Un Errore Giudiziario

La morte del giornalista Mino Pecorelli non è un mistero, è, come tanti altri, un segreto gelosamente custodito da mandanti, esecutori, complici e favoreggiatori.

Il libro scritto dalla giornalista Raffaella Fanelli, La strage continua. La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli, Ponte alle Grazie, Milano, ottobre 2020, con la passione di chi ricerca la verità, e lo stile sobrio e limpido che sono la caratteristica dell’autrice, suggerisce che il mancato accertamento della verità, in questi caso, sia una conseguenza anche delle omissioni di una magistratura che ha fatta propria una ipotesi – e una sola – trascurando ogni altra, fino al punto da non compiere un accertamento che sarebbe stato doveroso comunque, soprattutto quando non si poneva in contrasto con quanto accertato fino a quel momento sul conto di almeno uno degli esecutori materiali dell’omicidio Pecorelli.

Individuare i mandati dell’omicidio del giornalista non è certo agevole. Mino Pecorelli sapeva troppe cose sulle vicende più oscure d’Italia per poter escludere ogni altro e circoscrivere l’accusa ad una sola persona.

Ad esempio, si poteva anche ipotizzare che il mandante dell’omicidio andasse ricercato nei vertici di un

“Corpo più o meno istituzionale”,

come affermato da Umberto Federico D’Amato perché Mino Pecorelli aveva in suo possesso le prove di quello che sarà poi lo “scandalo dei petroli”, che vedrà sul banco degli imputati il comandante generale della Guardia di Finanza ed il suo capo di Stato maggiore, già responsabile del servizio “I” del Corpo.

Per carità, non è un’accusa ai vertici di allora della Guardia di Finanza, ma solo una segnalazione, perché la pista comunque poteva – e doveva – essere approfondita.

Del resto, come ogni servizio segreto che si rispetti, quello “I” della Guardia di Finanza ha solidi rapporti con la malavita organizzata o meno.

Poi, ovviamente, ci sono altri possibili candidati come mandanti perché Mino Pecorelli aveva un patrimonio conoscitivo che spaziava dagli scandali politico-finanziari, all’area dello stragismo di Stato, al sequestro ed all’omicidio di Aldo Moro, alle Brigate Rosse, ad Autonomia Operaia, fino ai depistaggi seguiti all’attentato di Peteano, fatto al quale dedicherà un articolo, pubblicato sulla sua rivista nel mese di febbraio del 1979, che andrebbe oggi riletto, perché l’argomento toccava interessi delicatissimi dei vertici militari e di polizia anche se, in sede giudiziaria, tutto stato sminuito e banalizzato, attribuendo ogni responsabilità ad un generale dei Carabinieri perché, defunto, non ha avuto la possibilità di difendersi.

Troppe cose, troppi fatti, troppi nomi rendono difficile, per non dire impossibile, oggi individuare i mandanti dell’omicidio di Mino Pecorelli.

Sarebbe stato possibile almeno identificare gli esecutori materiali? Sì, se i magistrati romani e perugini non avessero deciso di credere senza riserve a certi pentiti della banda della Magliana.

Raffaella Fanelli pone, giustamente l’accento sulla mia deposizione del 27 marzo 1992, resa al giudice istruttore Guido Salvini nel carcere di Parma.

In poche parole dicevo al giudice che la pistola con la quale era stato ucciso Mino Pecorelli era stata consegnato a Domenico Magnetta che l’aveva conservata insieme ad altri armi di pertinenta di Avanguardia Nazionale, salvo usarne il possesso per ricattare Adriano Tilgher se non lo avessero fatto scarcerare.

Il verbale, il giudice istruttore Guido Salvini lo trasmette ai magistrati romani competenti i quali non gli danno alcuna importanza, così come faranno i loro colleghi di Perugia dopo che l’inchiesta è stata loro trasmessa per competenza.

Il verbale viene ignorato ma, peggio ancora, quando, nel 1995, viene scoperto un piccolo arsenale di armi in possesso di Domenico Magnetta nessuno ritiene opportuno fare una perizia su una pistola e sui silenziatori che ne fanno parte.

Scelta coerente da parte di magistrati che avevano escluso – a priori – di prendere in considerazione quanto da me dichiarato il 27 marzo 1992.

La ragione risiedeva nel fatto che alcuni pentiti della banda della Magliana dichiaravano che la pistola usata per l’omicidio di Mino Pecorelli era stata, poi, depositata presso il loro arsenale nascosto all’interno del ministero dalla Sanità.

Solo uno, Maurizio Abbatino, il capo della banda affermava che quella pistola nell’arsenale della banda lui non l’aveva mai vista.

Non sarà creduto.

Un fatto è certo: le perizie disposte sulle pistole ritrovate daranno esito negativo, cioè la pistola usata per l’omicidio del giornalista non sarà ritrovata fra quelle in possesso della banda.

E non lo sara per la semplice ragione che qualcuno l’aveva affidate in custodia a Domenico Magnetta.

La mia dichiarazione non si proponeVa di accusare Adriano Tilgher e lo stesso Domenico Magnetta di concorso nell’omicidio di Mino Pecorelli.

Voleva, al contrario, costituire un invito ai due a raccontare quello che sapevano sul fatto. Tilgher non rischiava nulla, Magnetta altrettanto perché il reato di favoreggiamento era o stava per essere prescritto.

A differenza di tutti, non solo pentiti, che parlano per il proprio interesse personale, per conseguire benedici, nessuna mia dichiarazione si è mai proposta di ottenere per me un qualsivoglia beneficio di ogni genere.

Il disinteresse non conta, non vale la credibilità, quando ci si scontra con l’arroganza giudiziaria che pretende di aver scoperto la verità. Tutto finisce lì.

È giusto aggiungere chei pentiti accusavano Massimo Carminati di essere uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Mino Pecorelli, ma è stato assolto: quindi è, per la magistratura italiana (la giustizia è un’altra cosa), innocente, e come tale va trattato. Ma è inevitabile, nel porsi la domanda su chi può aver consegnato a Domenico Magnetta quella pistola, ritrovare fra alcuni nominativi anche quello di Massimo Carminati.

Una coincidenza che nessuno ha preso in considerazione fino al momento in cui la giornalista Raffaella Fanelli ha letto il verbale e ha fatto lei quello che i magistrati non hanno voluto fare, valutare in modo corretto le mie dichiarazioni del 1992.

Sono diverse le cose che sono sfuggite ai magistrati romani e perugini: il rapporto fra Massimo Carminati e Domenico Magnetta, rinsaldato dall’essere stati protagonisti dell’agguato teso dalla polizia al confine con la svizzera, nel corso del quale il primo ha perduto un occhio; l’ingenuità, per non dire l’imbecillità, di chi poteva mettere quella pistola insieme alle altre della banda della Magliana, senza pensare che qualcuno avrebbe potuto usarla per altre azioni omicidiarie; la logica del ricatto che è insita nella scelta di conservare l’arma usata per l’omicidio, come prova a carico di mandanti ed organizzatori nel caso che avessero abbandonato al loro destino gli esecutori materiali.

In questo Paese ad accusare personaggi potenti si rimedia sempre una condanna per calunnia, ma se si ha in mano una prova tangibile, di quelle che non si possono inficiare o negare, allora l’accusa diviene credibile con conseguenze gravi, in questo caso, per mandanti ed organizzatori.

È la stessa logica del mitra sottratto, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre del 1970, nell’armeria del ministero degli Interni, da Adriano Tilgher e dai suoi amici durante il cosiddetto golpe Borghese.

Una prova da utilizzare come extrema ratio nel caso in cui i loro burattinai li avessero abbandonati e traditi.

Nell’estrema destra di servizio (segreto), nessuno ha ragioni ideali per tacere quello che sa, ma tutti tacciono perché rivestono la duplice veste di ricattati e di ricattatori.

I magistrati non hanno dato peso ad una dichiarazione che non modificava il quadro accusatorio, ma aggiungeva ad esso un nuovo elemento, che avrebbe potuto essere riscontrato se fosse stato fatto il doveroso accertamento con una perizia balistica che, viceversa, è stata ritenuta inutile e superflua.

Ora le prove sono scomparse e questo permetterà ai pistaroli di turno di continuare ad inserire l’omicidio di Mino Pecorelli fra i “misteri d’Italia”.

In mondi di malavita, come il carcere italiano, sono molte le cose che non si possono dimostrare e che, quindi, è giusto tacere ma, in qualche caso, come a Viterbo e Rebibbia, qualche traccia sulle intenzioni non propriamente benevole nei miei confronti è rimasta.

A Viterbo, c’è la prova scritta di un’operazione che ha visto come protagonista il Dap e il quotidiano romano Il Tempo, a Rebibbia c’è la traccia di un’azione combinata fra l’ufficio matricola del carcere di Opera e Rebibbia.

La giornalista Raffaella Fanelli ne accenna nel suo libro e, quindi, chiariamo l’accaduto.

Giungo a Rebibbia, proveniente dalle sezioni di media sicureeza di Opera, e mi portano in quelle As di Rebibbia, al G12 secondo bis.

Viene una guardia a dirmi che, per andare all’aria, bisognava fare la domandina e, dopo la mia risposta («Va bene»), si ferma e aggiunge: «Nella domandina deve specificare che è lei che chiede di andare all’aria».

Serve meno, viste le esperienze pregresse, a farmi sospettare qualche trappola. Chiamo lo scopino della sezione che avevo conosciuto, sempre a Rebibbia, alcuni anni prima e gli chiedo se ci sono elementi di destra. Mi risponde:

«Sì, c’è Carminati».

Chiedo se all’aria andiamo una sezione alla volta (nella mia c’erano per lo più brigatisti rossi) o tutti e tre insieme. Mi risponde:

«Tutti e tre insieme».

Non vado all’aria, fedele alla mia logica che chiunque voglia agire contro di me, deve assumersene la responsabilità.

Cosa sarebbe accaduto andando all’aria? Un’aggressione sicura, certa, che poteva essere anche mortale, possibilmente compiutsulle scale, dove non c’era alcuna sorveglianza.

Qualcuno aveva dato per scontato l’esito della mia trasferta a Rebibbia, perché qualche giorno dopo mi vedo notificare un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Milano che respinge la mia impugnazione avverso il rigetto di un permesso premiale.

Cos’era accaduto? Ad Opera, tale Roberto Vinciguerra, condannato per spaccio di droga, aveva presentato l’istanza intesa ad ottenere un permesso premio.

Il magistrato di sorveglianza l’aveva respinta e lui l’aveva impugnata solo che, all’interno dell’ufficio matricola (come mi farà sapere il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano), qualcuno modifica il nome, e l’impugnazione appare proposta dai Vinciguerra Vincenzo, cioè da me.

Non commento l’operato dei giudici di sorveglianza di Milano, che hanno in mano una istanza di permesso presentata da Vinciguerra Roberto e discutono un’impugnazione presentata da Vinciguerra Vincenzo, fatto sta che il rigetto me lo notificano, ad opera dell’ufficio matricola del carcere di Opera, a Rebibbia.

L’errore sarà poi corretto dopo una mia lettera, non amichevole, al presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, ma rimane inalterata la gravità dell’opisodio che suggerisca come qualcuno avesse preventivato di gettare un manciata di fango sulla mia figura dopo la sicura aggressione a Rebibbia.

Escludo che Massimo Carminati e i suoi compari fossero stati preventivamente informati del mio arrivo a Rebibbia e della mia collocazione in As, perché avrebbero agito comunque esattamente avevano previsto i burattinai.

Gli è andata male, una volta di più.

Il libro di Raffaella Fanelli, scritto con onestà intellettuale, ha il merito di riportare all’attenzione la morte di Mino Pecorelli, sulla quale, leggo, sono state riaperte le indagini, sul cui esito non mi esprimo.

Rimane il libro, la prefazione di Rosita Pecorelli, la post-fazione di Stefano Pecorelli, la speranza che accomuna i primi due e Raffaella Fanelli in una breccia nel muro di omertà che circonda l’omicidio del giornalista.

Non spreco inviti ad Adriano Tilgher, Domenico Magnetta e ad altri “avanguardisti” a dire quello che sanno che, oggi, avrebbe valore storico e nessuna rilevanza giudiziaria, perché purtroppo sprecherei il mio fiato e darei loro un credito che non meritano.

Chi è stato al servizio non di ideali ma di apparati ufficiali e clandestini dello Stato può solo tacere, non può confessare, non può accusare, può solo morire in silenzio confidando nell’oblio.

Non saranno, invece, dimenticati gli sforzi di quanti, come la brava Raffaella Fanelli, cercando la verità che già traspare in questo suo libro da leggere e divulgare.

Opera, 15 ottobre 2020

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