso”?

La risposta risiede nel fatto che gli attentati a Roma, nella primavera del 1979, erano rivendicati con sigla e linguaggio di sinistra e, pertanto, il consenso, nato dalla paura, si coagulava attorno al potere.

Il 20 maggio 1979, a Roma, nei pressi del palazzo in cui ha sede il Consiglio superiore della magistratura, in piazza Indipendenza, è collocata una vettura imbottita con 99 candelotti di dinamite, destinata ad esplodere alle 16.00, in concomitanza con l’inizio del raduno degli Alpini.

La strage non avviene solo per un difetto del timer.

Il 7 maggio 1983, il pentito Walter Sordi dichiara, a proposito di questa tentata strage, che, secondo quanto riferitogli da Gilberto Cavallini,

«l’ordine di fare una strage poteva pervenire solo da De Felice Fabio. Infatti egli era al vertice del M.R.P. [Movimento Rivoluzionario Popolare], da cui prendevano ordini Calore, Signorelli e tutti gli altri».

Questa accusa non risulta sia stata provata, ma Sordi ribadisce il ruolo di preminenza dei fratelli De Felice nel sordido ambiente dell’estrema destra romana in quel periodo, confermando quanto già dichiarato in proposito da Paolo Aleandri.

Anche Aldo Semerari era a fianco di Fabio e Alfredo De Felice nella direzione dell’estrema destra romana.

Anche lui, come tutti, era in contatto con i servizi segreti. Il 30 novembre 1984, sempre Paolo Aleandri ricorda:

«Semerari mi parlava con una certa facilità dei suoi rapporti con i servizi, alludendo a persone che ricoprivano specifici ruoli professionali e che contemporaneamente svolgessero rapporti informativi con i servizi. Ricordo a tale proposito che più volte fece riferimento al colonnello Michele Santoro, suo amico, e frequentatore della sua abitazione come di persona in collegamento con i servizi segreti; più volte mi parlò del suo collega Ferracuti come di persona collegata alla CIA».

Parole confermate dalla deposizione del colonnello Demetrio Cogliandro, il quale, il 3 marzo 1985, dinanzi ai giudici di Bologna, afferma che Aldo Semerari aveva chiesto aiuto al servizio segreto militare tramite Renato Era, da anni collaboratore dello stesso servizio.

Semerari era anche amico di Licio Gelli. Lo afferma, il 20 dicembre 1984, Mauro Ansaldi e lo conferma Giacomo Geirola, un amico di Raffaello Gelli, figlio del Venerabile Licio. Il 6 luglio 198l, a Bologna, in sede giudiziaria, Geirola ricorda che, trovandosi coinvolto in un procedimento giudiziario, si sentì dire da Raffaello Gelli che, per ottenere una perizia psichiatrica, poteva rivolgersi ad Aldo Semerari

«perché era una persona fidata alla quale essi si rivolgevano quando ne avevano bisogno, perché era disponibile».

In sede giudiziaria, giornalistica, storica, queste notizie si conoscono da quasi quarant’anni: ciò vuol dire che si preferisce ancora oggi fingere di credere che Fabio e Alfredo De Felice e Aldo Semerari, solo per fermarci a questi tre personaggi, collegati ai servizi segreti militari e civili e a uomini di potere politico come Licio Gelli, abbiano rappresentato la “cupola” della destra eversiva.

Per ricordare la potenza di Licio Gelli e di Umberto Ortolani è sufficiente ricordare che, dopo essere stati imputati per reati gratissimi, i due sono stati ospitati, serviti e riveriti, in una cella costruita appositamente per il primo, al costo di un miliardo, all’interno delle caserma allievi degli agenti di custodia di Parma, perché erano troppo importanti per essere ristretti, sia pure con tutti gli agi e gli onori, in un normale istituto di pena.

Se questo è stato il trattamento riservato dallo Stato e dal regime a due imputati, vogliamo ancora considerarli “eversori”, finanziatori del “terrorismo nero”, nemici dello Stato e del regime?

La verità vuole che i De Felice e i Semerari erano contigui al potere e che i loro complici ne erano perfettamente consapevoli e, per questa ragione, da loro prendevano ordini e direttive.

Del mondo dell’estrema destra romana e veneta, in particolare, si conosce moltissimo: nomi ed azioni non sono da tempo un segreto, e quando si scopre qualcosa di nuovo c’è qualche sprovveduto che si “sbalordisce”, come il giornalista de L’Espresso che prende atto che i “terroristi neri”, quelli “spontaneisti” dei Nar, nell’autunno del 1981 avevano a loro disposizione un appartamento in via Gradoli, a Roma, nello stesso stabile dove erano stati nel 1978 Mario Moretti e Barbara Balzerani, lo stesso in cui il Sisde aveva appartamenti di copertura.

Non rinunciano, però, a definirli “terroristi neri” perché da troppi anni sommano menzogne su menzogne ed ora sono in affanno perché perfino la stampa asservita di un regime totalitario si trova in difficoltà nel presentare come nemici dello Stato personaggi come Umberto Federico D’Amato, fucilatore di giovani fascisti, che ha dedicato una vita al potere per il potere.

Hanno i nomi degli autori della mancata strage del 20 maggio 1979, a Roma, in piazza Indipendenza; hanno quelli degli indiziati per la mancata strage di Milano del 30 luglio 1980; hanno quelli dei condannati e degli imputati per la strage del 2 agosto 1980 a Bologna; hanno quelli dei loro capi e dei loro referenti nelle istituzioni e nell’ambito del potere politico: devono solo trovare il coraggio di ammettere che il terrorismo in Italia c’è stato, ma era bianco, non nero, era di Stato e di regime.

Il 12 giugno 1993, La Repubblica scrive che

«l’Italia era un avamposto americano in Europa e Washington usava il nostro Paese come una piattaforma per operazioni spionistiche e militari».

E ricorda quanto scriveva sul Washington Post, Stephen Rosenfeld, secondo il quale questa scelta

«ha salvato la democrazia ma ha fatto pagare al Paese prezzi che non sono ancora pubblici».

Invece, il prezzo che ha pagato l’Italia lo conosciamo, a partire dall’8 settembre 1943, quando il nostro Paese ha cessato di essere una Nazione sovrana e indipendente.

Nel prezzo che gli Italiani hanno pagato rientrano anche la strage di Ustica e quella di Bologna, la seconda per occultare le responsabilità della prima.

Le prove ci sono.

Opera, 29 agosto 2020

3 pensieri riguardo “Per la Storia e per l’Italia

    1. Federico Umberto D’Amato, nel luglio del 1944, al servizio dell’Oss, permise l’arresto di oltre trecento persone che operavano nel Sud Italia a supporto della Rsi e dei Tedeschi, smantellando quindi la rete clandestina di resistenza contro gli anglo-americani. Molti di questi arrestati furono ovviamente passati per le armi.
      fonte: Giacomo Pacini, Il cuore occulto del potere, Storia dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale (1919-1984), Nutrimenti editore, 2011, p. 93.

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