La Destra di Servizio (segreto)

Suona beffarda nei confronti della verità storica e giudiziaria la definizione di “destra eversiva” con la quale i magistrati di Bologna bollano i responsabili della strage di Bologna del 2 agosto 1980, pur dopo aver indicato come mandanti due antifascisti (Umberto Federico D’Amato e Umberto Ortolani) e due rinnegati del fascismo (Mario Tedeschi e Licio Gelli).

Del tutto mendace, poi, è la definizione di “terrorismo nero” che è stata – e viene ancora oggi – utilizzata per spiegare il grande numero di attentati, compresi e per primi quelli stragisti, compiuti negli anni Settanta da militanti di destra.

La verità storica ci dice altro, ci racconta che dal mese di dicembre del 1946, in Italia, si è costituita per volontà della Democrazia Cristiana, del Vaticano, di Confindustria e dei servizi segreti americani una forza politica di estrema destra che non si è mai suddivisa in “destra parlamentare” ed “extraparlamentare” od “eversiva”.

Nata per rafforzare il neonato regime repubblicano con due obiettivi principali, contribuire alla riunificazione delle Forze Armate e di polizia divise dopo l’8 settembre 1943 fra il Regno del Sud e la Repubblica Sociale Italiana, e frenare l’esodo dei fascisti verso i partiti di sinistra, socialista e comunista, l’estrema destra non è mai venuta meno il compito che le era stato assegnato dall’antifascismo al potere.

Chiamato a combattere il comunismo, affiancandosi alla Democrazia Cristiana ed ai partiti di centro e di destra moderata, il Movimento Sociale Italiano si è illuso fino al luglio dal 1960 di poter essere accettato come forza di governo benché, strumentalmente, si presentasse come erede dei combattenti della Rsi.

Prigionieri del doppio gioco che conducevano fin dall’inizio, i dirigenti del Movimento Sociale Italiano non potevano gettare la maschera di eredi dei combattenti dell’Onore per rivelare a militanti e simpatizzanti la verità, e, dopo la fine del governo Tambroni, hanno modificato la tattica favorendo la creazione di movimenti e gruppi che denunciavano il moderatismo della dirigenza missina, in particolare del segretario nazionale Arturo Michelini al quale contrapponevano la figura dell’”estremista” Giorgio Almirante.

Non c’è mai stata una rottura effettiva fra i dirigenti dei gruppi cosiddetti “extraparlamentari” e quelli del Movimento Sociale Italiano che hanno preso parte alla dialettica interna al partito sostenendo i candidati alla segretaria nazionale, in particolare Giorgio Almirante, fino al rientro ufficiale di Ordine Nuovo nel 1969.

Non poteva esserci una rottura perché tutti i gruppi dì estrema destra perseguivano il medesimo fine, quello di farsi accettare come forza di governo per il loro impegno contro il comunismo.

L’inasprirsi della lotta politica a seguito della strategia di attacco al comunismo sovietico, di cui il Pci era il più fedele esecutore di ordini, rendeva inevitabile la creazione di gruppi la cui attività non coinvolgesse il partito rappresentato in Parlamento che doveva restare la facciata legalitaria di un mondo politico che si offriva di partecipare a quella che sempre più appariva come una guerra civile nel corso della quale ogni mezzo era lecito per raggiungere il fine.

Come i servizi segreti utilizzano per certe operazioni “sporche” persone non collegate ad essi, anche il Movimento Sociale Italiano ha ritenuto funzionale prendere le distanze dai gruppi che agivano con metodi illegali.

Una divisione, concordata fra i vertici del partito e le organizzazioni cosiddette extraparlamentari, in modo da non compromettere il partito che, nei loro intendimenti, sarebbe stato un giorno chiamato ufficialmente a far parte di una maggioranza governativa.

Tutto questo gioco, questo sporco gioco, doveva essere occultato così come nascosti dovevano essere i rapporti instaurati, fin dall’inizio, con gli apparati di sicurezza dello Stato democratico ed antifascista.

C’era un fronte sul quale erano allineati tutti i partiti che detenevano il potere, o aspiravano come i gruppi collegati e subalterni a farne parte, quello contro il comunismo internazionale e nostrano.

Su questa linea di frontiera erano schierati democristiani, liberali, monarchici, socialdemocratici, repubblicani, parte dei socialisti di Nenni, missini e gruppi “extraparlamentari” di estrema destra.

Il comunismo era il nemico, non il regime, tantomeno lo Stato. Non c’è un solo documento, sia pure un volantino, dell’estrema destra che sia critico nei confronti dello Stato o che esprima la volontà di combatterlo.

Esistono al contrario migliaia di documenti che attestano la critica nei confronti della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati per la “debolezza” mostrata nei confronti del comunismo che fanno appello ai “corpi sani” dello Stato, ovvero alle forze militari e di polizia, per salvare l’Italia dall’instaurazione di un regime clerico-marxista o, addirittura, marxista.

Non avrebbe mai potuto essere “eversiva” una forza politica che in tutte le sue componenti si proponeva come unico obiettivo la lotta contro la “sovversione”. L’estrema destra s’identificava nello Stato e dallo Stato era sostenuta ed utilizzata nella battaglia contro il comunismo.

Le guerre le fanno gli specialisti e, in una guerra non convenzionale, non ortodossa, segreta e clandestina, i reparti che intervengono non sono quelli corazzati ma gli apparati di sicurezza ufficiali e non ufficiali, italiani e stranieri.

Quanto è accaduto in Italia a partire dagli anni Sessanta fino ai primi anni Ottanta non è il frutto malefico di una strategia “eversiva” dell’estrema destra, condotta con metodi terroristici, ma l’applicazione sul territorio italiano di una tattica bellica che doveva favorire l’instaurazione di uno “Stato forte contro la sovversione rossa”.

Per quanti non hanno mai avuto ideali, tantomeno fascisti, ma solo finalità politiche con aspirazioni governative, mettersi a disposizione dello Stato e dei suoi apparati di sicurezza per combattere il nemico comunista è stata una logica conseguenza, una scelta coerente con il nulla ideologico che avevano alle spalle.

Il Movimento Sociale Italiano, quello che propagandisticamente, doveva rappresentare “l’alternativa al sistema”, è il solo partito che ha mandato in Parlamento tre direttori dei servizi segreti militari (Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli, Luigi Ramponi) e il generale Ambrogio Viviani, anch’egli esponente del Sid. Per tacere dei confidenti missini di forze di polizia e servizi segreti, primi fra tutti Giorgio Almirante, Giulio Caradonna e Mario Tedeschi.

Si dirà che questa era la destra parlamentare, legalitaria, ma il Msi ha avuto come parlamentare, componente della direzione nazionale, e infine segretario nazionale, Pino Rauti, capo di Ordine Nuovo, la maggiore formazione della destra cosiddetta extraparlamentare.

Cosa sia stato Ordine Nuovo è oggi storicamente accertato, e chi sia stato Pino Rauti altrettanto: un’organizzazione a doppia struttura, ufficiale e clandestina, questa ultima dipendente dai servizi segreti militari, e lui “fiduciario della Cia” in Italia a disposizione ed agli ordini dello Stato Maggiore dell’Esercito e della Difesa, nonché del Sid.

Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia Nazionale, era, come ormai definitivamente accertato, agli ordini di Umberto Federico D’Amato, direttore dell’Ufficio Affari Riservati del ministero degli Interni, ovvero, per essere più chiari, del controspionaggio italiano.

Discendendo lungo la scala gerarchica, si farebbe prima a contare quanti militanti e simpatizzanti dell’estrema destra italiana, in tutte le sue componenti, non sia stato confidente ed informatore delle forze di polizia e dei servizi segreti italiani e stranieri, non sempre a pagamento.

Il lungo elenco che avevamo stilato anni fa con i nomi di questi confidenti si è nel tempo arricchito di altri nominativi di personaggi noti e meno noti che hanno svolto fruttuosamente questa attività per conto di carabinieri, poliziotti, finanzieri, americani, israeliani, britannici, francesi, tedeschi e così via.

A quanti già conoscevamo, dal prezioso libro scritto dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, traiamo altri due nominativi, fra gli altri, impegnati fin dal 1967 a confidare e a confidarsi con il Sid: Giancarlo Rognoni, capo del gruppo “La Fenice” di Milano e Giancarlo Esposti, di Avanguardia Nazionale, passato poi al Mar del partigiano Carlo Fumagalli.

I due hanno sempre lavorato per conto e nell’interesse del Centro di controspionaggio di Milano, avendo come referente il maresciallo dei Carabinieri Ezio Chiarini.

Giancarlo Rognoni, da sempre iscritto al Msi, dal quale non è mai stato espulso, legatissimo a Paolo Signorelli, è stato imputato poi assolto nel processo per la strage di piazza Fontana, ma condannato con sentenza passata in giudicato per la mancata strage del treno Torino-Roma del 7 aprile 1973.

Giancarlo Esposti è stato ucciso dai carabinieri, per ironia della sorte, il 30 maggio 1974, a Pian del Rascino, perché aveva tradito dapprima Stefano Delle Chiaie e Marco Ballan, che lo avevano infiltrato nel Mar di Carlo Fumagalli, passando con quest’ultimo ma, così facendo, aveva tradito anche il Sid, perché il gruppo dell’ex partigiano era alle dipendenze del ministero degli Interni, dove aveva come referente un tale Motta, questore o prefetto, che non è stato possibile identificare con certezza.

Qualcuno, all’interno del servizio segreto militare, ha pensato che, a quel punto, poteva servire più da morto che da vivo e ha cercato di farne, senza riuscirci, il responsabile della strage di piazza della Loggia, a Brescia, il 28 maggio 1974.

L’estrema destra ha cercato di fare di Giancarlo Esposti un eroe caduto nello lotta, a posteriori inventata, contro il regime e lo Stato, ma non era il “Capitano” o il “Colonnello”, era solo un confidente, l’ennesimo del Sid, travolto dagli eventi che dopo aver trsdito gli altri è stato, a sua volta, tradito da quegli stessi uomini dei servizi segreti ai quali tanto aveva confidato.

Quando è stato ucciso, Esposti aveva in tasca due documenti falsi, recanti la propria foto e intestati a tale “Chiari”, cognome che il maresciallo Chiarini utilizzava a volte per ragioni di servizio.

Lo stragista missino Giancarlo Rognoni e l’ex avanguardista Giancarlo Esposti si aggiungono alla lunghissima lista di nomi di quanti avevano nello Stato democratico ed antifascista il punto di riferimento per una battaglia anticomunista da condurre insieme ai suoi apparati segreti e clandestini.

C’è da chiedersi per quanti anni ancora l’italico politicume, i suoi pseudo storici ed i suoi pennivendoli riusciranno a diffondere la menzogna sull’esistenza negli anni Sessanta e Settanta di una “destra eversiva”, di un “terrorismo nero” di uno “stragismo fascista”, quando è ormai storicamente assodato e provato che i presunti “terroristi” di estrema destra hanno agito con lo Stato, per lo Stato ed i suoi alleati a padroni internazionali.

Per quanti anni ancora si dovrà tollerare che tutti costoro parlino di servizi segreti “deviati”, mai identificati perché mai esistiti, e della Loggia P2 che, all’epoca, s’identificava con il potere e per il potere agiva?

Non dovrebbe essere difficile, per quanti sono intellettualmente onesti, dire verità che sono emerse perfino nelle indagini condotte da magistrati di numerose procure della Repubblica, che nessuno osa accusare di essere “fascisti” e “deviati”.

Chi era Carlo Maria Maggi? Un dirigente di Ordine nuovo, componente del Comitato centrale del Movimento Sociale Italiano, collaboratore esterno della Cia in Veneto, in contatto con agenti del Mossad israeliano e dei servizi segreti italiani.

Chi era Carlo Digilio, il “tecnico delle stragi” se non il figlio di un partigiano che lo ha educato nel rispetto dei valori dell’antifascismo e della Resistenza e lo ha fatto arruolare dalla Cia come agente informativo?

E Marcello Soffiati? Condannato per la strage di Brescia, come Maggi e Digilio, era un agente operativo della Cia e confidente del Sisde con il criptonimo “Eolo”.

Se andiamo a ritroso scopriremo che, in Italia, non poteva esserti una neofascismo perché i fondatori del Movimento Sociale Italiano il fascismo e i loro camerati li avevano traditi già nel corso della guerra, ognuno prendendo contatto con i servizi segreti alleati, italiani e partigiani.

Chi, fascista, si era avvicinato al Msi, si è allontanato nel giro di pochi anni, il tempo strettamente necessario per accorgersi che la politica del partito era quella della Democrazia Cristiana, vaticana e americana.

E sono altri rinnegati, quelli del comunismo, che si battono strenuamente perché la verità non emerga, consapevoli che, se questo avvenisse, non salirebbero sul banco degli imputati, dinanzi al Tribunale della storia, solo i dirigenti politici italiani ma anche gli americani gli israeliani e quelli della Nato.

Dovrebbero riescrivere ex novo la storia dell’Italia del dopoguerra, dovrebbero rivedere i trattati, rivelare i protocolli segreti, svelare quanto di ignobile preferiscono tenere occultato per restare al potere.

Temono le conseguenze della verità e fanno tutto il possibile perché essa non emerga, perché rimanga relegata come patrimonio di pochi che non dispongono dei mezzi per farla conoscere a tutti gli italiani.

È una dittatura, che troppi fessi scambiano per democrazia e che, come ogni dittatura che si rispetti, soffoca ogni voce contraria ad essa concedendola solo agli adulatori e ai mentitori.

Non consola – lo riconosco – pensare che la dittatura dei quacquaracquà, che fanno tanto comodo alla potenza egemone, sembri quindi eterna ed inamovibile.

Sembrano…, che poi lo siano è un’altra storia.

Opera, 26 settembre 2020

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