I Depistatori

La verità sulle responsabilità dei vertici politici e militari italiani e dei loro alleati-padroni internazionali nella guerra civile a bassa intensità degli anni Sessanta e Settanta è nota, ma non si riesce a farla conoscere agli italiani.

Fra la verità e l’opinione pubblica del nostro Paese, difatti, si frappone un muro mediatico impastato di menzogne e falsità di ogni genere che, fino ad oggi, è stato impossibile abbattere.

Forse, sarebbe opportuno inserire nel codice penale italiano il reato di “depistaggio mediatico” perché ora non si troverebbe un magistrato disposto a perseguire i diffusori di menzogne per il reato di diffusione di notizie false, atte a disinformare l’opinione pubblica.

In un Paese normale, più gli anni passano più facilmente emerge la verità su fatti ormai lontani nel tempo che possono, di conseguenza, essere affidati all’esclusivo giudizio della storia.

In Italia, viceversa, avviene l’esatto contrario: più il tempo passa, più si cerca di negare perfino quelle verità parziali che sono emerse nel corso degli anni.

Ci tocca così leggere che Giulio Andreotti era contrario al “golpe Borghese” perché ad esso si opponeva Paolo VI, quando per mezzo secolo si è detto che proprio lui era il primo referente, all’interno della Democrazia Cristiana, di Junio Valerio Borghese. Verità affermata dallo stesso Borghese in una lettera-testamento nella quale indicava come tramite Gilberto Bernabei, il più fedele collaboratore dell’esponente democristiano.

Nessuna verità emerge, poi, da una trasmissione di Rai Tre, condotta dal tuttologo del regime, Paolo Mieli, sempre sul cosiddetto “golpe Borghese”. Anzi, al termine di uno sconclusionato blaterare, Mieli invitava i presenti a ricordare che la magistratura aveva assolti tutti gli imputati per il “golpe” – come a dire che, forse, questo non c’era mai stato.

Ora, su L’Espresso, un certo Paolo Biondani torna sulla strage del 2 agosto 1980 in un articolo, intitolato “Cinque milioni di dollari per 85 vite”.

Biondani non spiega, anche se solo sul piano ipotetico, le motivazioni dell’eccidio di Bologna, scegliendo di rifilare ai lettori la bufala di un perfido Licio Gelli che ha assoldato dei mercenari di estrema destra per compierlo.

Non è vero, perché Valerio Fioravanti e i suoi compari i soldi se li facevano con le rapine, la droga e altri affari e affarucci e, anche se per delinquenti missini come loro il denaro era certamente importante, non hanno agito per guadagnarne altro.

Biondani disinforma nel momento in cui spiega le motivazioni degli esecutori materiali della strage come frutto di un miliardario guadagno, senza ovviamente dire perché, secondo lui, Licio Gelli avrebbe dovuto in quel mese di luglio del 1980 ordinare una strage, anzi due, perché il giornalista dimentica opportunamente la tentata strage di Milano del 30 luglio 1980 il cui fallimento é alla base dell’eccidio di Bologna del 2 agosto 1989, entrambi riferibili allo stesso ambiente politico veneto-romano.

Il killer mediatico de L’Espresso si concentra sugli esecutori materiali perché non gli conviene farlo su Licio Gelli, “il migliore agente segreto americano in Italia” come è stato definito, e uno dei capi dell’organizzazione atlantica chiamata Loggia P2.

Fedele al mandato ricevuto, Biondani continua a spacciare la P2 come forza antidemocratica, una funesta piovra che aveva infilato i suoi tentacoli nei gangli vitali dello Stato e all’interno dei partiti politici.

Per sbugiardare Biondani e complici è sufficiente scorrere i nomi degli affiliati alla loggia P2, accertando che era questa ad identificarsi con lo Stato ed il potere.

E nei bassifondi del potere si collocavano i referenti dei Fioravanti e dei Cavallini: Fabio ed Alfredo De Felice, amici di Licio Gelli, Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, per limitarci ad alcuni nomi.

Spostare l’attenzione sugli esecutori materiali è la scelta di quanti non osano ipotizzare il movente vero della strage del 2 agosto 1980, quello che ci dice che è stato un depistaggio per coprire le responsabilità della strage di Ustica del 27 giugno 1960.

I Biondani e compari non sono in grado di sostenere che dietro l’eccidio di Bologna ci fosse un tenebroso disegno politico dell’estrema destra “eversiva” perché i quattro rottami dei servizi segreti non avevano alcun progetto politico, anzi i Fioravanti e compari stavano preparando l’omicidio del giudice Giancarlo Stiz, quello che per primo aveva disposto l’arresto di Franco Freda e Giovanni Ventura nell’aprile del 1971.

Chi e perché li ha distolti, in quel mese di luglio del 1980, dalla vendetta contro Giancarlo Stiz? Le indagini della magistratura bolognese dicono che sono stati Licio Gelli, Umberto Ortolani, Umberto Federico D’Amato e Mario Tedeschi che, a loro volta, in quel periodo non nutrivano progetti golpistici, quindi la ragione che li ha mossi è stata quella di venire in soccorso del potere di cui erano parte integrante e determinante, reso traballante dalla tragedia di Ustica.

Chi, come Biondani, disinforma per lo stipendio non lo dirà mai perché la verità non può raccontarla, quindi sceglie di mentire senza farsi molti scrupoli. Ad esempio, inventa – e non per la prima volta – che l’attentato di Peteano sia riconducibile al gruppo veneto di Ordine Nuovo responsabile della strage di Brescia. Mente spudoratamente.

L’attentato di Peteano è stata fatto, per mia iniziativa, all’insaputa di Carlo Maria Maggi e del gruppo veneto di Ordine Nuovo perché andava contro la loro collocazione all’interno dello Stato.

La strage di Brescia risponde alla logica delle stragi di Stato, tutte compiute contro i civili, mentre l’attentato di Peteano si rivolge contro lo Stato e colpisce militari in una località in cui nemmeno per errore avrebbero potuto essere coinvolti civili.

Biondani è solo un diffamatore che usa la menzogna come arma contro chi la verità la cerca, e non per stipendio o secondi fini.

La conclusione non può essere che una sola: il depistaggio mediatico è assimilabile a quello poliziesco e giudiziario perché ne amplifica gli effetti e li consolida dinanzi all’opinione pubblica sulla quale riversa le menzogne dello Stato, del potere politico, dei loro apparati segreti, riuscendo a vanificare perfino quelle verità emerse sul piano giudiziario.

La libertà di stampa non è quella di mentire, diffamare, calunniare, come fanno i giornalisti italiani tutti sul libro di paga di potentati finanziari, del ministero degli Interni, dei servizi segreti, dei partiti politici.

La libertà di stampa è qualcosa di sconosciuto in questo Paese e per farla riscoprire il mezzo più idoneo è quello di invitare la gran parte dei giornalisti a cambiare mestiere, magari rendendoli penalmente responsabili delle loro menzogne e dei loro depistaggi non per via di querele per diffamazione ma contestando d’ufficio i reati che compiono, insieme ai loro direttori e, per la prima volta, ai loro editori.

Magari, in questo modo, si potranno avere in Italia giornalisti e non mercenari. Un sogno, questo, che si potrà realizzare quando questo Paese ritroverà la libertà perduta. Solo allora si potrà avere una stampa libera in un’Italia libera.

 

Opera, 13 dicembre 2020

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