I Complici

Ho modo di leggere, un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 10 settembre scorso, a firma di Chiara Brusini, relativo alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e ai depistaggi che ne sono seguiti.

A parte gli immancabili riferimenti ai “fascisti” che mai hanno avuto a che fare con stragi e stragismo che deve essere attribuito al terrorismo “bianco” quello di Stato, mi colpisce la considerazione della giornalista sul fatto che la verità sulla strage dell’Italicus avrebbe evitato quella di Bologna del 2 agosto 1980.

Non è così.

Lo stragismo di Stato poteva essere fermato il 15 maggio 1973, se solo il segretario nazionale del Pci ed i suoi più stretti collaboratori avessero compiuto il loro dovere di oppositori politici e di cittadini.

Quel giorno, difatti, Pietro Loredan, esponente missino, incontra a Treviso Ivo Dalla Costa, funzionario del Pci, al quale riferisce che

«a Milano tra 48 ore succederà un attentato contro un’alta personalità del governo e ne parlerà l’intera Italia».

L’”alta personalità” era facilmente identificabile in Mariano Rumor che, come pubblicato da Il Corriere della Sera, due giorni dopo, 17 maggio, sarebbe stato in questura, a Milano per commemorare il commissario di Ps Luigi Calabresi.

Dalla Costa informa immediatamente l’onorevole comunista Domenico Ceravolo, che fissa un appuntamento urgentissimo a Milano con Giancarlo Pajetta e Alberto Malagugini, che giungono in volo da Roma.

I due esponenti nazionali del Pci, informati, decidono di prendere contatti istituzionali. Malagugini, secondo Dalla Costa, informa il sostituto procuratore della Repubblica, Emilio Alessandrini, mentre non è noto l’interlocutore di Giancarlo Pajetta che però era delegato a mantenere i rapporti con il prefetto Umberto Federico D’Amato.

I vertici del Partito Comunista Italiano hanno, quindi, due giorni di tempo per sventare l’attentato che, viceversa, il 17 maggio, il confidente del Sid, Gianfranco Bertoli, potrà compiere senza alcuna difficoltà lanciando una bomba a mano ananas, a frammentazione, contro la vettura di Mariano Rumor,che, rimane illeso, uccidendo quattro persone e ferendone decine.

I vertici del Pci, Enrico Berlinguer per primo, si fidano degli uomini delle istituzioni e sbagliano in maniera clamorosa anche se, a dire il vero, avrebbero potuto far pubblicare su L’Unità, anche lo stesso 17 maggio, un articolo nel quale riportare le voci di un attentato a Milano.

Scelgono di non farlo per non esporsi e, soprattutto, decidono di tacere ciò che hanno saputo in anticipo.

I comunisti sanno chi è Pietro Loredan: per questa ragione hanno dato credito alla sua informazione. Sanno che agisce in un ambiente altamente inquinato dai servizi segreti come la cellula ordinovista veneta.

Sanno ma decidono di tacere.

Enrico Berlinguer e i vertici del Pci hanno deciso di non fare più opposizione perché vivono nella paura del colpo di Stato, quello che potrà mettere fuori legge il partito. E per questa ragione scelgono di favorire mandanti, organizzatori ed esecutori della strage del 17 maggio 1973, perché consapevoli che si tratta di un’operazione che coinvolge apparati segreti nazionali ed internazionali, che è strage di Stato.

Il Pci rinuncia alla denuncia pubblica, sceglie di non mobilitare le piazze contro lo “stragismo di Stato”, decide di favorire coloro che hanno preparato la strage nella consapevolezza che, se non fermati, avrebbero potuto proseguire nelle operazioni stragista.

Il loro silenzio, quello dei Berlinguer, dei Pajetta e compagni, permette a Gianfranco Bertoli di rivendicare la strage come un atto di protesta per vendicare Giuseppe Pinelli, spacciandosi per anarchico individualista.

La “verità” di Bertoli reggerà fino ai primi anni Novanta, cosi come l’omertà del Pci verrà infranta nello stesso periodo da Ivo Dalla Costa, che racconterà quanto è a sua conoscenza senza essere smentito o contraddetto da alcuno.

Nonostante che una grottesca sentenza di appello, confermata dalla Corte di cassazione, abbia mandato assolti Carlo Maria Maggi, Marcello Soffiati, Francesco Neami ed altri componenti della cellula spionistica veneta, la tesi dell’azione isolata di un anarchico individualista ne è uscita totalmente sconfessata.

Se, a dire dei giudici di appello, non sono state raggiunte le prove a carico dei singoli imputati, la responsabilità di Ordine nuovo è stata considerata ampiamente provata.

Protetta dagli apparati di sicurezza dello Stato, dalla complicità dei servizi segreti americani e dal silenzio di Enrico Berlinguer e dei vertici del Pci, la cellula ordinovista veneta si farà carico della strage di Brescia del 28 maggio 1974 e non sarà estranea a quella del 4 agosto 1974 sull’Italicus, come a quella di Bologna del 2 agosto 1980.

I vertici del Pci, come quelli del Partito democratico oggi, hanno sempre sostenuto la responsabilità dei “fascisti” nello stragismo, scomodando Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e cosi via, ma lo hanno fatto – e continuano a farlo – in perfetta malafede.

Enrico Berlinguer ed i suoi successori hanno sempre conosciuto la verità, anche perché godevano delle informazioni fornite dal KGB sovietico, su quello che accadeva in Italia.

Sono sempre stati a conoscenza che l’estrema destra italiana era subalterna ai servizi segreti italiani, atlantici, americani ed israeliani, le cui finalità erano quelle di tenere il Pci lontano dalla stanze del potere, in un modo o in un altro.

I comunisti di ieri e i sinistrorsi di oggi hanno scelto di coprire le responsabilità dello Stato, dei governi italiani, della NATO e degli Stati Uniti, inventando di sana pianta l’esistenza di un “terrorismo nero” nemico della democrazia.

La scelta di tacere quanto sapevano sull’attentato a Mariano Rumor del 17 maggio 1973, che non erano riusciti a sventare, ha garantito impunità assoluta a Carlo Maria Maggi e soci, a Venezia come a Roma, autorizzando costoro a compiere altre stragi in nome e per conto dell’anticomunismo atlantico, non di un fascismo inventato dalla propaganda comunista e di regime.

Il giudice istruttore di Milano, Antonio Lombardi, non aveva mai creduto all’azione solitaria di Gianfranco Beatoli, rientrato da Israele con una bomba a mano ananas, ma ha dovuto attendere venti anni per trovare conferma ai suoi sospetti.

Sarebbe stato sufficiente, da parte dei vertici del Pci, e del magistrato milanese che avevano informato in anticipo, far pervenire al giudice Lombardi una nota,anche anonima, con il nome di Pietro Loredan perché costui potesse indirizzare le indagini sugli ordinovisti veneti.

Le lettere anonime vengono cestinate solo quando non contengono elementi di interesse: in caso contrario sono prese in debita considerazione, e il nome di Pietro Loredan sarebbe stato sufficiente per individuare la pista giusta.

È doveroso, di conseguenza, affermare che dal 15 maggio 1973 il terrorismo bianco si macchia di rosso perché quanto compiuto da Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta e dai loro compagni si definisce favoreggiamento nei confronti di una cellula stragista che, grazie ad esso, ha potuto continuare ad agire impunemente.

La storia in Italia, quasi sempre, si scrive per gli amici e gli amici degli amici, quindi delle gravissime responsabilità di Enrico Berlinguer e dei suoi compagni non si deve parlare.

Ne parliamo noi perché è doveroso farlo per scrivere la storia d’Italia, per quella che è stata e per dimostrare che i vertici del Pci erano ben consapevoli di non avere a che fare con “cellule nere” né “nazifascisti”, ma con persone dipendenti da centri di potere, da uomini che erano

“tutt’uno con lo Stato”,

come dirà in tempi recentissimi il sostituto procuratore generale Francesco Piantoni, che è pervenuto a questa conclusione indagando sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974, gli stessi che Enrico Berlinguer e compagni avevano protetto con la loro codarda omertà nel mese di maggio del 1973.

Vogliono i mandanti delle stragi? Si rivolgano agli uomini che all’epoca detenevano il potere, perché Berlinguer, segretario nazionale del più forte partito di opposizione, non ha taciuto per paura dei “fascisti”, come non ha proposto, quello stesso 1973, il “compromesso storico” per timore dei “nazisti”, ma perché temeva, giustamente, per la sopravvivenza sua e del partito.

E la minaccia dello scioglimento del Pci, del “golpe” in stile cileno, non proveniva certo da personaggi di basso, infimo livello, come i Rauti, i Maggi e i Freda.

Non erano questi manovali a fare paura a Enrico Berlinguer ed ai suoi amici, ma ben altre persone installate ai vertici del potere a Roma, Bruxelles e Washington.

Da qui la scelta del silenzio sull’attentato a Mariano Rumor e la strage che ne è seguita. Silenzio che Berlinguer e compagni hanno mantenuto dopo Brescia, dopo l’Italicus, dopo Bologna, occultando quella verità che, sul piano mediatico, affermavano di volere ad ogni costo.

Il bluff della sinistra italiana è ben visibile nella storia italiana a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quando decise di escludere la responsabilità dei servizi segreti nel suo compimento.

Ora questo bluff deve finire.

Il Pci ha avuto a disposizione politici, giornalisti, storici e magistrati, che si sono tutti attenuti alle direttive che impartiva per depistare indagini e negare le responsabilità dello Stato e dei suoi apparati.

Classico – e ne riparleremo – è l’esempio dell’inchiesta sull’attentato di Peteano condotta da Felice Casson e dal piduista Giuseppe Impallomeni, fra gli altri.

Sveliamo l’inganno di una sinistra che ha scelto, prima per paura poi per opportunismo, di stare dalla parte di un potere criminale, iniziando a riscriverne la storia da quel 15 maggio 1973 quando i vertici del Pci hanno avuta la possibilità di salvare tante vite umane e hanno scelto di non farlo.

Opera, 18 settembre 2020

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