L’Eversione di Stato

È calato il silenzio sull’inchiesta condotta dalla Procura generale di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980, riferita ai mandanti della stessa, individuati dagli inquirenti in Licio Gelli, Umberto Ortolani, Mario Tedeschi e Umberto Federico D’Amato.

Come sempre, nonostante le prove contrarie, i quattro sono considerati esponenti dell’”eversione di destra”.

È un metodo collaudato, ma non per questo accettabile e condivisibile, quello di etichettare sul piano politico-idelogico i fatti basandosi sull’appartenenza a questo o a quel gruppo di destra o di sinistra degli esecutori materiali.

Oggi sappiamo che il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro non sono stati decisi dalle Brigate Rosse, ma ufficialmente il presidente della Democrazia Cristiana continua ad essere presentato come vittima del “terrorismo rosso”.

Così, visto che Fioravanti, Mambro, Ciavardini, Cavallini erano militanti del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, spacciato sul piano mediatico come partito “neo-fascista”, quindi “terroristi neri”, ecco che i presunti mandanti sono presentati all’opinione pubblica come “eversori di destra”.

La logica e il buon senso suggeriscono che il “colore” dei fatti lo determina la collocazione politica e ideologica dei mandanti, cioè di coloro che ordinano e pagano i mercenari che arruolano, non viceversa.

Nel caso della strage di Bologna, il colore predominante è il bianco democristiano per tutti e quattro i presunti mandanti erano uomini legati al potere della Democrazia Cristiana.

La vedova del banchiere Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano di Milano, Clara Calvi aveva delineato la scala gerarchica della loggia P2 così come l’aveva appresa dal marito: Giulio Andreotti, capo; Francesco Cosentino, vice capo; Umberto Ortolani, terzo; Licio Gelli, quarto.

Non ci sono state conferme sulla scala gerarchica indicata da Clara Calvi, ma questa sono venute sulla poizione di vertice ricoperta da Giulio Andreotti all’interno della loggia P2.

Il 4 settembre 1985, Nara Lazzerini, ex segretaria personale di Licio Gelli, ai giudici di Palermo dichiara:

«Gelli mi disse che fra i suoi iscritti nella sua loggia massonica P2 vi era l’onorevole Andreotti… Ricordo che nell’ambiente della P2 si diceva che il vero capo era Andreotti e non Gelli. Rammento, in particolare, che nel corso di un pranzo a Firenze, William Rosati e Ezio Giunchiglia mi dissero che il vero manovratore era Andreotti e che facevano tutto per Andreotti».

Così Nara Lazzerini in una deposizione giudiziaria, ma a confermare le sue dichiarazioni era stato uno stretto collaboratore di Michele Sindona che, nel corso di una telefonata, intercettata, con l’avvocato del banchiere siciliano, Rodolfo Guzzi, il 3 ottobre 1981, dice:

«Avvocato: Chi era veramente Gelli? Il capo della P2 oppure un luogotenente che copre qualche grosso personaggio politico italiano?

Bordoni: Te l’ho già detto… Lui copre… lui agisce soltanto in funzione di Giulio Andreotti, che è considerato in tutto il mondo il capo della P2, il vero capo della P2».

Clara Calvi, Nara Lazzerini, Carlo Bordoni: tre persone che erano inserite in ambienti nei quali si sapevano notizie che gli italiani ignoravano.

Nessuno dei tre aveva un interesse personale, tantomeno Carlo Bordoni che ne parla al telefono cori l’avvocato di Michele Sindona, ad indicare Giulio Andreotti come capo della loggia P2 e Licio Gelli come suo subalterno.

Ma aveva Giulio Andreotti, cattolicissimo democristiano, titoli massonici per dirigere la loggia P2? Secondo quanto ha dichiarato, il 3 novembre 1987, nell’aula della Corte di assise di Bologna, Lia Bronzi Donati, Gran Maestra della Loggia tradizionale femminile, sì, li aveva.

Secondo le sue informazioni, Giulio Andreotti sarebbe stato affiliato alla massoneria e l’iniziazione sarebbe stata fatta, dal Gran Maestro della Loggia di piazza del Gesù, Bellantonio, contestualmente a quella di Michele Sindona. Ma se non sono provati i titoli massonici di Giulio Andreotti, lo sono quelli atlantici, quelli cioè derivanti dalla sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e della Nato del personaggio in questione.

E cosa sia stata la loggia P2 lo dice esplicitamente Francesco Cossiga che, in una intervista concessa a Il Corriere della Sera, pubblicata il 9 ottobre 1993 sotto il titolo, “Cossiga su Gelli: fui io a cercarlo”, nella quale spiega «l’idea che lui si è fatta della P2 attraverso la lettura politica fatta a posteriori.

A suo avviso si trattava di un’organizzazione nata per scopi filo-atlantici tra le gerarchie militari, intorno a figure come Geraci, Mino, Dalla Chiesa e Siracusano.

Erano tutti ufficiali che, secondo Cossiga, avevano il compito di vigilare e fornire una garanzia di fedeltà atlantica. Il giorno prima, interrogato dalla Corte di assise dinanzi alla quale si svolgeva il processo agli affiliati alla loggia P2, Francesco Cossiga aveva dichiarato che era sorta da “un patto atlantista”.

Ora, sempre che la Nato non sia una organizzazione eversiva di destra, il giudizio su Licio Gelli e compari come eversori va rivisto in sede giudiziaria, politica e mediatici.

Non dimentichiamo, inoltre, che lo Stato ha speso un miliardo di lire per ospitare Licio Gelli, prima, e Umberto Ortolani, dopo, in una comodissima cella all’interno della Scuola allievi degli agenti di custodia di Parma per evitare a siffatti, potentissimi personaggi l’onta del carcere.

Un trattamento che non era mai stato – e non lo serra mai più – riservato ad altri nel corso di 75 anni di storia repubblicana.

Un terzo “eversore” sarebbe Mario Tedeschi, giornalista, direttore de Il Borghese, senatore del Msi-Dn, fondatore di Democrazia Nazionale, al servizio di tutti i servizi preferibilmente di quelli americani, israeliani e italiani, amicissimo di Umberto Federico D’Amato, affiliato alla loggia P2.

Fu proprio lui, Mario Tedeschi, il promotore della scissione dal Msi-Dn di un nutrito gruppo di senatori e deputati che si riunirono in un nueovo partito politico denominato Democrazia Nazionale.

Secondo quanto Giorgio Pisanò riferì a Tina Anselmi, il 30 marzo 1982,

«la scissione del Msi fu discussa in casa di Fanfani con Gelli».

Se uno dei promotori della scissione fu Amintore Fanfani, personaggio ancora troppo trascurato nella storia dell’eversione di Stato, un altro fu certamente Giulio Andreotti, il quale impose al generale Giuseppe Santovito, nel 1978, di far riaprire l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado per poter accusare Giorgio Almirante di aver favorito Carlo Cicuttini con l’invio di 35mila dollari necessari per operarsi alle corde vocali.

Accusa questa che, negli intendimenti di Tedeschi, Gelli e Andreotti, avrebbe determinato la perdita per il Msi-Dn di migliaia di voti che sarebbero confluiti su Democrazia Nazionale.

Non andò come speravano, però ci hanno provato. Sul conto, infine, del prefetto Umberto Federico D’Amato, il quarto “eversore” secondo i magistrati bolognesi, ricordiamo quanto ha dichiarato in propria e in loro difesa Francesco Cossiga, il 6 novembre 1997, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi:

«Siamo stati tutti, dico tutti, nessuno escluso, leali servitori dello Stato. Allora io, siccome per quarant’anni ho servito lo Stato, tra tutti metto Santovito, Grassini e D’Amato, tra quelli che in quei giorni hanno servito lo Stato, perché io non sono di coloro i quali per utilità politica buttano a mare i collaboratori per salvarsi».

Ha ragione Francesco Cossiga che, per aver favorito l’omicidio di Aldo Moro, è divenuto presidente del Consiglio e per aver coperto la verità sulla strage di Ustica è stato eletto presidente della Repubblica: lui e tutti gli altri, primo Umberto Federico D’Amato, hanno servito lo Stato.

C’è da comprendre di quale Stato parliamo, perché se hanno servito il loro Stato questo è stato stragista, terrorista, mafioso, ecc., ecc. Le stragi italiane avevano come scopo il rafforzamento dello Stato che avrebbe dovuto essere diretto da una democrazia autoritaria, capace di fermare l’avanzata elettorala del Pci e di riportare legge e ordine nel Paese.

Se le stragi sono state fatte in un’ottica di difesa dello Stato democratico e antifascista, Umberto Federico D’Amato è stato certamente un precursore.

Il 26 giugno 1995, il generale Nicola Falde riferisce ai carabinieri del Ros le notizie che ha appreso sulla strage di piazza Fontana:

«Si tratta – dice – di notizie da me recepite in occasione di discorsi che il generale Aloja, in un primo tempo, poi confermato dal colonnello Viola e dal generale Jucci. Tali notizie erano inerenti al coinvolgimento dell’Ufficio Affari Riservati nella fase di organizzazione della strage e del ruolo di copertura prestato dal Sid successivamente all’operazione di strage. Preciso che con l’Ufficio Affari riservati i miei interlocutori intendevano indicare il prefetto Umberto Federico D’Amato e non la struttura nel suo insieme, così come quando si parlava del Sid essi intendevano riferirsi all’ammiraglio Eugenio Henke e ai suoi fidati della direzione del Sid e ai capi degli uffici da esso dipendenti».

E se la strage di piazza Fontana, come le prove sul piano storico e giudiziario dimostrano, non si proponeva di sovvertire l’ordine costituito ma di raffozarlo, sarà necessario cominciare a considerare anche la strage di Bologna del 2 agosto 1980 come un’azione a favore dello Stato, non contro di esso.

C’era da far dimenticare la strage di Ustica, bisognava guadagnare tempo, allentare la pressione della stampa, distrarre l’opinione pubblica e una seconda strage, ovviamente, “fascista” di proporzioni mostruose era quanto serviva.

Non si può trovare una volontà “eversiva” nella tentata strage di Milano del 30 luglio 1980 e in quella riuscita di Bologna del 2 agosto, ma un’intenzione difensiva nei confronti dello Stato, degli alleati americani, della Nato.

Parliamo di personaggi che non hanno esitato a scatenare in questo Paese una guerra a bassa intensità, per salvarlo dal comunismo.

Perché dovevano esitare ad arruolare altri mercenari dell’estrema destra missina per far loro compiere, una strage, un’altra ancora?

Se non si può parlare di eversione di Stato perché lo Stato non sovverte se stesso, possiamo però, a giusto titolo, parlare di uno Stato che ha fatto uso dell’arma del terrore per sopravvivere e fortificarsi.

E questa è la verità.

Opera, 10 novembre 2020

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