Il Complice

Leggo l’intervista che il giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, nella veste di storico, ha fatto a Giovanni Biondo, detto Ivan, amico e sodale di Franco Freda e colleghi.

Attivissimo componente del gruppo spionistico e stragista veneto, indicato da Stefano Delle Chiaie, in un suo appunto ritrovato a Caracas il 23 marzo 1987, come uno dei tramiti fra Freda e la divisione Affari Riservati, accusato da Gianni Casalini di aver preso parte agli attentati ai treni nella notte fra l’8 e il 9 agosto 1969, certamente presente alla riunione a Padova del 18 aprile 1969, latitanti per sei anni, dopo essere stato colpito da un mandato di cattura emesso dai giudici milanesi che indagavano sulla strage di piazza Fontana, iscritto alla sezione del Pci di Favaro Veneto dal mese di ottobre del 1973, assolto infine da ogni accusa, Giovanni Biondo ha fatto carriera come magistrato andando in pensione nel 2008.

Nel corso della conversazione con il giudice Guido Salvini, Ivan Biondo nega tutto, confermando in questo modo la scelta fatta tanti anni fa di essere omertoso sempre e comunque, sottraendosi con la fuga a domande alle quali, evidentemente, non si sentiva in grado di rispondere con risposte veritiere.

L’omertà lo ha premiato: dopo quattro anni di latitanza in Spagna, due in Italia a casa del padre magistrato, con il tacito assenso di Questura e Carabinieri, il Biondo entra in magistratura trovando il sostegno dell’immancabile compagno magistrato, in questo caso Marco Ramat, che lo difende dinanzi al quel grottesco organismo che è il Consiglio Superiore della Magistratura.

Evitiamo di chiederci quanti cittadini italiani sono stati incriminati e condannati per reticenza e falsa testimonianza da questo omertoso magistrato, che ancora oggi sceglie di tacere perché della giustizia e della verità ha un concetto che si pone in netto contrasto con la Giustizia e con la Verità.

Però, dopo il nego tutto, ci sono stato ma dormivo, Ivan Biondo una coltellata alla schiena del suo ex amico, compare e complice, Franco Freda, la sferra, perfida e micidiale.

Nel momento del congedo, al giudice Guido Salvini, difatti, dice:

«Una cosa gliela voglio dire, nel gruppo si contava molto sull’appoggio di Mariano Rumor».

“Mago Zurlì” e colleghi sono serviti.

Con una frase brevissima, Giovanni Biondo, detto Ivan, conferma che l’operazione iniziata nell’estate del 1968 non si proponeva di compiere un colpo di Stato nel mese di dicembre del 1969, ma di permettere al presidente del Consiglio in carica, Mariano Rumor, di proclamare lo stato di emergenza.

Rumor non lo fa.

Tradisce, e dal mese di luglio del 1971, pochi giorni dopo la scarcerazione di Franco Freda e Giovanni Ventura, arrestati nel mese di aprile dello stesso anno su ordine del giudice istruttore Giancarlo Stiz, si ritrova a poter essere ancora utile alla causa, però da morto, ammazzato con l’aiuto della scorta della polizia che avrebbe dovuto proteggerlo.

L’affermazione dell’omertoso ex magistrato fa intravedere in maniera esplicita che Mariano Rumor ed altri suoi colleghi di partito e di governo erano a conoscenza dell’operazione di destabilizzazione portata avanti, fra gli altri, dal gruppo veneto di Ordine Nuovo nel quale Biondo era inserito.

Certo, non ne conoscevano i dettagli, non venivano informati in anticipo degli attentati, tantomeno sono stati preavvertiti della decisione di compere due stragi, una a Milano e l’altra a Roma, ma sapevano.

Senza l’avallo del potere politico, ovviamente, i servizi segreti italo-americani, civili, militari e clandestini, non avrebbero dato il via alla “strategia della tensione”.

Inoltre, si considera traditore un complice, un correo, non un ignaro, quindi ad accusare Mariano Rumor dinanzi alla storia sono i suoi stessi burattini, quelli che Umberto Federico D’Amato, Eugenio Henke, ed altri, collocati ai vertici delle Forze armate e di sicurezza, hanno impiegato per destabilizzare il Paese e dare a lui la possibilità di stabilizzarlo.

Ma non c’è solo Mariano Rumor all’attenzione del gruppo veneto: perché, ad esempio, sono noti i rapporti di Giovanni Ventura con Giuseppe Caron, all’epoca ministro del Bilancio della Repubblica, non un galoppino democristiano qualunque.

Rientra nella norma, tutta italiana, che siffatto potente personaggio non sia mai stato interrogato sui suoi rapporti con Giovanni Ventura, almeno per sapere i nomi di coloro che li avevano messi in contatto, e che avevano garantito per lui.

Ignorate da sempre e da tutti ci sono, poi, due interrogazioni parlamentari presentate, rispettivamente, il 29 maggio 1973 e il 16 gennaio 1974, dal deputato missino Giuseppe Niccolai.

Nella prima, Niccolai chiede al ministro di Grazia e Giustizia in carica di riferire sui rapporti intercorsi fra Giovanni Ventura e Flaminio Piccoli. Non otterrà risposta.

Nella seconda, Giuseppe Niccolai chiede conto dei rapporti intrattenuti da Giovanni Ventura con esponenti del Partito Socialista romano, della Democrazia Cristiana veneta e delle Sinistra Indipendente umbra. Non otterrà risposta.

A Milano, i giudici Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini, impegnati a “provare” che la strage di piazza Fontana era stata compiuta da una “cellula nera” nazifascista, preferiscono ignorare le interrogazioni parlamentari di Giuseppe Niccolai ed anche il personaggio, che non verrà mai interrogato, per conoscere almeno le fonti dalle quali ha tratto le sue informazioni.

Insomma, la “cellula nera” nuotava in un brodo democristiano e socialista.

È giusto ricordare che Gaetano Orlando, nel mese di giugno del 1974, interrogato a Madrid, alla mia domanda,

«chi ha voluto piazza Fontana?», ha risposto lapidariamente «i socialisti».

L’immediato intervento di Stefano Delle Chiaie ha impedito a Orlando di proseguire ed a me di incalzarlo sul punto.

Non ci sono ancora sufficienti elementi per affermare la credibilità dell’affermazione di Gaetano Orlando, sul conto dei socialisti, anche se qualche elemento indiziario esiste – ma sui rapporti fra gli ordinovisti e i democristiani le prove ci sono, tutte.

Un contributo alla verità, alla fine, l’omertoso magistrato (ma come ha fatto a fare il magistrato?) Giovanni Biondo, detto Ivan, l’ha fornito, grazie all’interessamento del giudice istruttore e storico, Guido Salvini.

Ora bisogna andare avanti.

È necessario ripartire da tutti gli elementi indiziari già acquisiti, per ricostruire i legami che l’estrema destra, comprese le sue componenti operative e stragiste, ha intrattenuto con le forze politiche rappresentate in Parlamento, non solo con quella missina.

Mi dirà Stefano Delle Chiaie, a Madrid, che Amintore Fanfani aveva espresso la sua contrarietà allo scioglimento di Avanguardia Nazionale.

Al potente democristiano, quindi, non risultava che l’organizzazione guidata da Stefano Delle Chiaie fosse “eversiva”, “terrorista”, “fascista”; al contrario, a suo parere, era ancora utile alla stabilizzazione del regime.

Lo abbiamo scritto da tanti anni che il Movimento Sociale Italiano ed i gruppi ad esso collegati e dipendenti erano stati il “polo occulto” del sistema politico democratico e antifascista.

E abbiamo trovato soltanto conferme.

Invito gli onesti a prenderne atto.

Opera, 6 dicembre 2020

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