Il Giudizio della Storia

Il 12 dicembre 2020, il 51 anniversario della strage di piazza Fontana sarà ricordato in sordina.

È tempo di Covid-19, quindi non ci saranno manifestazioni, cortei, comizi.

Ci saranno, purtroppo, trasmissioni televisive, articoli, dichiarazioni di politici, storici, giornalisti che, puntualmente, ricorderanno le vittime di quell’eccidio, attribuendo la colpa ai “fascisti” rimasti impuniti, o quasi, per l’intervento dei servizi segreti “deviati” e dei poteri occulti.

In realtà, la verità sullo specifico episodio di piazza Fontana, grazie alle indagini condotte dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, si conosce pressoché integralmente con i nomi ed i cognomi degli esecutori materiali e dei loro correi.

Si conoscono anche i nomi dei magistrati, dei politici, dei giornalisti che si sono impegnati per impedire che la verità emergesse, conseguendo un parziale successo in favore degli imputati, e bloccando definitivamente l’ulteriore sviluppo delle indagini.

Per la magistratura, quindi per lo Stato democratico ed antifascista, il capitolo relativo alla strage del 12 dicembre 1969, a Milano, si è chiuso e non dovrà essere più riaperto.

Rimane aperto il capitolo che si potrà – e si dovrà – scrivere sul piano storico, perché la strage di piazza Fontana è solo la tappa di un cammino intrapreso anni prima dai vertici politici e militari, nazionali, e internazionali per fare dell’Italia un solido ed affidabile caposaldo atlantico.

Un progetto ambizioso in anni in cui era venuto a mancare il sostegno francese alla Nato per “blindare” il Mediterraneo fra la Spagna franchista, la Grecia dei colonnelli e, al centro, una democrazia autoritaria italiana.

La storia è chiamata a scrivere questo capitolo, che non finisce con la strage di piazza Fontana, che è funzionale alla manifestazione nazionale indetta dal Msi a Roma il 14 dicembre 1969, continua con la rivolta di Reggio Calabria del luglio 1970, la strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970, il tentato “golpe Borghese” del 15 agosto 1970, bloccato dal Dipartimento di Stato americano, e quello del 7-8 dicembre 1970 per andare avanti fino all’autunno del 1974.

Un cammino tragico, perché per i suoi promotori a Roma, come a Washington e a Bruxelles, la conta dei morti, dei feriti, degli imprigionati è, per ricordare la frase di Henry Kissinger, riferita ai 30 mila desaparecidos argentini, una “debolezza sentimentale”.

E di “debolezze sentimentali”, i vertici politici e militari italiani non ne hanno avute.

Hanno avuto, costoro, e ne hanno ancora, paura che la verità potesse – e possa – emergere.

Da qui i depistaggi, le omissioni, la soppressione e l’intimidazione di testimoni, la costruzione di piste false (vedi l’innocenza di Pietro Valpreda), la frammentazione dei processi necessaria per negare l’unicità di un disegno criminoso che poteva essere stato concepito solo dall’alto, dai vertici, e non certo dal basso, dalla manovalanza.

Da qui la compattezza del mondo politico che, dall’estrema destra all’estrema sinistra, si affannano ad affermare versioni, spesso contrastanti se non contrapposte, sugli “anni di piombo” che hanno un unico denominatore comune: negano tutte, senza eccezioni, la verità.

Il muro di fango che hanno eretto contro la verità non è più solido come un tempo. Verità parziali e frammenti di verità hanno aperto più di una breccia e, se ancora sono conosciute da pochi, perché occultate dal potere mediatico, sono ormai definitivamente acquisite sul piano storico e, in parte, anche su quello giudiziario.

Oggi, non ci sono più dubbi sulle responsabilità dei servizi segreti civili e militari nell’operazione che, a partire dall’estate del 1968, si è conclusa di fatto il 12 dicembre 1969, a piazza Fontana, a Milano.

Non uno, uno solo, degli imputati e degli indiziati per quegli eventi è risultato essere estraneo alle reti informative dei servizi segreti italiani, americani, israeliani e atlantici.

Non ci solo tracce di una battaglia ideologica contro lo Stato, come preteso dalla propaganda di regime ancora oggi, bensì di un impegno politico da parte di informatori, confidenti e bombaroli dell’estrema destra, finalizzato a fare di quello italiano uno «Stato forte contro la sovversione rossa».

Prova ne sia che il “tecnico delle stragi”, condannato per le stragi di piazza Fontana e di Brescia, Carlo Digilio, era figlio di un partigiano, Michelangelo Digilio, il cui impegno antifascista e anti-italiano risaliva al 1942, quando, ufficiale della Guardia di finanza, in Grecia aveva iniziato a collaborare con l’Intelligente service britannico.

L’estrema destra italiana, fin dal suo sorgere nel dicembre del 1946, si è identificata con lo Stato – ponendosi al servizio e a disposizione di chi questo rappresentava, senza alcuna pregiudiziale ideologica che non fosse quella anticomunista.

Forza di opposizione ufficiale ai governi non allo Stato, l’estrema destra ha trovato logico, conseguente, opportuno porsi al servizio delle forze militari e di sicurezza quando queste sono state mobilitate dagli alleati-padroni americani per fermare l’avanzata elettorale del Partito Comunista Italiano, fedele a Mosca.

La pretesa che, all’interno dell’estrema destra, siano sorte allora organizzazioni che si siano poste all’opposizione dello Stato, adottando metodi eversivi e terroristici, è un falso storico.

Da Pino Rauti, capo di Ordine Nuovo, dipendente dallo Stato Maggiore dell’esercito e dal Sid, a Stefano Delle Chiaie, responsabile di Avanguardia Nazionale, legato alla divisione Affari Riservati del Ministero degli Interni e, via via, a tutti i personaggi che hanno ricoperto un ruolo più o meno di rilievo nella storia tragica dell’estrema destra negli anni Sessanta e Settanta: tutti, nessuno escluso, erano collegati ai servizi di sicurezza italiani e stranieri di fede atlantica.

Parlare, quindi, di “stragi di Stato”, quelle che servivano a destabilizzare per stabilizzare, e di “terrorismo di Stato” è pertinente perché rispondente alla verità storica.

Insistere sullo “stragismo fascista” e sul “terrorismo nero” o sulla “destra eversiva”, è una menzogna propagandistica che l’antifascismo diffonde per non riconoscere la responsabilità di uno Stato e di un regime che sono sorti dalla sconfitta militare dell’Italia fascista e che si fondano sui valori dell’antifascismo.

È normale che lo Stato antifascista non voglia riconoscere di aver utilizzato i “fascisti” per combattere il comunismo, così come rientra nell’ordine naturale delle cose che presunti “fascisti” non intendano ammettere di essersi posti al servizio incondizionato dello Stato antifascista.

Negano da entrambi i lati, l’uno proclama di aver sconfitto il “terrorismo nero”, gli altri affermano di aver fatto una guerra e di averla persa.

I documenti che, nel tempo, sono emersi li smentiscono entrambi.

Il giudizio della storia sullo Stato e sul regime antifascisti e su coloro che ad essi si sono asserviti è stato emesso.

Ed è un giudizio di condanna.

Opera, 19 novembre 2020

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