La Maledizione della Repubblica

Leggo oggi, finalmente, il libro scritto dal giudice istruttore, Guido Salvini, sull’inchiesta da lui condotta sulla strage di piazza Fontana, a Milano, del 12 dicembre 1969: La maledizione di piazza Fontana, Chiarelettere, Milano, 2019.

Ho avuto modo, nel corso degli anni e nonostante l’accanimento contrario dei carcerieri impegnati a respingere pacchi di libri al mittente, di visionare diversi saggi sulla strage di piazza Fontana, alcuni scritti con onestà intellettuale, altri meno, ma solo questo riesce finalmente a dare la dimensione di quello che è accaduto quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 a Milano.

Certo, Guido Salvini non è un giornalista ma un magistrato che ha condotto un’inchiesta seria su quel massacro, senza alcun interesse personale, senza secondi fini, con onestà intellettuale: quindi ha potuto riversare nelle pagine del libro quanto è riuscito a scoprire negli anni per proprio conto e con le proprie forze.

Guido Salvini ha intitolato il libro La maledizione di piazza Fontana ma, a ben vedere, quella alla quale si riferisce è la maledizione che accompagna questa Repubblica e tutte le sue istituzioni.

Una maledizione che per i governi, le forze politiche tutte, gli apparati di sicurezza dello Stato si muta in benedizione perché senza di essa non potrebbero sopravvivere.

Infatti, dal libro del giudice Guido Salvini emerge la verità sulla strage del 12 dicembre 1969 per quanto riguarda organizzatori ed esecutori materiali e, sullo sfondo, quella relativa al rapporto che costoro avevano con gli uomini dello Stato e della politica, con quelle forze cioè che hanno reso possibile quella strage – e le successive, con il fine di fare dell’Italia una democrazia autoritaria, possibile solo destabilizzando l’ordine pubblico.

Ci sono, nel libro, molti nomi: alcuni già noti in relazione alla strage, altri emersi nel corso delle indagini svolte dal magistrato e mai inquisiti o perché morti o perché “dimenticati” dalla Procura della Repubblica di Milano, mentre su altri, non specificati, sono in corso accertamenti da parte della procura della Repubblica di Brescia.

Al di là di quella che era, forse, la volontà del giudice Guido Salvini, questo libro è il più documentato atto di accusa nei confronti dello Stato, delle forze politiche, della magistratura, degli apparati di sicurezza e di polizia.

L’autore cita Tom Ponzi, il più noto investigatore privato di quegli anni, come la persona che tutta sapeva della strage di Piazza Fontana, con informazioni e, forse, addirittura un filmato che riprende in azione gli autori della strage, sequestrato anni dopo dalla magistratura romana, e scomparso.

Sì, scomparso! Per mano di chi non è dato da sapere.

Questo significa che, già negli anni Settanta, la verità sulla strage era nota, era documentata, era in possesso di uomini dello Stato, magistrati compresi, ma è stata fatta scomparire perché non si potevano permettere di portare alla sbarra quanti avevano lavorato per questo Stato e per i suoi alleati internazionali.

Non potevano farlo perché si sarebbero difesi, raccontando ognuno quanto sapeva, e l’insieme avrebbe portato ai mandati non solo di una strage ma di tutta un’operazione politica iniziata anni prima, almeno nel 1965.

Quando una verità la conoscono in tanti, non è possibile ammazzarli tutti in tempi brevissimi con incidenti stradali, fibrillazioni cardiache, suicidi mascherati: possono solo proteggerli perché non parlino. Ed è quanto hanno fatto.

Nessuno fra i magistrati che si sono occupati della strage di Piazza Fontana ha raggiunto quella porzione amplissima di verità che oggi il giudice Guido Salvini può ascrivere a proprio merito nel suo libro e negli atti processuali, compresi quelli nei quali si è affermata l’impossibilità di emettere un verdetto di colpevolezza a carico di certi imputati per insufficienza di prove.

Tutti i magistrati giudicanti, difatti, hanno dovuto convenire che l’ambiente nel quale era maturata la strage era quello di Ordine Nuovo veneto, cioè di una cellula inquadrata in un’organizzazione segretissima dello Stato e, come tale, contigua ai servizi segreti civili e militari italiani e stranieri.

Non un’organizzazione “nazista” che agiva in odio alla democrazia, ma una componente fra altre di quelle strutture clandestine dello Stato chiamate a svolgere il ruolo di “destabilizzatori”, per favorire l’instaurazione di un regime democratico ed autoritario alla tedesca, capace di mettere fuori legge il Partito Comunista e le organizzazioni di estrema sinistra.

Non è, quindi, una fatalità e tantomeno una maledizione che proprio il giudice Guido Salvini sia stato il solo magistrato nella storia giudiziaria del dopoguerra a subire un attacco in campo politico, mediatico e giudiziario che, negli intenti di coloro che lo hanno lanciato, doveva fermarne l’inchiesta e vanificare i risultati fino a quel momento conseguiti.

Ci sono riusciti solo parzialmente, quel che è bastato per impedire al giudice Guido Salvini di portare a termine l’inchiesta con la serenità necessaria e pervenire a risultati che nessuna Corte d’ Appello e di Cassazione avrebbe potuto modificare a favore degli imputati.

Nel libro, Guido Salvini, che ha proseguito nella ricerca della verità non più come giudice ma come storico, illustra ampiamente i risultati che sono mancati per l’incuria (incuria?) dei suoi colleghi della Procura della Repubblica di Milano, per i quali la sua inchiesta sulla strage di piazza Fontana non avrebbe dovuto nemmeno iniziare.

Singolare pretesa da parte di chi, come Gerardo D’Ambrosio, aveva condotto la stessa inchiesta negli anni Settanta, pervenendo a deludenti risultati, enfatizzati però dalla stampa italiana, in particolare da quella di sinistra, e annullati in sede processuale dalle solite Corti di Appello e di Cassazione.

Uno smacco per un giudice che avrebbe dovuto credere a quella poca verità che aveva raggiunto, e che avrebbe dovuto spronarlo a a sostenere il collega Guido Salvini, impegnato a cercare tutta la verità.

È avvenuto l’esatto contrario.

Anche di questo attacco politico, giudiziario e mediatico il giudice Guido Salvini parla ampiamente nel suo libro, facendo nomi e cognomi di colleghi e superiori gerarchici che se ne sono resi protagonisti.

Quello che narra, con dovizia di particolari, il giudice Guido Salvini fa impallidire il cosiddetto scandalo Palamara, perché rivela una realtà di gran lunga peggiore: quella di una magistratura ai più alti livelli (Procura generale della Corte di Cassazione, Consiglio Superiore della Magistratura) che si attiva per impedire ad un giudice istruttore di concludere un’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, per sollecitazioni mai esplicitamente ammesse ma facilmente individuabili.

Non è un caso – e ne riparleremo – che due dei protagonisti dell’attacco al giudice Guido Salvini li ritroveremo entrambi in Senato, nelle file del Partito Democratico, degno erede del Partito Comunista Italiano: Felice Casson e Gerardo D’Ambrosio.

È quello italiano un mondo alla rovescia, dove i “cattivi” vengono puntualmente premiati e i “buoni” sistematicamente avversati e puniti, il mondo come noi lo conosciamo e nel quale viviamo.

Un mondo nel quale la verità sulla guerra civile italiana non si poteva dire ieri e non si può affermare oggi, perché al governo ci sono le stesse forze che hanno bloccato l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, che hanno favorito gli attentati, che hanno perseguitato – e non è esagerato dirlo – il giudice Guido Salvini, colpevole di cercare la verità possedendo la capacità, l’intelligenza e il coraggio per raggiungerla.

Non erano e non sono nemici gli stragisti di Stato, i terroristi bianchi della Democrazia Cristiana, del Movimento Sociale Italiano, del Partito Socialdemocratico e così via – perché hanno agito stando dalla parte giusta.

“Nemico” da abbattere è un giudice che cerca la verità su di loro e sui mandanti di una e più stragi.

È lui, il giudice istruttore Guido Salvini, che si è collocato dalla parte “sbagliata”, dalla parte di cerca, per dovere e senso di giustizia, la verità – e si ritrova solo ed isolato.

Ancora oggi, fingendo di non sapere che Carlo Digilio, figlio del partigiano Michelangelo Digilio, è stato condannato per concorso nella strage di piazza Fontana e che, sia pure in ritardo, la stessa Corte di Cassazione ha riconosciuto la colpevolezza di Franco Freda e Giovanni Ventura, gli italici pennivendoli, in particolare televisivi, si affannano a proclamare che la strage di piazza Fontana è rimasta senza colpevoli, che su di essa non c’è ancora verità.

È esatto dire, invece, che non c’è tutta la verità, perché il giudice Guido Salvini è stato fermato prima che potesse raggiungerla appieno: ma gran parte della verità, con nomi, cognomi, prove e non solo, ora è a disposizione di chiunque voglia conoscerla perché si ritrova in questo libro.

Non c’è da attendersi che sul contenuto del libri scritto dal giudice Guido Salvini si aprano dibattiti televisivi, magari con l’intervento del “tuttologo” Paolo Mieli, si facciano recensioni su quotidiani e riviste della Fiat, di Urbano Cairo e così dicendo, perché il Partito Democratico, sponsor di Felice Casson, è ancora al governo, l’armata Brancaleone dei 5 stelle si occupa di altro, i “Fratelli d’America” di Giorgia Meloni sono gli eredi del partito delle stragi e degli stragisti, la Lega dei 49 milioni di Matteo Salvini non è schierata per la verità: quindi questo libro bisogna comprarlo, leggerlo e farlo leggere.

La verità non ha aggettivi, quindi questo libro deve essere letto da quanti Italiani – e riteniamo che siano tanti – desiderano conoscere gran parte della verrà sulla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, a Milano, a prescindere dalla loro idee politiche.

Si porteranno nelle loro case un libro appassionato e appassionante, che rende bene l’idea su cosa sia stata l’Italia di ieri e su cosa sia ancora l’Italia di oggi: politica, giudiziaria, militare, poliziesca, mediatica.

Potranno, leggendolo, comprendere le ragioni delle stragi e quelle che animano i politici italiani a negare ancora oggi la verità che è stata raggiunta, troppo sconvolgente per farla conoscere, troppo dirompente per quanti giudicano con la menzogna.

La verità, o gran parte di essa, su Piazza Fontana oggi c’è: basta andare in libreria e prendere il libro del giudice Guido Salvini, che mai, a nostro avviso, mai avrebbe ipotizzato, per il ruolo che svolge, di ritrovarsi sotto accusa da parte dello Stato che rappresenta.

Suo malgardo, Guido Salvini si è ritrovato ad essere un giudice “contro”, in nome della verità e della giustizia.

Ragion di più per leggere e divulgare il suo libro.

Opera, 23 settembre 2020

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