Le Stragi Dimenticate

Un Paese smemorato, il nostro, dove troppe cose vengono dimenticate in fretta, anche se sono “cose” che sono costate sangue e lutti.

Lo abbiamo visto con la strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970, di cui nessuno parla, forse perché si conoscono, in parte, i responsabili (finanziatore ed esecutori materiali) e non è più inseribile fra i “misteri d’Italia”, anzi dovrebbe essere posta a fondamento per una veritiera ricostruzione della storia della “rivolta”di Reggio Calabria.

Non conviene.

Si sono scritti libri sulla”rivolta” di Reggio Calabria di cui si conoscono i principali attori – n’drangheta ed estrema destra – e si indicano come motivazioni, uniche e sole, lo sdegno e la rabbia dei reggini per la scelta del governo di fare di Catanzaro il capoluogo della Regione.

Una spiegazione semplice, che soddisfa tutti, ma che non risponde a verità, perché i reggini la loro protesta avrebbero potuto esprimerla pacificamente, se altri non avessero avuto interesse a trasformarla in una sanguinosa rivolta.

Ci sono caduti tutti nella trappola della rivolta di popolo, compreso, all’epoca, Adriano Sofri, che si recò a Reggio Calabria e, dopo una copiosa bevuta, rilasciò ai giornalisti nell’hotel in cui alloggiava dichiarazioni che gli fruttarono la definizione da parte del quotidiano comunista L’Unità, di “fratello scemo del sindaco democristiano Battaglia”.

Anche gli storici italiani si sono adagiati sulle spiegazioni ufficiali, quelle che non richiedevano troppa fatica per essere accettate e condivise, dello sdegno popolare che aveva portato i reggini in piazza ad affrontare i reparti mobili e celeri dei carabinieri e della polizia.

Non è così.

La prova che le motivazioni dei disordini di Reggio Calabria erano altre e ben diverse da quelle ufficialmente addotte, era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ci ha fatto caso.

La strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970 – questa la prova – non poteva avere alcun significato per quanti lottavano per “Reggio capoluogo”, non poteva rappresentare una protesta contro il governo, non poteva favorire gli interessi della causa reggina, anzi poteva solo danneggiarli.

Eppure, come la tardive indagini fatte hanno provato, l’ordine di compiere quella strage è partita dal “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” che, evidentemente, aveva altre e occulte finalità oltre a quella pubblica di coordinare la protesta per “Reggio capoluogo”.

I fini reali che animavano altri, cioè n’drangheta ed estrema destra, a fare della protesta una rivolta e che hanno ritenuto utile organizzare ed eseguire la strage di Gioia Tauro, risiedevano nella necessità di esasperare il disordine per rafforzare le ragioni di un golpe che avrebbe dovuto scattare il 15 agosto 1970, se non fosse stato bloccato dal Dipartimento di Stato Usa.

Per straordinaria coincidenza, questa circostanza – il golpe – l’hanno dimenticata tutti: magistrati, politici, giornalisti e storici.

Reciso il legame con il golpe guidato da Junio Valerio Borghese, la rivolta di Reggio Calabria è stata considerata espressione della rabbia popolare, sfruttata da n’drangheta ed estrema destra, mentre nessuno ha mai dato una giustificazione alla strage di Gioia Tauro, al di là dell’inserimento scontato nella “strategia della tensione”.

In realtà, i due eventi – la rivolta e la strage – erano inseriti in un unico piano: prova ne sia che la rivista Il Borghese, diretta da Mario Tedeschi, confidente e amico del prefetto Umberto Federico D’Amato, e Giorgio Almirante, dopo aver inizialmente condannato i rivoltosi di Reggio Calabria, qualche settimana più tardi, resi edotti delle ragioni vere dei fatti, si sono schierati al loro fianco.

Come quella di piazza Fontana era funzionale al golpe del 14 dicembre 1969, fatto fallire dal presidente del Consiglio Mariano Rumor, la strage di Gioia Tauro era funzionale al golpe del 15 agosto 1970, bloccato dalla diplomazia americana, e poi del 7-8 dicembre 1970, naufragato per ragioni che ancora devono essere chiarite fino in fondo.

Isolare la rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro l’una dall’altra, ed entrambi dal loro contesto, rientra in quella strategia del depistaggio che non vede come protagonisti i soli servizi segreti ma, tutti coloro che si sono occupati della storia di quegli anni.

A trasformare la protesta dei cittadini di Reggio Calabria in rivolta, c’erano gli stessi ambienti che si erano distinti a Valle Giulia, il 1° marzo 1968, a Roma, confondendosi con gli studenti, come a Gioia Tauro, era la stessa mano che aveva compiuto gli attentati di Roma e di Milano, il 12 dicembre 1969.

Cambiano gli esecutori materiale ma la mente e la logica sono sempre le stesse.

Per una strage dimenticata, un’altra non è mai stata presa in considerazione da parte di giornalisti e magistrati che l’hanno qualificata come atto di comune follia.

Ne scrive, dandole il giusto rilievo, il giudice istruttore Guido Salvini nel suo ottimo libro La maledizione di piazza Fontana, che la definisce come “strage politica”.

La strage è quella compiuta all’interno del cinema “Eros” di Milano, il 14 maggio 1983, dove, a causa di un attentato incendiario, morirono cinque persone, compreso il medico, Livio Ceresoli, che era intervenuto per soccorrere i numerosi feriti.

Una strage firmata dal gruppo Ludwig, per le cui attività omicidiarie sono stati condannati a 27 anni di reclusione, riconoscendogli la seminfermità mentale, Marco Furlan e Wolfgang Abel, ritenuti i soli responsabili di ben 10 omicidi sui 15 per i quali erano stati inizialmente accusati.

Il tenore dei loro volantini di rivendicazione è delirante ma richiama alla memoria altri volantini, dal contenuto in apparenza altrettanto folle, per rivendicare stragi e attentati, che però erano scritti da confidenti dei servizi segreti italiani.

Il periodo degli omicidi firmato da “Ludwig” è per lo meno sospetto, 1977-1984, così come l’ambiente in cui i due condannati gravitavano, quello di Ordine Nuovo di Verona.

Non è stato un caso che Marco Furlan, detenuto nel carcere di Opera, dopo aver letto su Il Corriere della Sera il mio nome come esponente friulano di Ordire Nuovo, si sia presentato nella mia cella, salvo essere accompagnato gelidamente alla porta, e inviato, come ha fatto, a non tornarci più.

Un particolare di poco conto, ma significativo della ricerca da parte di Furlan di qualcuno, all’interno del carcere, che potesse condividere comuni ideali.

Solo che i miei ideali nnn corrispondevano ai suoi, se mai ne ha avuti, come nulla in comune poteva avere la mia militanza politica in Ordine Nuovo, con la sua,se pur c’è stata.

Se, come sembra da quanto scrive il giudice Guido Salvini, ci saranno nuove indagini basate su inedite testimonianze, ci sarà un altro capitolo da inserire nella guerra politica italiana e altre domande da porsi per dare risposte che sono state fin qui evase.

Dubbi legittimi sono stati sollevati sui delitti della Uno Bianca e sui loro autori, così come, a questo punto, è doveroso porseli su quelli firmati “Ludwig” che sono stati, troppo frettolosamente attribuiti ai due soli arrestati in flagranza di reato, liquidati come i primi serial killer italiani.

Killer, Furlan e Abel, lo sono stati, ma forse non da soli, non per conto proprio e non per un delirio individuale ma condiviso con altri.

Non anticipiamo giudizi. Ci limitiamo, per ora, a prendere atto che c’è un’altra pagina inedita da scrivere sulla storia di un regime che è nato nel sangue e sul sangue è riuscito a sopravvivere fino ad oggi.

Opera, 28 settembre 2020

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