Il Golpe Antifascista

Se c’è in Italia un episodio che dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, la subalternità dell’estrema destra, definita ancora oggi in perfetta malafede ideologica e politica ”neofascista”, è quello che vede come protagonista il principe Junio Valerio Borghese, che fascista non è mai stato, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970.

Subalternità, beninteso, rispetto alle forze politiche antifasciste che governano il Paese dall’8 settembre 1943.

Fra i fautori dei golpe italiani, la figura di Junio Valerio Borghese è la più spendibile sul piano propagandistico per avvalorare l’esistenza di una strategia eversiva dell’estrema destra finalizzata alla conquista del potere in Italia.

Lo è per via della sua adesione, non spontanea e tantomeno ideologica, alla Repubblica Sociale Italiana dopo l’8 settembre 1943.

In realtà, il “principe nero” si era perfettamente inteso con i partigiani “bianchi” e socialisti, con gli alleati anglo-americani, durante e dopo la guerra, tanto da richiedere la riabilitazione che, se concessa, gli avrebbe consentito di rientrare nei ranghi della Marina Militare della Repubblica democratica ed antifascista.

Non andò così.

La Corte di Cassazione gli negò la riabilitazione, e Junio Valerio Borghese, uno dei pochi eroi italiani della Seconda guerra mondiale – è giusto ricordarlo: Medaglia d’Oro come comandante sommergibilista – rimase confinato nell’area dell’estrema destra missina.

Il suo fervore filo-americano e filo-atlantico, le sue scelte conservatrici e reazionarie, provocarono la sua espulsione, nel 1959, dalla Federazione Nazionale Combattenti della Rsi, atto che sancì l’incompatibilità sua con il fascismo ed i fascisti.

Negli anni Sessanta, Junio Valerio Borghese si allinea a quanti ritenevano di dover salvare l’Italia dal comunismo ricorrendo alle “maniere forti”, in compagnia di uomini politici di tutto lo schieramento anticomunista – compresi i democristiani Giulio Andreotti, Giuseppe Pella, Mario Scelba, Amintore Fanfani, Paolo Emilio Taviani, Flaminio Piccoli, il socialdemocratico Giuseppe Saragat, il liberale Manlio Brosio, segretario generale della Nato dal 1964 al 1971, il repubblicano Randolfo Pacciardi, ministro della Difesa dal 1948 al 1953, il liberale Edgardo Sogno, quasi tutti gli alti ufficiali delle Forze Armate e dei Carabinieri.

Junio Valerio Borghese, a partire dal settembre del 1968 con la costituzione del Fronte Nazionale, partecipa a tutte le operazioni “sporche” che vengono compiute in Italia per eliminare il pericolo comunista.

Non è però Borghese l’ideatore e il leader delle operazioni che entreranno a fare parte della “strategia della tensione”.

Non è lui che mobilita i servizi segreti militari e civili, ufficiali e clandestini, perché creino in Italia quel disordine che giustifichi l’imposizione dell’ordine.

Il principe Borghese non ha mai detto chi sarebbero stati gli uomini politici che sarebbero stati chiamati a far parte del governo costituito dopo la riuscita del golpe. È trapelato, in forma dubitativa, il nome dell’ex presidente del Consiglio democristiano Giuseppe Pella, mentre il solo politico indicato esplicitamente da Borghese è quello di Giulio Andreotti, come correo, che agiva tramite il suo braccio destro, Gilberto Bernabei.

Nel Fronte Nazionale confluisce, con compiti operativi, Avanguardia Nazionale, che aveva finto di sciogliersi come organizzazione nel 1965, cosicché è giusto ascrivere al primo ed al suo responsabile, Junio Valerio Borghese, tutto ciò che fanno gli “avanguardisti” di Stefano Delle Chiaie, che resteranno subalterni al principe fino al giorno della sua morte nel mese di agosto del 1974.

Il Fronte Nazionale partecipa, pertanto, alla lunga e complessa operazione che dovrebbe concludersi il 14 dicembre 1969, a Roma, con i sanguinosi disordini seguiti alla manifestazione nazionale indetta per quella data dal Msi.

Quel giorno non ci sarebbe stato un golpe, come ipotizzato con interessata fantasia da qualche giornalista, bensì la proclamazione dello stato di emergenza, invocato dal proseidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, la stessa sera del 12 dicembre 1969.

Non ci sarà: il presidente del Consiglio che, unico e solo, ha l’autorità per proclamarlo, Mariano Rumor, si tira indietro per motivi che ancora oggi sono sconosciuti.

È questo “tradimento”, che non può essere ascritto alla sola persona di Mariano Rumor, che fa maturare in buona parte dei “salvatori” dell’Italia la certezza che la situazione è possibile risolverla soltanto con un golpe che metta all’angolo politici codardi ed incapaci.

Non sappiamo quanti aspiranti golpisti abbiano concordato con Junio Valerio Borghese il colpo di mano che avrebbe dovuto avvenire il 15 agosto 1970, non nel mese di dicembre successivo.

Perché questa è la data vera in cui avrebbe dovuto avvenire il golpe, bloccato dall’intervento del Dipartimento di Stato americano, avvertito dall’Ambasciatore a Roma che erta stato informato, trame l’addetto militare dell’ambasciata, James Clavio, dal generale Vito Miceli, comandante del Sios-Esercito.

Dai documenti americani apprendiamo che, sul piano internazionale, ad appoggiare il golpe c’erano la Grecia, la Spagna e Israele, mentre la Germania Federale si riservava di intervenire a favore solo se altrettanto avessero fatto gli Stati Uniti.

Il golpe era stato preparato bene, trasformando Reggio Calabria in un campo di battaglia, grazie all’alleanza fra la n’drangheta e il gruppo operativo del Fronte Nazionale (Avanguardia Nazionale), aggiungendo ai disordini reggini un’altra strage, dopo quella di piazza Fontana, questa volta a Gioia Tauro il 22 luglio 1970.

Il golpe, però, non si può fare perché c’è il veto della diplomazia americana, timorosa delle ripercussioni negative, in caso di riuscita, sui Paesi del Mediterraneo e sul piano interno italiano (rafforzamento delle sinistre e disordini fomentati dal Pci), in caso di fallimento.

Ipotesi quest’ultima che fa intravedere che, alle spalle di Junio Valerio Borghese, non c’è l’adesione certa ed incondizionata delle Forze Armate, senza le quali colpi di Stato non se ne fanno, in Italia come in nessun altro Paese del mondo.

La mossa del generale Vito Miceli, fedelissimo di Aldo Moro, di informare l’ambasciata americana per accertarsi del consenso statunitense al golpe, sul quale evidentemente nutriva notevoli e legittimi dubbi, ottiene un duplice effetto: blocciare il golpe e informare i vertici politici e militari italiani di quanto si sta preparando.

Non è un coincidenza che il genetale Vito Miceli tradisca la fiducia dei “congiurati” il giorno dopo che si è costituito in Italia un nuovo governo con presidente del Consiglio Emilio Colombo, ministro degli Interni Franco Restivo, ministro delle Difesa Mario Tanassi, ministro degli Esteri Aldo Moro e ministro di Grazia e Giustizia Oronzo Reale.

È un governo di centrosinistra, formula invisa agli aspiranti golpisti, i cui elementi più rappresentativi vengono però messi a conoscenza delle intenzioni di Junio Valerio Borghese e amici, primi fra tutti il presidente del Consiglio, Emilio Colombo, ed il ministro degli Esteri, Aldo Moro.

Non è infatti ipotizzabile che il Dipartimento di Stato americano non abbia informato almeno questi due personaggi.

Perché, quindi, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, Borghese e i suoi possono passare alla fase operativa del golpe?

In primo luogo perché il veto del Dipartimento di Stato americano è stato revocato per l’intervento personale – secondo il convincimento dei golpisti – del presidente Usa Richard Nixon, sostenuto presumibilmente dal Dipartimento della Difesa e dalla comunità dell’intelligence statunitense.

In secondo luogo perché, in Italia, tutti quelli che sanno non fanno nulla per bloccare il golpe, primo quel generale Vito Miceli che, dal mese di ottobre del 1970, ha assunto il comando del Sid, il servizio segreto militare.

Sarebbe facile ipotizzare che i vertici militari e quelli degli apparati di sicurezza restino fermi perché condividono il golpe e le sue finalità: ma il dubbio è lecito, anzi è doveroso.

Nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, a parte un gruppo di guardie forestali, i reparti militari e di polizia non si muovono. Tutto il “lavoro” viene affidato a militanti di estrema destra, un gruppo dei quali viene fatto accomodare all’interno del Ministero degli Interni, di cui occupa perfino l’armeria.

Un commando di militanti di estrema destra è incaricato di sequestrare il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, fallendo l’obiettivo.

Le guardie forestali dovrebbero uccupare la sede della Rai. E dopo…?

I palazzi del potere chi dovrebbe occuparli? Palazzo Chigi, la Farnesina, il ministero della Difesa, Palazzo Montecitorio, Palazzo Madama, chi li occupa? Gli uomini politici di primo piano, non solo della maggio-ranza e del governo ma dell’opposizione, chi li arresta?

Non è un golpe militare.

Non si mandano in avanscoperta militanti missini, avanguardisti, ordinonovisti, forestali per conquistare il potere, lasciando a reparti militari il compito di intervenire successivamente: sempre che non sia una trappola.

A ben vedere, lo stato di emergenza può essere proclamato per stroncare la “violenza anarcoide”, riportando l’ordine nel Paese, ma può esserlo anche per bloccare la “minaccia fascista” – salvaguardando la democrazia.

Nel primo caso, si inizia ponendo fuori legge le organizzazioni di estrema sinistra, per giungere poi a quelle di estrema destra; nel secondo, si fa il contrario, cominciando da destra, con l’indubbio vantaggio sul piano nazionale ed internazionale, di rappresentarsi come i difensori della democrazia posta in pericolo dai “fascisti”.

Un golpe, quello di Junio Valerio Borghese, fatto per provocare un contro-golpe?

Non ci sono certezze, tranne quella che scaturisce da un tacito patto sottoscritto fra golpisti e antigolpisti per mantenere il segreto su quanto accaduto.

Dopo la notte dell’Immacolata, tutti i responsabili degli apparati di sicurezza rimangono al loro posto, come, del resto, i vertici militari, perché la verità non deve emergere.

Anche dopo che, nel marzo del 1971, Paese Sera rivela quanto accaduto nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970 a Roma, le responsabilità sono circoscritte a Borghese e quattro suoi amici.

La verità sul golpe Borghese non sarà mai conosciuta, anzi la magistratura giungerà, alla conclusione che questo non ci fu, che quella notte non accadde nulla perché ad agitarsi furono solo quattro “mentecatti”.

Il segreto sul ruolo rivestito dagli attori nazionali ed internazionali nei tentativi di golpe portati avanti nel 1970 non è mai stato svelato.

I burattinai sono rimasti anonimi e sono emersi solo i nomi di alcuni dei burattini che, per paura, hanno taciuto perfino quel poco che sapevano.

Rimangono i morti della rivolta di Reggio Calabria e della strage di Gioia Tauro, sacrificati per favorire i giochi di un regime criminale.

Non avranno mai giustizia ma, almeno, ora possiamo dire che sappiamo la verità sulla loro morte, taciuta per mezzo secolo.

Se questa verità potrà affermarsi, almeno non saranno morti per nulla.

Opera, 21 novembre 2020.

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