Ahi, Serva Italia!

Sulla sudditanza dell’Italia verso gli Stati Uniti non ci sono dubbi di sorta, sia in campo politico che economico e militare.

Ma, perfino una Nazione subalterna alla potenza egemone dovrebbe avvertire la necessità ed il decoro di impedire che servizi segreti stranieri possano creare all’interno del territorio italiano proprie reti informative ed operative che servono esclusivamente gli interessi propri e non quelli italiani.

I servizi segreti di tutte le Nazioni creano, all’interno delle altre, reti informative per il proprio tornaconto, per la ricerca di informazioni sul piano politico, economico, finanziario, industriale e militare.

Non desta, pertanto, stupore che i servizi segreti americani, britannici, francesi, tedeschi, israeliani e così via, abbiano informatori in Italia, debitamente pagati con più di 30 denari.

Solleva, invece, scandalo che possano mantenere reti informative e, addirittura operative, con il tacito consenso dei governi e la passiva complicità dei servizi segreti italiani.

In ogni Paese del mondo, lavorare per i servizi segreti di altri Paesi, non importa se amici o nemici, è considerato un reato gravissimo, perché ne lede gli interessi vitali.

Lo dimostra, fra l’altro, la condanna a 30 anni di reclusione inflitti a una spia israeliana (Jonathan Pollard), che operava negli Stati Uniti, cioè della Nazione che più di ogni altra, è legata ad Israele.

In Italia, viceversa, non c’è traccia di un’opera di prevenzione e repressione dell’attività dei servizi segreti stranieri sul nostro territorio, a meno che non siano dei Paesi considerati “nemici” degli Stati Uniti e della Nato.

Se vogliamo avere la prova certa della mancanza di indipendenza e sovranità dell’Italia la troviamo proprio nel campo più delicato, quello della sicurezza nazionale.

Abbiamo già visto che l’ambasciata americana a Roma, il 7 agosto 1970, era stata informata dal generale Vito Miceli, comandante del Sios Esercito, dell’imminenza di un golpe capeggiato da Junio Valerio Borghese, e appoggiato da alcuni Paesi esteri (Grecia, Spagna, Israele, Germania federale) e aveva provveduto a bloccarlo, senza che ci siano prove che abbia informato il presidente del Consiglio, Emilio Colombo, e il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

Poi, il golpe sarà tentato nella notte del 7-8 dicembre 1970, con un esito disastroso: ma questa è un’altra storia.

Qui interessa porre in rilievo come servizi segreti italiani abbiano favorito il golpe, poi lo abbiano osteggiato e, infine, coperto, sempre sotto la regia americana.

Ed agli Stati Uniti va fatta risalire la rete informativa ed operativa che agiva in Veneto, i cui agenti e collaboratori vengono ancora oggi spacciati per “neofascisti” ed “eversori”.

Malafede è il termine adeguato per quanti, ancora oggi, pretendono di affermare che in Veneto ha agito una “cellula nera” che si è resa responsabile della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e di quella di Brescia del 28 maggio 1974.

Perché la verità è stata scritta, per la prima volta, nel rapporto del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri, a firma dell’allora capitano Massimo Giraudo, dell’8 maggio 1996.

Da ben ventiquattro anni, pertanto, gli storici italiani sanno che Carlo Digilio, il “tecnico della stragi”, condannato per la strage di piazza Fontana e per quella di Brescia, dal 1967 era un “fiduciario” della Cia, che lo impiegava nel Triveneto ed anche all’estero.

Anche sotto il profilo ideologico, Digilio era antifascista perché figlio di Michelangelo Digilio il cui curriculum di spia e di traditore della Patria inizia in Grecia, ad Atene e Creta nel 1942, per proseguire in Italia, conducendo il doppio gioco come ufficiale della Guardia di Finanza delle Repubblica Sociale Italiana e, contestualmente, partigiano della brigata “Biancotto”.

E sarà cotanto padre a trasmettere al figlio il ruolo di “fiduciario” della Cia, assumendone in suo onore lo stesso criptonimo, “Erodoto”.

Forte del suo pedigree, Michelangelo Digilio passa al figlio l’ideale bandiera dell’antifascismo e della Resistenza con buona pace di quanti lo hanno indicato come “nazista” di Ordine Nuovo.

Se il “tecnico delle stragi” lavorava per la Cia dal 1967, il suo antico sodale, Marcello Soffiati, la carriera di spia per gli americani l’aveva iniziata qualche anno prima, fin dai primi anni Sessanta, per divenire agente operativo a partire dal 1976.

Il mestiere di spia e di delatore, Marcello Soffiati l’aveva nel sangue tanto che, mentre lavorava per gli americani, era anche informatore del Sisde, con il criptonimo “Eolo”.

Tra una spiata e un’altra, Soffiati trova ovviamente il tempo di partecipare almeno ad una strage (una per quanto si sappia), quella di Brescia del 28 maggio 1974, per la quale è stato riconosciuto colpevole post-mortem.

In un mondo di onesti, Marcello Soffiati sarebbe indicato come agente informativo ed operativo della Cia e informatore del Sisde, ma nel nostro Paese è tacciato, anche lui, della qualifica di “fascista”.

E Carlo Maria Maggi, ispettore triveneto di Ordine nuovo?

Carlo Digilio racconta che

«persone come il Dr. Maggi, quindi, pur non entrando di certo a far parte direttamente della struttura americana, ne costituirono la connessione con l’ambiente esterno».

La distinzione operata da Digilio lascia il tempo che trova perché Maggi, pur non essendo un agente della Cia, per questa lavorava consapevolmente e coscientemente.

Lo deve ammettere lo stesso Carlo Digilio quando riferisce che Maggi era in stretti rapporti con Sergio Minetto, capo-rete della Cia in Veneto, superiore gerarchico di Marcello Soffiati:

«Minetto e Maggi s’incontravano – racconta “Erodoto” – molto spesso sia a Colognola ai Colli, in trattoria, o a casa di Bruno Soffiati, sia a Verona, nell’appartamento di Marcello Soffiati in via Stella n. 3, sia a Venezia».

Una frequentazione assidua con il capo-rete della Cia in Veneto che fa di Carlo Maria Maggi un agente informatore esterno del servizio segreto americano.

Carlo Maria Maggi sarà imputato in tre stragi, piazza Fontana a Milano, via Fatebenefratelli sempre a Milano, piazza della Loggia a Brescia, ma sarà, contro ogni evidenza, condannato solo per concorso in quest’ultima.

Anche Carlo Maria Maggi, manco a dirlo, è presentato da storici e giornalisti come nazifascista.

In realtà, il primo fiduciario della Cia in Italia era Pino Rauti, capo di Ordine Nuovo, di cui Carlo Maria Maggi era un entusiasta ammiratore ed un fedelissimo esecutore di ordini.

Quella di cui parliamo non era solo una cellula spionistica ma anche stragista, visto che i suoi componenti sono stati coinvolti e, in parte, condannati per due stragi.

La Cia sapeva della loro attività stragista?

La riposta è positiva. Il primo ad ammetterlo è proprio Carlo Digilio, il quale racconta che, dieci giorni prima della strage di piazza della Loggia a Brescia, il 26 maggio 1974, s’incontrò con Sergio Minetto, Marcello e Bruno Soffiati e Carlo Maria Maggi, il quale

«in rispetto di quei doveri di informazione che aveva nei confronti del Minetto, annunciò che di lì a pochi giorni ci sarebbe stato un grosso attentato terroristico».

Gli americani sapevano anche di piazza Fontana con debito anticipo: non solo perché i loro agenti ed informatori vi erano impegnati in prima persona e non a loro insaputa, ma perché lo dice, esplicitamente, il generale Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio D del Sid (sicurezza interna) dal 1974 al 1975, in un’intervista rilasciata a La Repubblica il 4 agosto 2000.

Maletti, alla domanda del giornalista: «In che modo la Cia, utilizzò Ordine Nuovo?»

risponde: «Con i suoi infiltrati e i suoi collaboratori. In varie città italiane e in alcune basi Nato: Aviano, Napoli. La Cia aveva funzioni di collegamento tra riversi gruppi di estrema destra e dettava le regole di comportamento. Fornendo anche il materiale».

Alla domanda: «Esplosivi, armi?», risponde: «Numerosi carichi di esplosivo arrivavano dalla Germania direttamente in Friuli e in Veneto… Lo segnalammo ai livelli più alti».

Domanda: «E cosa accadde?».

«Niente. Ma scoprimmo e segnalammo che anche l’esplosivo usato a Piazza Fontana proveniva da uno di questi carichi».

Una chiamata in correità del capo di Stato maggiore della Difesa, del ministro della Difesa e del presidente del Consiglio dell’epoca (Mariano Rumor) che nessuno ha osato rilevare, nonostante l’autorevolezza dell’accusatore.

A questo punto il giornalista del quotidiano pone la domanda inevitabile:

«Quindi è logico sostenere che il mandante di piazza Fontana fu la Cia?». Risposta: «Non ci sono prove dirette, ma è così».

Subito dopo Gianadelio Maletti, consapevole di essersi spinto troppo oltre, attenua parzialmente l’accusa:

«Non si può dire che la Cia avesse un ruolo attivo e diretto nella stragi. Ma che sapessero e conoscessero obiettivi e ruoli è vero».

Alla base della collaborazione degli elementi di destra, genericamente anti-comunisti, facenti anche parte di Ordine Nuovo, non c’erano solo scelte individuali dettate da interessi personali ma una politica ispirata dal vertice dell’organizzazione, che sarebbe ora giusto chiamare americana, non “nazista”, “fascista” e via cianciando.

Gli “americani” di Ordine Nuovo agivano con la copertura dei servizi segreti degli Stati Uniti e di quelli italiani, che tutto sapevano e nulla facevano, per ordini superiori, fa intendere Gianadelio Maletti.

E sarebbe credibile il capo del controspionaggio militare, se, ad accusare i servizi segreti italiani (ma possiamo chiamarli ancora italiani?), non ci fossero le copertura garantite per decenni agli organizzatori ed esecutori delle stragi, fino ad oggi.

Coprono le responsabilità americana da piazza Fontana a Bologna?

Occultano anche le proprie, visto che molti degli ordinovisti lavoravano anche per loro, che con gli americani (ma anche con gli israeliani) condividevano spioni e informazioni che preferiscono mantenere ancora oggi segrete.

Il rapporto dell’allora capitano dei carabinieri Massimo Giraudo che, è doveroso dirlo, risulta essere stato osteggiato in tutti i modi dal Comando generale dell’Arma, sia per queste indagini che per quelle sulla mafia, è oggi un documento storico dal quale non si può prescindere, se si vuole scrivere la vera storia d’Italia.

È la prova che non abbiamo servizi segreti nazionali ma organismi etero-diretti dall’estero, da Washington e Bruxelles, e questa realtà spiega perché in Italia si è svolta una guerra civile con il consenso ed il sostegno della classe dirigente civile e militare.

Il grottesco vociare dei “sovranisti” e dei “patrioti” di turno e le ciacole governative sulla sicurezza nazionale nascondono solo la più triste e la più squallida delle verità: non abbiamo ancora oggi uomini ed organismi in grado di proteggere l’Italia e gli italiani, che rimangono esposti ad ogni pericolo, ad ogni attacco che provenga, come in passato, dagli ambienti atlantici e americani.

Ahi, serva Italia – si lamentava Dante Aligheri – di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello!

Sono 75 anni che conosciamo i “papponi” che dirigono il “bordello” italico.

Cosa aspettiamo ancora per liberarcene?

Opera, 4 settembre 2020

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