In un Altro Paese

Se c’é una leggenda alla quale tutti, o quasi, ostentano di credere è quella relativa all’indipendenza della magistratura.

Il potere giudiziario pretende di essere l’argine incorrotto ed incorruttibile contro la deriva dai malcostume politico, il malaffare, la disonestà che contraddistinguono da sempre l’operato dei politici italiani.

Propaganda abilmente alimentata elencando i nomi di magistrati uccisi negli anni Settanta, Ottanta e Novanta da “terroristi” e mafiosi, omettendo di dire che sono morti perché isolati dai loro colleghi, come Mario Amato; avversati e combattuti, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – per citare tre esempi che, benché conosciuti, a quanto pare non sono sufficienti ad indurre tanti Italiani a riflettere su cosa sia la magistratura del regime.

Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano ucciso a Londra nel mese di giugno del 1982, era un uomo potente che ben conosceva la realtà che si occulta dietro la facciata con la quale si presentano i detentori del potere in Italia.

In una lettera indirizzata, il 20 gennaio 1982, ad un “caro onorevole”, Roberto Calvi dopo aver accusato Flaminio Piccoli, segretario nazionale della Democrazia Cristiana, il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, e Francesco Pazienza, di avergli estorto 20 miliardi di lire, prosegue:

«Se fossimo in un altro Paese questa è tutta gente che andrebbe denunciata alla magistratura. Ma qui in Italia a quale magistratura? A quella di Destra, a quella di Sinistra, a quella di Centro, a quella legata ad Andreotti, a quella legata a Piccoli, a quella legata a Pazienza, a quella che vuole i soldi, a quale insomma dovrei rivolgermi?…».

Un uomo potente, Roberto Calvi, che farà una fine tragica perché non c’è in Italia un giudice al quale rivolgersi, perché ogni corrente in seno alla magistratura ha i suoi protettori politici, quelli che garantiscono promozioni, carriera e buona stampa.

Nel momento del crollo, perfino un uomo per anni potentissimo, come Roberto Calvi, si accorge che vive in un Paese in cui non c’è giustizia.

“Se fossimo in un altro Paese…”, scrive disperato al “caro onorevole”, ma lui è in Italia e per lui non c’è scampo perché, giustamente, chiede a “quale magistratura” avrebbe dovuto rivolgersi.

Già, a quale?

A quella che faceva capo alla Democrazia Cristiana e ai partiti di destra, a quella che era a disposizione della sinistra, Partito Comunista in testa, a quella che obbediva alla loggia P2, parte della quale è rimasta sommersa e ha proseguito nella carriera?

Fa sorridere amaramente lo spettacolo di quanti oggi si strappano i capelli per il caso Palamara, fingendo di aver scoperto che costui attentava alla indipendenza della magistratura, accordandosi con politici per procedere alle nomine dei capi delle più importanti procure della Repubblica.

Ipocrisia che si svela facilmente nel ripercorrere le tappe della storia della magistratura italiana nel dopoguerra.

Quanti processi sono finiti nel nulla in nome della ragion di Stato, ovvero perché il potere politico non poteva consentire che si giungesse ad una verità processuale.

Ricordiamo il processo per la strage di Portella della Ginestra, del 1° maggio 1947, finito con la condanna degli esecutori materiali e il silenzio totale sui mandanti.

E come dimenticare quello per l’uccisione del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, a Bascapè (Pavia) spacciata dai magistrati inquirenti come vittima di un incidente aereo pur avendo le prove che era stato sabotato il veivolo sul quale viaggiava?

E la farsa giudiziaria del processo per il golpe Borghese, organizzato e diretto da Giulio Andreotti che, nel Tribunale di Roma faceva quello che voleva, perché non aveva al proprio servizio solo Claudio Vitalone?

Alla fine di quel processo hanno assolto tutti, compresi i rei confessi, negando che il “golpe” fosse mai stato trama tentato a attribuendolo alle intenzioni di una banda di “mentecatti” rincretiniti.

Questa è stata la verità giudiziaria su un tentativo di “golpe” che, viceversa, c’era stato e non solo nella notte fra il 7-8 dicembre 1970.

Per la dipendente magistratura romana e per la Corte di Cassazione quella pagine di storia non andava scritta perché chiamava in causa forze politiche di governo, primi la Democrazia Cristiana e il Partito Socialdemocratico, e uomini di altissimo livello come il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e Giulio Andreotti, che aveva promosso il processo dopo aver patrocinato il golpe.

Storia politica e giudiziaria che ha visto tutti i protagonisti fare carriera e concluderla nel migliore dei modi.

E Ustica? 27 anni per fare un processo che si è concluso con l’assoluzione degli imputati e nessuna verità.

I magistrati hanno impiegato 19 anni per convenire che era stato un missile ad abbattere il Dc-9 Itavia, ma che il governo, presieduto da Francesco Cossiga, non aveva saputo niente perché quattro generali dell’Aeronautica avevano deciso, chissà perché, di tacere e mentire.

Altri 8 anni e anche loro saranno assolti.

Un’altra verità giudiziaria consegnata alla storia d’Italia dalla indipendente magistratura italiana.

E i depistaggi seguiti all’attentato di Peteano del 31 maggio 1972? Il processo ha concluso che il responsabile era stato, unico e solo, un generale dei carabinieri morto d’infarto il 16 agosto 1984, perché piduista.

Gli ufficiali dei Carabinieri condannati in primo grado a pesanti pene detentive sono stati, dapprima assolti con formula piena in appello, perché le prove c’erano, ma non era possibile che avessero depistato le indagini sulla morte di tre carabinieri: poi condannati a pene lievi, escludendo la calunnia a carico di sette cittadini goriziani, da lo- ro accusati per quell’attentato.

Corti di appello e Corte di Cassazione hanno sentenziato il falso, negando a sette innocenti perfino un risarcimento morale e finanziario.

La loggia P2, indicata dapprima come ispiratrice dell’attentato e organizzatrice dei depistaggi, eclissata poi dalla struttura clandestina Gladio, perché questa era una verità più fruttuosa per il Partito Comunista, per Giulio Andreotti ed il loro magistrato di riferimento, Felice Casson.

In realtà, i depistaggi erano stati decisi dai vertici politici e di sicurezza del tempo: Angelo Vicari, capo della polizia, Corrado Sangiorgio, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Vito Miceli, direttore del Sid.

In quanto alla loggia P2, è questa che si è fatta promotrice della riapertura dell’inchiesta nel 1978, per favorire Mario Tedeschi, e ha condotto l’inchiesta tramite il vicequestore Giuseppe Impallomeni.

Questa è la verità storica, che spazza via quella giudiziaria, ancora una volta venuta in soccorso del potere politico e militare.

Ora possiamo affermare che anche la verità sulla strage di piazza Fontana è emersa contro la volontà di buona parte della magistratura, che ha tentato, in ogni modo, di bloccare l’inchiesta condotta dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini.

Tentativo, purtroppo, solo parzialmente riuscito in sede giudiziaria, che ha visto per protagonisti gli esponenti politici della sinistra italiana, Oliviero Diliberto, ministro della Giustizia; Massimo Brutti, presidente del Comitato Parlamentare di controllo sui servizi segreti; Martino Dorigo, parlamentare di Rifondazione Comunista di Venezia. E magistrati di livello altissimo, come il procuratore generale della Cassazione e i componenti del Consiglio superiore della magistratura, oltre a Gerardo D’Ambrosio, Saverio Borrelli, procuratore della Repubblica di Milano, Felice Casson, sostituto procuratore della Repubblica di Venezia ed altri ancora che non vale la pena di nominare.

Mai nella storia del dopoguerra si era vista un’operazione politico-giudiziaria condotta con tanta arroganza e sfrontatezza contro un magistrato apolitico che aveva solo il torto di aver scoperto le responsabilità di una cellula ordinovista che, nella realtà, era legata ai servizi segreti italiani, americani e israeliani, nell’organizzazione ed esecuzione della strage di piazza Fontana e di altri attentati.

L’inchiesta, condotta negli anni Settanta su quella strage da Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini, aveva fatto emergere una modesta verità, relativa alle responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, negata successivamente da due Corti di appello e dalla solita Corte di Cassazione.

Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini avevano scoperta una verità circoscritta a due sole persone, che costituivano una “cellula nera neo- nazista” così come voleva il Partito Comunista, attento a non coinvolgere i servizi segreti.

Nel 1973, però, erano incappati nella figura di Guido Giannettini, agente civile del Sid, e avevano dovuto constatare che il servizio segreto militare era intervenuto per favorire gli accusati.

Non erano andati oltre.

Anzi, pur avendo scoperto, per merito dei giornalisti, che anche la divisione Affari Riservati del ministero negli Interni aveva depistato le indagini per favorire gli accusati, nulla di meglio avevano saputo fare che confidare nella collaborazione di Umberto Federico D’Amato, da loro ritenuto un funzionario di polizia irreprensibile, al di sopra di ogni sospetto.

Una stima, quella nei confronti di D’Amato, che rifletteva quella che i vertici del Pci riponevano nel personaggio con il quale manteneva i rapporti Giancarlo Pajetta.

Tanto lontani erano dalla verità che gli ordinovisti veneto-milanesi erano riusciti a tentare una strage su un treno, il 7 aprile 1973,

a compiere una strage a Milano, il 17 maggio 1973, a ripetersi a Brescia il 28 maggio 1974, per fermarci al periodo in cui l’inchiesta su piazza Fontana era ancora a Milano.

Un fallimento sul quale Gerardo D’Ambrosio, con l’aiuto di tutta la stampa comunista e paracomunista, fonderà la sua fama di magistrato fermato da poteri non identificati mentre indagava sulla strage di piazza Fontana.

Fama immeritata, perché le carenze nell’inchiesta da lui condotta si ripercuoteranno negativamente in quella, successivamente condotta dai giudici di Catanzaro.

La prova giunge con l’inchiesta condotta dal giudice istruttore Guido Salvini, immediatamente isolato dalla procura della Repubblica diretta da Saverio Borrelli e di cui D’Ambrosio è procuratore aggiunto.

Guido Salvini è un magistrato preparato, alieno dalla politica, provvisto di una solida preparazione storica, che comprende perfettamente che la strage di piazza Fontana non poteva essere stata compiuta da una “cellula nera”, ma da un gruppo numeroso ed organizzato i cui componenti erano rimasti ignoti e, quel ch’è peggio per il potere politico, aveva inquadrato la strage in un’operazione a largo respiro con finalità politiche che nulla avevano a che fare con il presunto nazismo dei due mentecatti di Padova e Treviso.

Questa è la verità che non si doveva affermare: il solo modo per negarla era quello di isolare e distruggere il giudice che la stava scoprendo e che l’avrebbe infine detta perché non condizionabile né intimidibile.

Abbiamo denunciato più volte il ruolo che dal Partito Comunista, prima, e quello Democratico, dopo, hanno avuto – e continuano ad avere – nell’azione contro la verità sulla guerra civile italiana.

Non è stata, per noi, una sorpresa vedere il Partito Democratico, Rifondazione Comunista, la loro stampa schierarsi contro Guido Salvini, sostenendo le menzogne di Felice Casson, avallate dalla procura della Repubblica di Milano.

Già, perché la punta di diamante dell’operazione politico-giudiziaria contro il giudice Guido Salvini e la verità sulla strage di piazza Fontana è Felice Casson.

Ha fatto fortuna mediatica, il Casson con l’inchiesta sull’attentato di Peteano di cui si è arrogato, mentendo, il merito di aver scoperto gli autori, e, insieme ad altri magistrati della procura della Repubblica di Venezia, è riuscito a scodellare la menzogna di un depistaggio ordinato da un solo generale dei carabinieri, ovviamente defunto, e quindi non in grado di difendersi.

Per tali meriti e per la sua contiguità con i dirigenti del Partito Comunista viene scelto da Giulio Andreotti per “scoprire” Gladio che, invece, era stata realmente scoperta due anni prima, nel 1988, dal giudice istruttore Carlo Mastelloni, bloccato con l’apposizione del segreto di Stato.

Giulio Andreotti si fida di Felice Casson perché sa di poter contare politicamente su di lui per attaccare Francesco Cossiga, ma si scava la fossa da solo perché finisce per credere alla millanteria di cotanto magistrato, che afferma di poter provare che l’attentato di Peteano è stato compiuto da Gladio, o comunque con la complicità degli uomini della struttura clandestina.

Giulio Andreotti è abituato ad usare le inchieste giudiziarie come un’arma a proprio favore e contro i suoi nemici: così, mentre continua a mantenere il segreto di Stato necessario a bloccare il giudice Carlo Mastelloni, lo vìola mandando Casson a Forte Braschi a “scoprire” Gladio.

Scelta, questa, che segnerà la fine politica di Giulio Andreotti anche perché il Casson, come era ovvio che fosse, non riuscirà a dimostrare l’indimostrabile, cioè la partecipazione di Gladio all’attentato di Peteano del 31 maggio 1972.

Questo per dire, in sintesi, chi è il personaggio che s’incarica di bloccare l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana condotta da Guido Salvini.

L’operazione politico-giudiziaria contro Guido Salvini era stata preordinata. Difatti, lo stragista Carlo Maria Maggi, d’accordo con altri complici, invia al ministero della Giustizia un esposto contro il capitano dei Carabinieri Massimo Giraudo, che collaborava con il giudice Guido Salvini.

Il ministero manda l’esposto a Venezia e, qui, il procuratore della Repubblica, Vitaliano Fortunati, non lo affida al sostituto procuratore di turno ma, violando la prassi, a Felice Casson, che non poteva averlo perché quel giorno era assente.

Non si può dare il beneficio della buonafede a Vitaliano Fortunati, che commette una grave scorrettezza per dare in mano al Casson un esposto dal contenuto grottesco, ma sufficiente per dare a costui la possibilità di muoversi contro il giudice istruttore di Milano.

A quanti volessero conoscere in dettaglio tutto ciè che Felice Casson ha fatto per bloccare l’inchiesta su piazza Fontana e favorire, di conseguenza, gli ordinovisti veneti, consigliamo vivamente di leggere il libro scritto da Guido Salvini, La maledizione di Piazza Fontana,dove tutto è ben illustrato, con dovizia di particolari, non smentiti perché non smentibili, da parte degli interessati citati.

Senza ripetere quanto scritto da Guido Salvini nel suo libro, qui vogliamo porre in rilievo come l’operazione per impedire l’emergere della verità sulla strage di piazza Fontana non sia stata condotta da poteri occulti, Loggia P2 et similia, da ma da forze politiche palesi, tutte di sinistra, insieme a magistrati della cui apoliticità è doveroso dubitare: le “toghe rosse” non sono un’invenzione giornalistica.

In un altro Paese questa sinistra sarebbe finita al macero, invece qui è ancora al potere e, benché sia provata la sua costante azione contro la verità, non rinuncia a presentarsi ancora come forza politica impegnata nella ricerca della verità.

Nel mese di luglio del 1993, è stato il giudice istruttore Guido Salvini a proporre l’introduzione del reato di depistaggio nel codice penale. Il Partito Democratico ha bloccato la proposta per ben 23 anni salvo, noi, approvarla nel 2016, attribuendo indebitamente il merito al compagno Paolo Bolognesi.

Sarà Piero Fassino, all’epoca segretario nazionale del Partito Democratico, a portare in Senato Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson per meriti che conoscevano solo lui ed i suoi intimi.

Chi ha cercato di impedire l’emergere della verità sulla strage di piazza Fontana è stato premiato con un seggio senatoriale.

In un altro Paese, ci sarebbe stata una stampa libera che avrebbe denunciato tutto questo, e pretesa la punizione dei responsabili.

In un altro Paese, ma qui siamo in Italia dove una stampa libera è sempre stato un sogno mai realizzato, perché di concreto c’è solo l’incubo mediatico che ben conosciamo.

In un altro Paese, ci sarebbe una magistratura indipendente, mentre qui ci sono certamente magistrati indipendenti ma in quale numero è consigliabile non approfondire.

Per concludere, giusto per rimarcare la dipendenza della magistratura dalla politica, ricordiamo che Felice Casson è stato promosso consigliere di Cassazione, nonostante un durissimo giudizio espresso su di lui dal procuratore della Repubblica di Venezia, che ha denunciato come s’impegnasse solo nelle inchieste che avevano risalto mediatico e trascurasse tutte le altre, come fosse arrogante con i colleghi, e così via. Il Consiglio Superiore della Magistratura lo ha promosso ugualmente per un solo “merito”: Casson in quel momento era senatore del Partito Democratico.

Per definire meglio il personaggio, se mai ce ne fosse ancora bisogno, ricordiamo che il Casson è stato proposto dal compagno Andrea Orlando, ministro della Giustizia (quale giustizia?), come magistrato di collegamento a Parigi.

Per fortuna per l’Italia, e purtroppo per lui, al ministero della Giustizia è subentrato, nel marzo del 2018, il grillino Alfonso Bonafede, che ha respinto la proposta.

Il risultato è stato che Felice Casson è stato obbligato a rassegnare le dimissioni dalla magistratura, mancandogli la faccia per farci ritorno.

Guido Salvini, prosciolto da ogni accusa, ha proseguito nella sua carriera di magistrato e presta ancora servizio a Milano.

La verità in questo Paese si potrà affermare, ma senza fare affidamento sulla magistratura, fatti salvi i magistrati onesti alla Salvini, perché è la storia del dopoguerra che lo dice, non la volontà di fare una sterile polemica contro l’ordine giudiziario che in un altro Paese sarebbe indipendente.

Ma qui siamo in Italia.

Opera, 24 settembre 2020

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...