Stragismo Bianco

La storia ufficiale dell’Italia si scrive con le menzogne e le omissioni perché, ovviamente, la verità il regime non può raccontarla agli italiani.

In questo modo, i propagandisti del regime sono riusciti a convincere migliaia di italiani dell’esistenza di un “terrorismo nero” negli anni Sessanta e Settanta che ha utilizzato come arma preminente contro lo Stato democratico ed antifascista lo stragismo indiscriminato.

Dopo aver blaterato in perfetta malafede di “stragi naziste” comparate con quelle di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e così via, negli anni Novanta hanno dovuto convenire che le stragi erano funzionali a tentativi di “golpe”.

Pochi, purtroppo, fanno caso al fatto che i “golpe” li fanno coloro che già detengono parte del potere, e nemmeno il più sfacciato pseudo-storico del regime si è spinto a scrivere che i fascisti in Italia erano al potere, ovvero nei governi e nei vertici delle istituzioni.

Hanno detto e scritto che i “fascisti” volevano il golpe, non fatto da loro ma dai “colonnelli”, ovvero dai vertici delle Forze Armate, i cui generali avevano tutti, nessuno escluso, partecipato alla cosiddetta “guerra di liberazione” ed alla Resistenza.

Dato questo non smentibile perché, ad esempio, il generale Giovanni De Lorenzo era medaglia d’argento al valor della Resistenza, mentre il generale Enzo Marchesi aveva partecipato alla Resistenza come partigiano in una formazione del Partito d’azione, e il generale Alberto Li Gobbi, comandante delle brigata paracadutisti “Folgore”, aveva addirittura perso il fratello, ucciso dai tedeschi nel 1944.

Mentre fra i politici i “golpisti” annoverano Randolfo Pacciardi, repubblicano, esule antifascista, combattente con le Brigate internazionali in Spagna, ripetutamente ministro della Difesa nei governi repubblicani; Edgardo Sogno, medaglia d’oro della Resistenza, referente dei servizi segreti britannici durante la guerra civile, liberale; Giulio Andreotti, democristiano.

Per il mondo economico, industriale e finanziario è sufficiente fare il nome del partigiano “bianco” Eugenio Cefis.

Insomma, i golpisti italiani come inno avevano Bella Ciao, non Giovinezza, e quanti hanno partecipato all’opera di destabilizzazione erano i manovali, che dovevano consentire a chi era già inserito nella “stanza dei bottoni” di stabilizzare il sistema.

Erano i patiti dello Stato forte contro la “sovversione rossa”, i fautori della “democrazia autoritaria”, i fan di “legge e ordine”: una macedonia, di repubblicani, democristiani, monarchici, liberali, socialdemocratici, socialisti, missini, tutti accomunati appassionatamente dal desiderio di salvare l’Italia dal comunismo, così come preteso dagli Stati Uniti, potenza egemone e punto di riferimento per tutti loro.

Le stragi contro la popolazione civile, dapprima rivendicata a sinistra e poi a destra (“eversiva”), non avevano pertanto altro fine che dare ai fautori del golpe il pretesto per intervenire e restituire sicurezza ai cittadini, ben lieti in cambio di perdere temporaneamente qualche libertà.

Non c’è stato quindi un attacco al regime, ma il tentativo di renderlo più forte nei confronti del nemico dell’Occidente, il comunismo internazionale, contro il quale, a parere dei “golpisti”, la classe dirigente si dimostrava debole ed indecisa, pronta al compromesso.

È in uno scontro all’interno del sistema che vanno individuate le ragioni dello stragismo italiano, non in un attacco condotto dall’esterno di esso da parte di “fascisti” più che mai presunti.

Non è mai stata fatta un’indagine seria sullo stragismo di Stato in Italia, che inizia negli anni Sessanta, e si conclude il 2 agosto 1980 a Bologna.

Non tutte le stragi sono riuscite e non tutte hanno avuto fini golpistici.

Sorvolando sulla strage compiuta dalle forze di polizia, a Reggio Emilia, il 7 luglio 1960, la prima strage compiuta contro un treno, finalizzata cioè a colpire cittadini inermi, risale al 30 settembre 1967. Quel giorno, una passeggera nota una valigia in uno scompartimento del Brennero Express, diretto da Vienna a Roma, e chiama la polizia. Due poliziotti prelevano la valigia che, poco dopo, esplode, provocando la loro morte.

Sono gli anni della guerriglia alto-atesina e, giusto i1 25 giugno dello stesso anno, a Cima Vallona, una trappola esplosiva aveva provocato la morte di quattro militari italiani.

Nulla di meglio, per gli strateghi del terrore, che provocare un’ondata di indignazione nella popolazione italiana, che una strage di civili ad opera dei “terroristi” alto-atesini.

Peccato per loro, però, che l’unico indiziato per questa strage mancata e la morte di due poliziotti sia stato Franco Freda, poi prosciolto in sede istruttoria per insufficienza di indizi.

Non è stato mago Zurlì ma tantomeno gli irredentisti altoatesini. Così che non é difficile pensare agli apparati segreti dello stato italiano, sui quali ricade la responsabilità della guerriglia alto-atesina, come beneficiari di quella strage fortuitamente fallita.

Il 12 dicembre 1969, a Milano, in piazza Fontana inizia la serie delle stragi con finalità “golpiste”. Il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, non proclama lo “stato di emergenza“ (questo era il golpe) e l’operazione fallisce, ma ci riprovano otto mesi più tardi. La preparazione per il golpe Borghese del 15 agosto 1970 vede la rivolta di Reggio Calabria, iniziata il 14 luglio, e la strage di Gioia Tauro del 22 luglio. In entrambi i casi agiscono gli uomini di Junio Valerio Borghese, inquadrati in Avanguardia Nazionale, e quelli della n’drangheta. I mandanti vanno cercati nei componenti del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” di cui fa parte Francesco Franco, esponente del Msi.

I nomi degli esecutori della strage di Gioia Tauro e del finanziatore sono stati accertati dopo oltre venti anni, quando erano oramai morti, e nessuno di loro era fascista.

Non basta, perché il 28 agosto 1970, a Verona, qualcuno cerca di fare un massacro all’interno della stazione ferroviaria dove viene deposta, in una sala passeggeri, una valigia di esplosivo che, fortuitamente, viene spostata da agenti della polizia ferroviaria per poi esplodere senza fare danni né vittime. Nel 1973 si ricomincia.

Il 7 aprile 1973, un gruppo di confidenti dei carabinieri di Milano, guidati da Giancarlo Rognoni, tenta di compiere una strage su un treno, ma l’imperizia dell’esecutore materiale, Nico Azzi, evita il massacro.

Riesce, viceversa, la strage del 17 maggio 1973 compiuta dinanzi alla questura dal confidente del servizio segreto militare, Gianfranco Bertoli.

L’obiettivo specifico in questo caso era il “traditore” Mariano Rumor, quello che aveva fatto fallire il golpe del 12-14 dicembre 1969, ma la volontà di compiere una strage, da attribuire ad un “anarchico”, è provata dal lancio di una bomba a mano ananas, a frammentazione, in mezzo alla folla.

Il 1974 è l’anno delle stragi. Il tempo stringe, con il presidente americano Richard Nixon in procinto di essere defenestrato, e i golpisti italiani giocano tutte le carte a loro disposizione.

Il 29 gennaio 1974, a Silvi Marina (Pescara) cercano di far deragliare la Freccia del Sud con un ordigno di 8 chili di esplosivo. L’azione stragista fallisce per cause indipendenti dalla volontà degli autori.

Ci riprovano ancora contro un convoglio ferroviario, a Vaiano, il 21 aprile 1974, ma anche in questo caso il massacro viene sventato da una fortuita coincidenza.

Il 28 maggio 1974, pure, l’operazione stragista riesce a Brescia, dove una bomba viene fatta esplodere in mezzo alla folla che partecipa ad un comizio sindacale in piazza della Loggia.

Il successo del massacro di ripete a San Benedetto Val di Sambro, il 4 agosto 1974, quando una bomba esplode sul treno Italicus diretto da Roma a Parigi.

Nel 1978 viene riproposta la “strategia della tensione” secondo i canoni classici, cioè imputando alla sinistra gli attentati e le stragi.

Così a Roma, nella primavera del 1979, dopo alcuni attentati di rilevante gravità, rivendicati con sigla e linguaggio di sinistra, il 20 maggio 1979 si cerca ancora una volta la strage, avendo come obiettivo un raduno degli alpini.

Il mancato funzionamento del timer evita la strage.

Ancora a sinistra, ancora con base a Roma, è rivendicata la fallita strage del 30 luglio 1980, a Milano, che ha una finalità politica, come la precedente del 24 maggio 1979, ma anche l’obiettivo di far passare in secondo piano l’abbattimento del Dc-9 Itavia ad Ustica.

La strage fallisce e, a questo punto, sempre manovalanza romana s’incarica di colpire un obiettivo sicuro: la stazione ferroviaria di Bologna, il 2 agosto 1980.

La finalità politica non conta più, vale solo la necessità imperiosa di cancellare Ustica dalle pagine dei giornali e sviare l’attenzione dell’opinione pubblica con un massacro senza precedenti.

Obiettivo pienamente raggiunto.

È un elenco incompleto, ma in grado di provare che dietro le stragi italiane non c’erano motivazioni ideologiche fasciste o movimenti di opposizione talmente folli da ritenere di acquisire consensi massacrando innocenti sui treni, nelle piazze, nella strade, nella stazioni ferroviarie.

C’era un piano di destabilizzazione dell’ordine pubblico che doveva fornire il pretesto per una stabilizzazione politica del Paese in senso anticomunista e filo-atlantico, compiuta da chi il potete lo deteneva in tutto o in parte.

Chi erano gli stragisti?

Tutti, nessuno escluso, collegati ad apparati segreti dello Stato e dei suoi alleati internazionali, come documentato in ambito giudiziario, per cui solo chi è in malafede, oggi, può continuare a parlare di “fascisti” che compiono stragi o di “stragismo fascista”.

Vale la pena di ricordare che il “tecnico delle stragi”, Carlo Digilio, riconosciuto colpevole per le stragi di Brescia e di piazza Fontana era stato educato dal padre Michelangelo ai valori dell’antifascismo e della resistenza.

Michelangelo, infatti, ufficiale della Guardia di Finanza aveva tradito il Paese in guerra, già nel 1942, quando aveva iniziato a collaborare con l’Intelligente Service britannico.

Rientrato in Italia, Digilio era rimasto in servizio nella Guardia di Finanza repubblicana su ordine del Comitato di Liberazione Nazionale veneto, il quale, a fine guerra, gli consegnerà il tesserino di partigiano, e sarà poi infiltrato a destra su ordine del Servizio Informazioni Militare (Sim).

Il figlio, agente della CIA, confidente dei servizi segreti italiani, dovremmo considerarlo “fascista” perché fa comodo agli antifascisti?

Crediamo proprio di no.

Sono proprio gli obiettivi prescelti che ci dicono come il fine fosse solo destabilizzante e come, di conseguenza, gli autori agissero per conto di terzi e non per uno proprio.

Su tredici stragi riuscite e fallite, ben sei hanno colpito convogli ferroviari e due le stazioni ferroviarie di Verona e di Bologna: otto su tredici, perché bisogna creare il panico nella popolazione, esasperare il senso di insicurezza, spingendo gli italiani a chiedere ai governi di intervenire, non importa come, per porre fine a tutto questo.

È una logica di potere, non di opposizione.

Infine, ancora oggi si parla – ed è vero – di coperture e depistaggi relativi, tutti, a personaggi implicati nello stragismo e nel terrorismo “nero”: si riconosce in questo modo che, nel 2020, esistono centri di potere che occultano verità, nascondono fatti, difendono persone per eventi che risalgono a 40-50 anni or sono.

Nemmeno Paolo Mieli oserebbe dire che oggi ci sono poteri occulti di carattere fascista annidati nei gangli vitali dello Stato democratico ed antifascista: quindi devono tutti convenire che, se ancora si assiste ad un’azione di depistaggio, è perché lo Stato deve nascondere i suoi segreti e, di conseguenza, chi ha operato nel suo interesse, con i metodi più ignobili.

L’Italia stragista è antifascista.

Lo negano oggi, lo affermerà domani la storia.

Si rassegnino.

Opera, 31 agosto 2020

Un pensiero riguardo “Stragismo Bianco

  1. Vicino a dove abito, a Verona, fino a circa 25 anni fa, nella caserma Passalacqua, ex sede Setaf, c’era il “Reparto di guerra psicologica Monte Grappa” (ricordo ancora la lapide all’esterno). Mi sembra di ricordare che in qualche sentenza si appurò che Digilio si recava lì a prendere ordini. E che il “covo” da dove partì l’esplosivo per piazza Fontana era in via Stella. In pieno centro.
    In questo momento non ho le fonti, ma per chi sa e vuole leggere le sentenze e le istruttorie c’è quasi tutto.
    Verona è stato un fulcro di queste operazioni.
    Può confermare ?

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