Verità Mediatiche

Sulla guerra politica italiana esistono tre verità: quella giudiziaria, quella storica,che molto spesso non coincide con la prima, e quella mediatica che non ha nulla a che vedere con le prime due.

Fra i tanti mali che affliggono l’Italia nessuno osa parlare della nefasta onnipotenza del potere mediatico derivante da quello finanziario, perché la quasi totalità della stampa italiana è nelle mani di quanti costituiscono il “quarto partito”, quello che detiene il denaro, mentre quel che resta è dipendente da partiti politici che la utilizzano per la propria propaganda.

Ne deriva che, come diceva don Luigi Sturzo, in Italia esiste la libertà di stampa ma non una stampa libera e tantomeno indipendente.

In Italia non esistono giornalisti ma, con poche eccezioni, solo “velinari”, che obbediscono alle direttive dei padroni finanziari e politici ritenendolo l’unico modo per fare carriera.

Un regime totalitario ha il controllo assoluto della stampa che, in apparenza, nei fluttuanti frangenti della politica, sembra divisa fra centro, destra e sinistra ma, nei momenti decisivi, è compatta nel proclamare la menzogna.

Vogliamo ricordare la campagna condotta dai giornalisti italiani per spacciare il capitano tedesco Erich Priebke come “il carnefice delle Fosse Ardeatine”.

In quel caso la verità mediatica, contraddiceva quella storica e giudiziaria perché un semplice capitano, come Priebke, non aveva alcuna responsabilità della rappresaglia delle Fosse Ardeatine, compiuta come reazione all’attentato di via Rasella organizzato da Alessandro Pertini, Riccardo Bauer e Giorgio Amendola.

Priebke poteva solo obbedire agli ordini del suo superiore, il colonnello Herbert Kappler, il quale, difatti, fu il solo condannato all’ergastolo per quella rappresaglia da un Tribunale militare italiano che assolse tutti i subalterni perché essi si erano limitati ad obbedire ad ordini che, come soldati, non potevano disattendere.

Tutti i giornalisti italiani, per primi quelli televisivi, hanno pertanto consapevolmente mentito, perché i loro padroni dovevano fare un favore ad Israele ed alla comunità ebraica romana ed italiana, sempre alla ricerca di qualcuno su cui vendicarsi ed alimentare la propaganda sulla Shoah, anche se, nel caso in questione, su 335 fucilati dai tedeschi, gli Ebrei furono 65, sempre tanti, ovviamente, ma che non fanno della rappresaglia delle Fosse Ardeatine un esclusivo monumento alla persecuzione degli Ebrei, che ne rivendicano, a torto, il monopolio.

Una verità storica e giudiziaria cancellata per fare di Erich Priebke il “carnefice della Fosse Aredeatine”, lui che non avrebbe nemmeno dovuto essere processato, in coerenza con la sentenza del Tribunale militare di Roma emessa nel mese di luglio del 1948, che aveva decretato la non punibilità dei subalterni del colonnello Kappler.

Un esempio, questo, di quanto può fare il potere mediatico al servizio di interessi politici italiani e stranieri.

Un’altra campagna stampa, condotta questa volta da tutta la stampa di sinistra e cosiddetta indipendente, è stata quella che ha propagandato e diffuso le interessate “verità” di Felice Casson, finalizzate, da un lato, a creare la sua immagine di geniale ed eroico magistrato in lotta contro i “poteri occulti” e quelli “forti” e, dall’altro, ad occultare le responsabilità dei vertici politici, militari e di sicurezza nei depistaggi seguiti all’attentato di Peteano del 31 maggio 1972 così come preteso dal suo partito di riferimento, il Partito Comunista Italiano, e dal ministero degli Interni.

Per anni Felice Casson è riuscito ad alimentare, forte della sue amicizie politiche e mediatiche, la propaganda personale che lo voleva lo “scopritore” di tutto.

Viceversa, il Casson, con la complicità della Procura della Repubblica di Venezia, era riuscito a fare di un solo generale dei Carabinieri defunto il responsabile dei depistaggi perché iscritto alla Loggia P2.

Fra gli applausi, nell’agosto del 1986, aveva concluso la sua ordinanza di rinvio a giudizio accusando la loggia P2 di aver ispirato, ideato l’attentato e di aver eseguito ed organizzato i depistaggi.

La verità era di pubblico dominio: la loggia P2 non aveva ricoperto alcun ruolo nell’attentato e neanche dei depistaggi successivi, al contrario, erano stati proprio i piduisti (Andreotti, Santovito, Gelli) a far riaprire l’inchiesta nel 1978 indirizzandola sul Carlo Cicuttini e sul sottoscritto, per danneggiare Giorgio Almirante e il Msi-Dn, e favorire in tal modo Mario Tedeschi e Democrazia nazionale.

Una verità nota, iscritta negli atti processuali, ma da tutti ignorata, perché conveniva al Pci e alla sinistra fare di tutto, soprattutto quello che non hanno fatto, senza ovviamente portare a riscontro delle loro affermazioni uno straccio di indizio, se non proprio una prova.

È il metodo Casson: accusare senza provare, contando sulla stampa per fare di una menzogna una verità.

Nel 1990 Giulio Andreotti avvia un’operazione politica che è finalizzata ad obbligare Francesco Cossiga a rassegnare le dimissioni e a portare lui, con il sostegno del Pci, al Quirinale.

Ai primi di dicembre del 1989, il generale Pasquale Notarnicola, ufficiale del servizio segreto militare, regola certi conti con i suoi colleghi recandosi da Casson per dirgli che esiste una struttura segreta e che l’ammiraglio Fulvio Martini gli ha detto un giorno di aver spostato un Nasco per non farlo scoprire dalla magistratura, dopo l’attentato di Peteano.

Notarnicola non dice nulla di nuovo: di questa struttura che definisco “parallela” io parlo dal 1984, mentre il giudice istruttore Carlo Mastelloni ne ha scoperta l’esistenza già nel 1988 ed è stato bloccato dal segreto di Stato.

Indagini degne di questo nome, Felice Casson non ne fa, ma prende contatto con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti al quale fa intravedere la sua ghiotta “verità“ sull’attentato di Peteano, compiuto nell’ambito delle attività di Gladio.

Andreotti ci casca e, mentre non revoca il segreto di Stato imposto al giudice Mastelloni, manda Casson a Forte Braschi a “scoprire” l’acqua calda, cioè l’esistenza della struttura Gladio.

A questo punto, con una inversione di marcia senza precedenti in ambito giudiziario, Felice Casson molla la P2 e comincia a strillare che responsabile di tutto, attentato e depistaggi, è Gladio. Dirlo con l’appoggio del Pci, delle forze di sinistra e di tutta la loro stampa è facile, provarlo è un’altra cosa.

Casson s’impegna allo spasimo nel tentativo di far finire nelle sue mani l’inchiesta su Gladio, che spetta per competenza al Tribunale di Roma, perché spera di trovare le prove e gli indizi che non ha: ma, alla fine, dopo un colloquio il 22 novembre 1990 con Giulio Andreotti, è costretto a dichiarare la propria incompetenza e ad rinviare gli atti a Roma.

Sulla struttura denominata Gladio hanno svolto indagini il giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, un pool di magistrati della procura della Repubblica di Roma, i magistrati militari di Padova, Sergio Dirli e Benedetto Roberti: nessuno di loro ha mai trovato un straccio di indizio (non di prova) su un eventuale rapporto fra me e Gladio, per la semplice ragione che non c’è mai stato, diretto o indiretto che sia.

L’unico rimasto ad affermarlo, non sul piano giudiziario ma esclusivamente su quello mediatico, è stato sempre e soltanto lui: Felice Casson.

Pur di mantenere la titolarità del fascicolo relativo a Peteano, il Casson era passato dall’incarico di giudice istruttore a quello di sostituto procuratore della Repubblica: ed ora vengo a sapere che, nel mese di novembre del 1995, aveva iscritto nel registro degli indagati, proprio nell’ambito del procedimento su Peteano, il capitano dei carabinieri Massimo Giraudo ed il giudice istruttore Guido Salvini, che indagavano sulla strage di piazza Fontana.

La spiegazione che il Casson darà di quanto fatto è degna di apparire in un manuale di psichiatria ma, per quanto ci riguarda, c’è l’affermazione che l’attentato di Peteano è stato fatto con il concorso di Gladio e che vi ha partecipato l’agente della Cia Edward MacGettigan.

Nessuno si prende la briga o avverte, meglio ancora, il dovere di chiedere al Casson di esibire gli elementi di prova a sostegno di queste sue affermazioni.

Non solo in ambito mediatico ma anche in quello giudiziario, il Casson è libero di dare sfogo alla sua fantasia malata di protagonismo e di ambizioni politiche.

D’altronde, come prova il fatto che, nonostante abbia tentato in tutti i modi di bloccare l’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana diretta dal giudice Guido Salvini, non è mai stato deferito al Consiglio Superiore della Magistratura per rispondere del malfatto.

Anzi, il Csm si spingerà ad ignorare il durissimo giudizio espresso dal procuratore della Repubblica su Felice Casson e lo promuoverà consigliere di Cassazione, perché è subalterno alla volontà dei partiti politici: in quel momento, difatti, il Casson era senatore del Partito Democratico.

I comunisti oggi debitamente rinnegati hanno comunque il dono della gratitudine, così sarà il loro segretario nazionale Piero Fassino a candidare Casson a sindaco di Venezia e, dopo la batosta ricevuta da Massimo Cacciari, a portarlo in Senato.

Gli va male, perché il Casson, le cui smisurate ambizioni politiche non erano sorrette da un’adeguata intelligenza, si ripresenterà una seconda volta come candidato sindaco di Venezia e, in questa occasione, verrà debitamente bastonato dal candidato di centro-destra.

Fine di una ingloriosa carriera politica.

L’ingrato Casson abbandonerà il Partito Democratico per un partitino di sinistra, nella speranza che, essendo questo composta dai classici quattro gatti, lui potrà avere uno spazio politico e mediatico maggiore.

Gli va peggio: non lo pensa più nessuno.

Anche la sua carriera giudiziaria si conclude nel peggiore dei modi perché, fallito il tentativo di farsi nominare magistrato di collegamento a Parigi, su proposta del compagno Andrea Orlando, si vedrà costretto a dare le dimissioni dalla magistratura che, senza pubblicità, lo respinge e lo emargina.

Oggi, gli è rimasto vicino qualche sciacallo mediatico che magari lo criticava con prudenza, fino al momento in cui è diventato senatore, ma anche costui ha sbagliato tempi e persona.

Anche la moglie, corrispondente del Tg3 a Venezia, che tanto ha fatto per propagandarne la figura, sarà in procinto di andare in pensione e, alla fine, al Casson non resterà che bersi un’”ombra” in qualche osteria, sperando di trovare qualcuno al quale vantare le sue gesta.

Non vogliamo infierire su un fallito, giudiziario e politico. Parliamo invece del caso Casson come dell’esempio eclatante dell’inganno che potere politico e mediatico ordiscono ai danni degli Italiani.

Senza la protezione del Pci, Partito Democratico poi, che gli ha garantito copertura all’interno della magistratura, nella quale le “toghe rosse” hanno fatto sfracelli e carriera, senza il sostegno della stampa non solo di sinistra – Felice Casson sarebbe stato chiamato a rispondere del suo operato, almeno sul piano disciplinare, se non proprio su quello penale.

Invece, questo non è accaduto.

Il tempo sgretola lentamente le verità mediatiche propagandate da Felice Casson, così come sbiadisce la figura del magistrato integerrimo e coraggioso.

Non basta, però, per chiudere un capitolo, che propone in maniera drammatica il ruolo della stampa italiana nella diffusione di menzogne, diffamazioni, calunnie, che hanno il solo fine di ostacolare l’emergere della verità.

Nel corso di in un’intervista, Luciano Violante, anch’egli ex magistrato in forza al Pci, poi protagonista di una brillante carriera politica nei ranghi del partito, ha affermato:

«Ci sono pubblici ministeri che hanno fatto carriera solo con le interviste».

Non ha fatto nomi, Violante, ma il sospetto che, fra gli altri, si riferisse anche a Felice Casson non è infondato, se contiamo quante interviste costui ha dato per propagandare sé stesso e le sue verità fantasiose.

Nessun magistrato, in un Paese normale, potrebbe fare carriera a mezzo stampa e con protezioni politiche, perché è evidente che le sue conclusioni, sul piano giudiziario, verrebbero viziate dalle sue ambizioni e dall’esigenza di adeguarsi alle direttive dei suoi protettori, mezzo infallibile per avere buona stampa.

È un circolo vizioso, che prova quanto falsa sia la pretesa dalla magistratura italiana di essere un potere indipendente.

Casson non ha scoperto la verità sull’attentato di Peteano, perché me ne sono assunta io la responsabilità, senza alcun merito da parte sua; non ha scoperto alcuna verità sui depistaggi, perché ha circoscritto la responsabilità ad un generale dei Carabinieri defunto, pur avendo le prove della colpa dei vertici politici e degli apparati dello Stato; non ha scoperto Gladio, perché l’aveva già individuata nel 1988 il giudice Carlo Mastelloni, e lui è stato solo lo strumento consapevole di Giulio Andreotti in un’operazione politica; non ha provato alcun collegamento fra me e Gladio, perché non c’è mai stato; ha cercato di bloccare l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana con i metodi che il giudice Guido Salvini ha pubblicamente denunciato, senza ricevere alcuna smentita.

C’è da chiedersi, di conseguenza, cosa sarebbe accaduto se in Italia ci fosse stata una stampa libera, in grado di denunciare le operazioni politico-giudiziarie poste in essere per tutto il dopoguerra.

È una domanda legittima ed attualissima perché nulla è cambiato, in quanto, dopo lo scandalo Palamara, che ha rivelato al pubblico quello che gli addetti ai lavori hanno sempre saputo, tutto tornerà come prima e, speriamo, non peggio di prima.

Si denunciano sempre i mali della politica, della finanza, il malcostume, il degrado della società, gli scandali, ma a farlo è uno dei mali peggiori del sistema e del Paese: la sua stampa.

È un gioco antico, lo stesso che ha visto Indro Montanelli spacciarsi per un giornalista contro i potenti che, viceversa, ha sempre servito con zelo e costanza.

A Indro Montanelli hanno eretto un monumento: lo dovrebbero abbattere e lasciare solo il piedistallo sul quale scrivere “alla stampa libera” quando, chissà quando?, ci sarà in questo Paese.

Un piedistallo sul quale erigere il nulla, oggi, forse domani, speriamo non per sempre.

Opera, 30 settembre 2020

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