Serial Killer

Non uccidono persone ma sono letali per ogni verità. Sono giornalisti, storici, pseudo storici il cui unico compito è quello di ammazzare ogni verità, parte di verità, briciole di verità che emergano sulla storia italiana.

Sono serial killer specializzati, come quelli che scrivono sulla rivista L’Espresso, nel massacro sistematico della verità, in questo caso quella sul cosiddetto golpe Borghese.

Nel suo ultimo omicidio, Gianfrancesco Turano, nell’articolo intitolato “Più che un golpe un colpetto”, si dedica al “golpe” del 7-8 dicembre 1970, fingendo di non sapere che, in realtà, la data in questione fu una scelta di ripiego dopo che il Dipartimento di Stato americano aveva bloccato l’operazione, fissata per la data del 15 agosto 1970.

Una furbata, questa, che permette a Turano di sorvolare sulla rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro, liquidando la prima come “prova di guerra civile” da parte della n’drangheta e tacendo del tutto sulla seconda.

Omissione che spicca nel momento un cui scrive che i morti del “golpe Borghese” sono stato solo due: il giornalista Mauro De Mauro e lo stesso Junio Valerio Borghese. Invece, quel tentato golpe costò la vita a quanti caddero nel corso dei tumulti di Reggio Calabria e sul treno fatto saltare a Gioia Tauro.

Non si deve dire.Il padrone non permette che si riconosca, sul piano storico, che la rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro erano funzionali al golpe del 15 agosto 1970, sostenuto dall’esterno da Grecia, Spagna e Israele.

Anzi, Turano scrive un articolo che ribalta, secondo lui, la verità parziale che si conosce.

Gli Stati Uniti erano contrari al golpe, scrive, ma non è così perché, se fu il Dipartimento di Stato americano a bloccare il golpe del 15 agosto 1970, qualcun’altro autorizzò quello successivo del 7-8 dicembre ed era certamente più potente della diplomazia americana, poiché si trattava del presidente degli Stati Uniti in persona, Richard Nixon.

Questo, almeno, era il convincimento dei golpisti che, senza l’avallo americano, non si sarebbero mossi.

Turano si propone di dimostrare che il golpe fu in pratica un farsa alla quale tutti erano contrari a cominciare dal capo di Stato maggiore dell’esercito, gen. Enzo Marchesi, il quale era «reduce della guerra civile spagnola ma fedele alla democrazia», difatti cotanto ufficiale aveva fatto il partigiano in una banda del Partito d’azione, ma ciò non prova quanto afferma.

Il “colpaccio”, Turano pensa di farlo affermando la contrarietà ai Giulio Andreotti al “golpe Borghese”, derivata, scrive, da quella di Paolo VI, che temeva che potesse innescarsi una guerra civile.

Giulio Andreotti è stato sempre l’uomo del Vaticano in Italia ma quelle che, prudentemente, Turano spaccia per ipotesi non reggono dinanzi alla realtà, che vuole proprio l’esponente democristiano quale punto di riferimento dei golpisti.

Andreotti, a posteriori, nega ma è proprio lui ad accusare Giorgio Almirante di aver fatto fallire il golpe telefonando a tarda sera al ministro degli Interni, Franco Restivo, per verificare se questi fosse compartecipe dell’operazione.

L’ostilità di Giulio Andreotti nei confronti del generale Vito Miceli risale al mese di giugno del 1974, fino a quel momento i due erano “anem’e core”.

La storia non è materia di cui deve occuparsi Gianfrancesco Turano, il quale, dopo mezzo secolo, viene a raccontare che si sono opposti al golpe Borghese praticamente tutti, primo Giulio Andreotti, senza spiegare perché e da chi i congiurati vennero coperti dopo il fallimento del “golpe”, perché fu proprio Giulio Andreotti, nefasto ministro della Difesa, nell’estate del 1974, a cancellare dal rapporto redatto dal generale Gianadelio Maletti i nomi di ammiragli e generali che aveva aderito al golpe, e non solo quello di Licio Gelli, e a promuovere un’istruttoria farsa che ha visto come protagonista il suo fedelissimo sostituto procuratore della Repubblica, Claudio Vitalone.

Turano va male anche quando tira in ballo l’immancabile organizzazione nazista Die Spinne, guidata dal col. Otto Skorzeny che, però, lavorava per il Mossad israeliano e per gli americani da sempre.

Il killer de L’Espresso ha fallito, perché quanto scrive non scalfisce le verità già note sul cosiddetto golpe Borghese, che non ha rappresentato il tentativo “eversivo” di un gruppo di nostalgici “fascisti” ma quello di fare dell’Italia una democrazia autoritaria, fedelissima agli Stati Uniti ed alla Nato, nella quale non ci sarebbe stato più posto per i “sovversivi” e gli appartenenti alla “quinta colonna” comunista, cioè al Pci.

Obiettivo, questo, condiviso in quegli anni dai vertici militari e da quelli degli appartenenti alle forze politiche dichiaratamente anticomumiste, compresi i vertici della Chiesa cattolica.

Va da sé che, contrariamente a quanto blatera Turano, un governo nato dal golpe Borghese avrebbe cancellato la legge sul divorzio perché sarebbe stato più papista del Papa. Un’eventualità che avrebbe entusiasmato Paolo VI ed il suo fido Giulio Andreotti.

Non ci sarebbe stata una dittatura, solo una continuità di uomini e di azione politica con il regime nato dalla sconfitta militare.

Lo afferma esplicitamente Junio Valerio Borghese nel proclama che avrebbe dovuto annunciare agli italiani l’avvenuto colpo di Stato:

«Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali. Vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti».

Il fallimento dell’operazione del dicembre 1969, dovuto al tradimento di Mariano Rumor, induce Junio Valerio Borghese a farsi promotore di un colpo di Stato da attuare il 15 agosto 1970.

Ma non c’è l’unità di un tempo e, anche se Borghese è quello che appare, il voltafaccia di Rumor il 13 dicembre 1969, sulle cui motivazioni reali nulla si conosce, ha indotto molti, in ambito militare e politico, alla prudenza.

Le grottesche ricostruzioni alla Turano impediscono ai lettori di chiedersi perché il generale Vito Miceli, in veste di responsabile del Sios Esercito, informi, il 7 agosto 1970, l’ambasciata americana dell’imminenza del golpe, provocando l’intervento contrario del Dipartimento di Stato, e il 7-8 dicembre successivo consenta ai golpisti di penetrare perfino nel ministero degli Interni, di radunarsi e di tentare perfino l’occupazione della sede della Rai-Tv con un centinaio di guardie forestali.

Perché, dopo il fallimento del golpe per motivi mai chiariti, Vito Miceli copre i “congiurati” e continua a farlo anche dopo che, nel mese di marzo del 1971, qualcuno ha fatto trapelare la notizia al quotidiano para-comunista Paese Sera?

Gli storici, quelli veri, non alla Turano e alla Paolo Mieli, si pongono domande serie e cercano risposte altrettanto serie.

Il sospetto, fondato, è che se il 15 agosto 1970 ci fosse stato un tentativo di golpe, il 7-8 dicembre 1970 il golpe vero lo avrebbe fatto chi avrebbe arrestato Junio Valerio Borghese ed i suoi “congiurati”, gli unici che quella notte si sono mossi sul terreno.

La contromossa, ovvero il “contrordine” impartito da ignoti, ha vanificato la trappola ed ha impedito il contro-golpe.

Non ci attendiamo che Gianfrancesco Turano e L’Espresso diano delle risposte attendibili su questi punti ancora oscuri, al contrario ci prepariamo a vanificare il nuovo tentativo di omicidio che certamente stanno programmando.

Vigilare è un dovere.

Opera, 7 dicembre 2020

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