La Verità e i suoi Nemici

Si può scrivere storia, quella vera, con la S maiuscola in un carcere italiano, ovvero qui ad Opera, dove, con ben fondate ragioni, mi trattengono da quasi 27 anni?

I fatti dicono di no.

Tralasciamo per ora i libri rubati nel mese di luglio del 2016, i pacchi di libri respinti al mittente dal mese di agosto del 2006, data in cui qualcuno, opportunamente occultato nei suoi uffici, si è reso conto di quanto facevo, e parliamo di una banale operazione alla cataratta.

Per opporsi all’affermazione della verità, accanirsi sui libri, non acquistare i nastri per la mia macchina da scrivere, vietare i correttori di plastica trasparente perché “non consentiti”, a qualcuno non basta: deve occuparsi anche della vista, a me necessaria per leggere e scrivere.

È una storia che va, raccontata.

Inizia il 9 novembre 2017, quando parlo con il loro medico di reparto, per segnarmi a visita oculistica, che lui richiederà il 17 novembre, per me e per tale Valentino P., che avverte qualche problema alla vista.

Passano i mesi, e vedo tanti “bravi ragazzi” che vanno a visita oculistica, loro ma non io.

Il 5 ottobre 2018, dopo aver opposto numerosi rifiuti a fare un sollecito, il medico si decide a chiedere la vista ospedaliera per me e, su mio invito, anche per Valentino P.

Non accade nulla.

Il 4 novembre 2018, mi rivolgo per iscritto al direttore che, a dire il vero, interviene il 13 novembre: dopo oltre un anno di attesa posso fare la visita oculistica.

L’oculista, una dottoressa giovane e bella, mi chiede l’operazione alla cataratta con urgenza e mi prescrive nuovi occhiali su mia insistenza perché, mi dice, tra breve, dopo l’operazione, dovrò cambiarli nuovamente.

Il 15 novembre, due giorni dopo, mi chiamano per fare la visita oculistica ospedaliera. Dato il brevissimo lasso di tempo intercorso dalla visita oculistica e dalla richiesta di operazione alla cataratta, faccio presente che questa seconda visita non mi pare più necessaria. E tanto scrivo nel modulo che mi danno da firmare per sottoscrivere il rifiuto.

Dopo una decina di giorni, Valentino P. viene da me e mi comunica di avere fatto, in mattinata, la visita ospedaliera. Mi chiede:

«Come mai a me mi hanno portato direttamente in ospedale senza farmi fare la visita oculistica qui in carcere?».

«Non lo so – rispondo – ma conoscendo il livello morale di certa gente, lo comprenderò».

Lo comprendo, difatti, il 3 maggio 2019, quando, stanco di aspettare l’operazione alla cataratta, parlo con il medico, al quale ricordo che è dal 13 novembre 2018 che questa è stata richiesta dall’oculista. Si mette a ridere:

«No, la visita oculistica fatta in carcere – dice – non ha alcun valore, per l’ospedale non vale niente. Solo con la visita ospedaliera, fanno poi l’operazione».

E aggiunge, dopo aver letto il referto medico:

«Abbiamo perso tempo. Faccio subito la richiesta».

Appare evidente, a questo punto, quali siano state le ragioni della diversità di trattamento fra me e Valentino P., mandato direttamente in ospedale perché, se gli avessero fatto fare la visita oculistica in carcere, si sarebbe rifiutato, ragionevolmente, di andare, proprio come ho fatto io.

Furbi, furbissimi – non c’è che dire.

Quanto siano onesti lo dimostra il fatto che, a questa data, 4 ottobre 2020, la visita ospedaliera non è stata fatta, in modo da rinviare a tempo indeterminato l’operazione alla cataratta.

Si sono precostituiti l’alibi: il 15 novembre 2018 l’abbiamo mandato in ospedale, ha, rifiutato, ora aspetta quanto vogliamo noi.

Furbissimi e, soprattutto, onesti.

Non serve sottolineare che quanto mi ha detto il loro medico il 3 maggio 2019 sull’inutilità della visita oculistica fatta in carcere, avrebbero avuto il dovere di dirmelo il 15 novembre 2018, loro che conoscevano la prassi che, viceversa, io ignoravo.

È vero, i carcerieri non sono compatibili con la storia e, soprattutto, con la verità.

Ritengono di avere il compito di impedirmi di proseguire nel mio impegno politico – e tanto fanno, senza farsi alcuno scrupolo, delusi per non aver conseguito alcun risultato fino ad oggi.

Non crediamo di dover aggiungere altro, tralasciando i commenti e le conclusioni ai lettori che, ora, potranno comprendere perché non definisco quella penitenziaria un’amministrazione ma un’associazione.

Opera, 4 ottobre 2020

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