Lo Stato Mafioso

Leggo il libro intitolato Il caso Mattei di Vincenzo Calia e Sabrina Pisu, edito nel 2017 da Chiarelettere.

Vincenzo Calia è il magistrato che ha condotto la terza inchiesta, negli anni Novanta, sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’ENI, ucciso nel sabotaggio del suo aereo il 27 ottobre 1962, insieme al pilota, Irnerio Bertuzzi, e ad un giornalista americano, William McHale.

Calia e Pisu ricostruiscono in maniera dettagliata la storia dell’assassinio di Enrico Mattei, alla quale collegano anche quella della scomparsa e della morte, per mano mafiosa, del giornalista de L’Ora di Palermo, Mauro De Mauro.

Colpisce, nella loro ricostruzione dell’omicidio dell’uomo più potente in quegli anni in Italia, l’assenza di riferimenti a forze occulte ed organizzazioni criminali, che compaiono, come esecutrici, solo nel caso del giornalista Mauro De Mauro.

Enrico Mattei aveva tutte le carte in regola per essere un personaggio di primo piano del regime: antifascista, fra i fondatori di strutture segretissime, democristiano da sempre, spregiudicato come corruttore di politici e giornalisti, che pagava per raggiungere i fini che si proponeva.

Aveva, però, un torto Enrico Mattei: voleva sganciare l’Italia, in campo dal dominio delle cosiddette “Sette sorelle”, le compagnie petrolifere che detenevano il monopolio della strategica materia prima in campo mondiale.

Enrico Mattei faceva una politica nazionale in campo energetico e, per questa ragione, cercava alleati nei Paesi del Terzo mondo così come con l’Unione sovietica, il nemico del “mondo libero”.

In una Nazione libera, sovrana e indipendente la sua azione avrebbe trovato il sostegno di tutte le forze politiche, comprese quelle di opposizione.

Ma l’Italia è una colonia americana nella quale, per la classe dirigente, gli interessi preminenti sono quelli degli Stati Uniti e dei loro alleati, non quelli italiani.

L’intreccio di interessi politici, economici, finanziari nazionali ed internazionali non ha consentito di individuare il movente – o i moventi – dell’omicidio di Enrico Mattei così come i nomi dei mandanti, degli organizzatori e degli esecutori.

Emergono, fra gli altri, come beneficiari della morte di Mattei, i nomi di Eugenio Cefis e del suo protettore politico, Amintore Fanfani, personaggio sul quale non si è mai prestata la doverosa attenzione per quanto riguarda le vicende più oscure dall’Italia del dopoguerra.

Ma non ci sono prove, solo sospetti, che non bastano per emettere un verdetto di colpevolezza.

Un fatto è certo: il depistaggio delle indagini sulla caduta dell’aereo sul quale viaggiava Enrico Mattei sono stati immediati ed hanno avuto come protagonisti magistrati, carabinieri e servizi di sicurezza.

In questo caso nessuno può tirare in ballo la loggia P2 che, secondo fonte attendibile, è stata fondata proprio da Eugenio Cefis, né Licio Gelli che allo stesso Cefis era legato; non i servizi segreti “deviati” né fascisti infiltrati nei gangli vitali dello Stato.

Nella vicenda di Enrico Mattei, a dirigere i depistaggi sono i poteri palesi, uomini dell’Eni e dello Stato con nomi, cognomi, grado e funzioni. Non si potrà mai provare che a collocare la carica esplosiva nell’aereo di Enrico Mattei, all’aeroporto di Catania, sia stato un uomo vestito con la divisa di ufficiale dei carabinieri, ma il ruolo dell’Arma nei depistaggi è testimoniato da rapporti e verbali.

Non si può negare, esattamente come quello dei magistrati di Pavia che hanno scientemente omesso di interrogare testimoni che avevano visto l’aereo esplodere in volo, perché la direttiva era quella di dimostrare che era stato un mero incidente aereo, dovuto al maltempo (che non c’era) o a un errore del pilota, che era espertissimo.

Tutto bisognava fare per escludere l’ipotesi del sabotaggio dell’aereo e dell’omicidio del presidente dell’ENI. E tutto è stato fatto.

Come nel caso della scomparsa e dell’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, nel mese di settembre del 1970, da tanti subito collegata alle indagini che conduceva sulla morte di Enrico Mattei.

Anche qui, ad opporsi a questa tesi, per contrapporvi quella della droga, ci sono ancora i carabinieri, nella persona del comandante della legione Carabinieri di Palermo, colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Non conosciamo i nomi di coloro che hanno assassinato Mattei e De Mauro, ma, grazie al lavoro certosino di Vincenzo Scalia, abbiamo quelli dei depistatori, per constatare che tutti hanno fatto carriera e sono rimasti del tutto impuniti.

L’omertà di stampo mafioso è una caratteristica dello Stato italiano e della sua classe politica, che riescono sempre, con impressionante puntualità, a coniugare i verbi tacere, mentire, depistare.

Sul bianco del tricolore, Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano, voleva iscrivere la parola “Onore”. Su quello dell’Italia democratica e antifascista ci hanno posto a lettere cubitali la parola “Omertà”.

Ma la mafiosità dello Stato italiano non si ricava solo dalla capacità di depistare le indagini ma anche da quella di intimidire in i familiari delle vittime.

La prova che l’aereo sul viaggiava Enrico Mattei era stato sabotato con una carica di esplosivo, i suoi familiari l’avevano fin dal 9 dicembre 1962, quando un perito da loro nominato aveva analizzato un pezzo del velivolo che riusciti a prendere, in totale segretezza, e vi aveva trovato tracce di esplosivo.

Non lo diranno a nessuno. Per più di 30 anni conserveranno il pezzo dell’aereo ed il loro segreto, perché consapevoli che, se avessero parlato, se avessero consegnato quanto avevano alla magistratura, avrebbero rischiato la vita.

Del resto, nel 1963, un avvertimento lo avevano avuto: un chiodo piantato nella loro vettura che era, per questo motivo, uscita fuori strada, investendo un gregge di pecore.

I familiari di una vittima obbligati a tacere, costretti al silenzio per timore di perdere la loro vita, rappresentano un atto di accusa contro lo Stato e il regime che governa con metodi mafiosi.

La figlia di Italo Mattei, nipote di Enrico, Rosangela, spiegherà perché nel 1994 aveva consegnato il prezioso reperto custodito per oltre 30 anni alla magistratura:

«Perché un politico che prima era potente, poi non ci faceva più tanta paura».

“Un politico”, non un boss mafioso.

Un politico ad altissimo livello, il cui nome si potrebbe anche intuire, capace di ordinare omicidi pur di mantenere un segreto inconfessabile, non è l’eccezione in questo regime.

L’accusa non viene da un’oppositrice del sistema ma da una donna che ha visto uccidere il nonno, il padre tacere per anni per non essere a sua volta ucciso, e lei stessa attendere la caduta in disgrazia del politico per dire una verità che conosceva da trentadue anni.

E nessuno dei democratici italiani si vergogna?

Una Stato omicida non solo nei confronti degli oppositori politici e dei manifestanti ma anche in quelli dei propri uomini come il vicequestore Antonio Ammaturo, ucciso a Napoli il 15 luglio 1982, dalle Brigate Rosse dopo aver inviato al ministero degli Interni il risultato delle indagini da lui svolta sul sequestro di Ciro Cirillo.

I documenti non risultano essere mai pervenuti e, al loro posto, giungeranno i brigatisti rossi, ad uccidere un poliziotto che non aveva compreso che anche il sequestro di Ciro Cirillo doveva restare un segreto di Stato.

Stessa fine farà il vicequestore Boris Giuliano, ucciso il 21 luglio 1979, a Palermo, questa volta da mafiosi, non per le indagini riservate che forse svolgeva ancora sul sequestro di Mauro De Mauro e la morte di Enrico Mattei, come affermato in un’inattendibile nota dal Sisde, ma per fare posto ad un amico degli amici che doveva proteggere la permanenza di Michele Sindona a Palermo.

Lui non l’avrebbe fatto, Giuseppe Impallomeni sì.

Questo è lo Stato italiano.

Indagini fatte per negare la verità come nel caso di Enrico Mattei e Mauro De Mauro, altre mai iniziate, come nel caso dei vicequestori Ammaturo e Giuliano, sbrigativamente inseriti nell’elenco delle vittime delle Brigate Rosse e della mafia, sono il tratto comune a tanti, troppi episodi della storia italiana del dopoguerra.

Il libro di Vincenzo Calia, al quale va riconosciuto il coraggio assai raro in un magistrato italiano di aver condotto un’inchiesta rigorosa sulla morte di Enrico Mattei, ci dice che la verità si può affermare sul piano storico.

Un’inchiesta necessariamente tardiva e un libro non dicono i nomi dei mandanti, degli organizzatori e degli esecutori, ma provano la responsabilità dello Stato italiano e della sua classe dirigente negli assassinii di Enrico Mattei e di Mauro De Mauro.

La storia non ha limiti temporali, quindi è possibile iniziare ad indagare anche su altri episodi, come quelli da noi citati (Ammaturo e Giuliano) nella giusta direzione, quella che porta ai vertici del ministero degli Interni.

Il libro di Vincenzo Calia e Sabrina Pisu è un testo di storia contemporanea, e come tale va letto e fatto leggere, perché chi lo vuole possa esercitare il suo diritto a conoscere la verità.

Noi la verità sullo Stato democratico ed antifascista la conosciamo già: per questa ragione ci onoriamo di essere all’opposizione ieri, oggi, sempre.

Opera, 10 settembre 2020

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