“Stato Profondo”

Mario J.Cereghino e Giovanni Fasanella hanno pubblicato un libro dal titolo Le menti del doppio Stato, con il quale ribadiscono, ancora una volta, la teoria del “doppio Stato”, o “Stato parallelo” che si voglia dire, che dovrebbe indurre i lettori a credere all’esistenza passata (o anche presente?) di un fenomeno di dissociazione all’interno dello Stato, che ne ha creato un secondo, invisibile ed occulto, con una propria politica e con propri obiettivi non coincidenti non quelli dello Stato ufficiale.

I due autori riportano la definizione inglese di Deep State che traducono correttamente come “Stato profondo”, ma scelgono poi di dargli anche – e per loro soprattutto – il significato di “doppio Stato”.

Scelgono cioè di disinformare, perché condizionati dal timore di discostarsi delle “verità” ufficiali del regime per le quali tutto ciò che di oscuro e di negativo è accaduto nel nostro Paese nel dopoguerra è riconducibile ad un insieme di “deviazioni”, vuoi nei servizi segreti, nelle forze di polizia, nella massoneria, nella mafia, nella Chiesa, nell’alta finanza eccetera, eccetera.

Cereghino e Fasanella non osano parlare esplicitamente di “Stato deviato” ma lo fanno in maniera implicita proponendo l’immagine del “doppio Stato” al quale, ovviamente, attribuire tutti i mali della Repubblica.

Non è così.

La definizione di “Stato profondo” è, in realtà, la sola pertinente perché indica l’esistenza, all’interno dello Stato unico e solo, di vari livelli di responsabilità e di azione che dal vertice discendono fino al fondo di una struttura burocratica che agisce compatta sia nella difesa che nell’offesa.

Ed è nel profondo della macchina statale che agiscono quegli apparati segreti, ufficiali e clandestini, che sono implicitamente autorizzati ad agire con metodi illegali e, spesso, criminali, dai detentori del potere, che sono delegati a difendere e a proteggere con ogni mezzo.

Per fare un esempio, ricordiamo l’uccisione con “metodologia occulta” di Gaspare Pisciotta all’interno del carcere palermitano dell’Ucciardone, il 9 febbraio 1954. Non ci sono dubbi di sorta sulla responsabilità dei servizi segreti, che sono intervenuti non per proteggere gli interessi di un fantomatico Stato parallelo ma per evitare che Gaspare Pisciotta, detentore dei segreti della banda di Salvatore Giuliano, della morte di costui, della strage di Portella della Ginestra, dei rapporti con le forze di polizia e in particolare con i Carabinieri, potesse con le sue rivelazioni chiamare in causa, fra gli altri, Mario Scelba, appena nominato presidente del Consiglio dei ministri.

Un’azione, quella di Gaspare Pisciotta, che avrebbe avuto gravi effetti destabilizzanti sul piano politico, offrendo all’opposizione social-comunista argomenti di efficacia dirompente contro la Democrazia Cristiana e il presidente del Consiglio, da sempre sospettato di aver avuto un ruolo rilevante nella tragica storia di Salvatore Giuliano e della sua banda.

Rientra nei compiti istituzionali dei servizi segreti operare per evitare la destabilizzazione del potere politico, così che l’omicidio in carcere di Gaspare Pisciotta è servito a stabilizzare una situazione che sarebbe degenerata sul piano politico, e forse dell’ordine pubblico, se costui non fosse stato messo a tacere per sempre.

Ritroveremo la stessa “metodologia occulta” (un caffè al cianuro al posto di quello alla stricnina servito a Gaspare Pisciotta) e le medesime motivazioni stabilizzanti nell’omicidio di Michele Sindona, all’interno del carcere di Voghera, il 20 marzo 1986. Condannato all’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, Michele Sindona conosceva troppi segreti e il pericolo che li usasse per ricattare o per vendicarsi era elevato: ammazzarlo ere il metodo migliore per scongiurarlo.

Anche in questo caso, a beneficiare della morte di Michele Sindona è il potere politico, protetto, come nel caso di Gaspare Pisciotta, dai propri servizi segreti, quelli che agiscono nel profondo dello Stato non doppio, né parallelo, né deviato.

Deve essere un’ossessione, quella di Cereghino e Fasanella, nel vedere sempre e comunque doppio. Difatti, riescono ad affermare perfino l’esistenza di “una Cia nella Cia”, perché, secondo loro, c’è una Cia “cattiva” e una “buona”: infatti, nella prima ci infilano James Jesus Angleton, il potente funzionario della Cia che in Italia ha ricoperto per anni un ruolo foldamentale nella difesa degli interessi degli Stati Uniti.

Cereghino e Fasanella scrivono il libro basandosi sulla lettura di documenti provenienti dagli archivi dei servizi segreti anglo-americani e da quelli del Partito Comunista Italiano, relativi al periodo 1944-1950, con la pretesa di poter spiegare «il perché degli anni di piombo».

Abbiamo sempre sostenuto che, per comprendere la storia italiana degli ultimi 77 anni, anni bisogna partire dal passato, non dal 1944 come fanno i due autori, ma dall’8 dicembre 1941, data in cui gli Stati Uniti d’America entrarono in guerra.

Fu da quel giorno che la ricca borghesia italiana, finanziaria ed industriale, decise che il Paese non poteva vincere e che, di conseguenza bisognava farlo perdere in tempi rapidi e nel peggiore dei modi, così da acquisire più benemerenze possibili presso gli Alleati.

È la storia di un tradimento che non ha motivazioni ideologiche ma è sospinto dalla difesa di precisi interessi personali, con Vittorio Emanuele III che vuole salvare il trono, gli altri le industrie e i capitali.

Gli “anni di piombo” sono la conseguenza della “guerra fredda” che inizia per decisione degli Stati Uniti dopo che essi avevano perso la speranza di liquidare l’Unione Sovietica con un attacco nucleare.

È vero che, negli anni del tradimento e della guerra civile in Italia, l’anticomunismo fu posto alla base delle scelte di quanti avevano aderito alla Repubblica Sociale e al Regno del Sud, creando alleanze che proseguiranno dopo la fine delle ostilità fino ai primi anni Ottanta.

Ma fra i personaggi di quel periodo che ritroveremo negli “anni di piombo” mancano i nomi di quanti sono stati inseriti nell’articolo 16 del Trattato di pace che impone all’Italia di non perseguire coloro che hanno collaborato con gli Alleati a partire dal 1939.

Cereghino e Fasanella citano quell’articolo, ma non ipotizzano che, accanto ai nomi di mafiosi, anch’essi alfieri dell’antifascismo, ci sono quelli di industriali, banchieri, ufficiali, burocrati, buona parte dei quali potremo ritrovare nella storia del dopoguerra, compresa quella relativa alla “guerra a bassa intensità”.

Ignoti restano i nomi di coloro che hanno tradito il Paese in guerra e che, da quel momento, si sono asserviti alle potenze anglo-sassoni, per volontà di una classe politica che, dopo 73 anni, non trova il coraggio di renderli pubblici.

Cereghino e Fasanella scelgono di rappresentare come “menti del doppio Stato” una miriade di personaggi dei quali attivi negli anni della “strategia della tensione” sono solo quattro: l’americano James-Jesus Angleton, Umberto Federico D’Amato, Junio Valerio Borghese e Edgardo Sogno.

Il solo che può essere annoverato fra le “menti” americane per il ruolo ricoperto nella Cia è Angleton, il quale, ad un certo punto, aveva la responsabilita dell’intero bacino del Mediterraneo.

Un personaggio ad altissimo livello, Angleton, al quale non sono paragonabili gli altri tre: Umberto Federico D’Amato era, difatti, un tattico, non uno stratega, che eseguiva con indubbia abilità e totale mancanza ai scrupoli le direttive americane; Junio Valerio Borghese ed Edgardo Sogno vanno inseriti nel secondo livello, quello degli organizzatori che emergono da un mondo che rimane sommerso.

Dal libro di Cereghino e Fasanella non emerge alcuna verità sulle motivazioni degli “anni di piombo” e sulle “menti” dell’inesistente “doppio Stato”.

Non basta consultare gli archivi dei servizi segreti anglo-americani e del Pci per giungere alla verità perché in essi si trovano notizie vere, verosimili e false e, soprattutto, non si trovano quella che contano – relative ai personaggi di primo piano della storia, non solo italiana, del dopoguerra.

In un periodo confuso e convulso come quello dell’immediato dopoguerra italiano sono tanti i personaggi che hanno operato in un senso o in un altro, a favore della monarchia o della Repubblica, dalla parte della Gran Bretagna o degli Stati Uniti, ma nessuno di loro ha lasciato un segno nella storia perché sono tutti scomparsi man mano che il nuovo regime si stabilizzava.

Delle tante organizzazioni paramilitari, ognuna delle quali con un proprio progetto di colpo di Stato, la sola meritevole di menzione è l’Armata Italiana della Libertà (AIL), che precorre quella che sarà poi la loggia Propaganda 2.

Non sono stati Angleton ed i suoi agenti a fare della mafia un forza al servizio del regime democristiano, ma Alcide De Gasperi, che aveva al suo fianco, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giulio Adreotti.

Si potrebbe continuare a contestare molte cose scritte da Cereghino e Fasanella, ma sono argomenti per i quali ci sarà tempo e modo di trattarli.

Diamo comunque atto ai due di aver dato spazio all’ipotesi che l’attentato di via Rasella, a Roma, il 23 marzo 1944 contro gli altoatesini che avevano optato per la Germania, inquadrati nel 3° battaglione Bozen, aveva come fine quello di provocare la rappresaglia tedesca che avrebbe fisicamente eliminato buona parte della resistenza militare monarchica e dei dissidenti di Bandiera Rossa.

Un calcolo cinico e spietato che aveva visto, nel mese di gennaio del 1944, le forze di sicurezza tedesche arrestare numerosi componenti della rete clandestina militare nonché elementi di Bandiera Rossa, denunciati da anonimi delatori.

Non bastava, evidentemente, eliminare gli ufficiali monarchici e i dissenti di Bandiera Rossa dalla scena: era necessario, in vista dell’imminente caduta della Capitale, farli uccidere.

Un attentato contro truppe adibite al servizio di polizia nei ministeri, all’interno di Roma “città aperta” avrebbe provocato una durissima rappresaglia, che si sarebbe abbattuta per prima sui detenuti politici.

E così è stato.

C’è un particolare che conferma la volontà di massacro degli ideatori e degli organizzatori dell’attentato di via Rasella perché nel suo corso trovarono la morte anche tre cittadini italiani, il tredicenne Pietro Zuccheretti, e due militanti di Bandiera Rossa, Antonio Chiaretti ed Enrico Pascucci, attirati sul luogo con qualche pretesto.

Mancano i nomi, nel libro di Cereghino e Fasanella, dei responsabili di una delle azioni più ignobili ed infami compiute nel corso della guerra civile. Li facciamo noi: Riccardo Bauer, per il Partito d’Azione; Giorgio Amendola, per il Pci; Alessandro Pertini, per il Psiup.

Questa è storia che Cereghino e Fasanella non troveranno negli archivi dei servizi segreti anglo-americani e, tantomeno, in quello del Pci.

La verità è che, dopo l’8 settembre 1943, per politici – militari, industriali, banchieri ecc. Non ci sono più stati interessi italiani da rappresentare e da difendere, ma solo quelli delle potenze vincitrici della Seconda Guerra mondiale, l’Unione Sovietica, da un lato, gli Stati Uniti, dall’altro.

Vittorio Valletta l’aveva detto senza ipocrisia:

«Non possiamo fare altro che la politica dell’America, per l’America».

Ed è in questa realtà che va inquadrata la tragedia degli “anni di piombo”, che in una Nazione libera e indipendente non ci sarebbero stati.

Il “perché degli anni di piombo” lo troviamo nel giorno in cui l’Italia ha cessato di essere una Nazione, e non ha più avuto una propria leadership politica, economica, militare, finanziaria.

Sarebbe il caso, se al momento non si può fare altro, di iniziare a scrivere la storia dell’Italia per l’Italia e per gli italiani.

Sarebbe, questo, un primo passo verso il riscatto e la liberazione.

Opera, 28 novembre 2020

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