Silenzio sul 12 Dicembre 1969

Per la prima volta, dopo mezzo secolo, l’anniversario della strage ai piazza Fontana è passato sotto silenzio.

Andrea Purgatori, al quale aveva dato la patente di giornalista più onesto degli altri per via del suo impegno nella ricerca della verità sulla strage di Ustica, il 9 dicembre ha dedicato la sua trasmissione a Benito Mussolini.

Il “tuttologo” del regime, Paolo Mieli, l’11 dicembre ha fatto una trasmissione sulla segregazione razziale negli Stati Uniti, mentre i telegiornali si sono limitati a far conoscere il messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, agli Italiani che, in realtà, sono nella stragrande maggioranza ignari di quanto accaduto quel tragico giorno.

La scelta di tacere è motivata dal fatto che, finalmente, la verità sulla strage di piazza Fontana è stata accertata sul piano giudiziario e su quello storico.

Ed è una verità che si è imposta nonostante la sordida opposizione di magistrati della procura della Repubblica di Milano e dello screditatissimo Felice Casson, tutti cari al Partito Democratico ed alla sinistra italiana.

Le stesse forze che hanno imposto il silenzio sul 51° anniversario della strage di piazza Fontana, sono le stesse che hanno ignorato il libro scritto dal giudice istruttore, Guido Salvini, La maledizione di piazza Fontana, che racconta quello che ha scoperto nel corso delle sue indagini e tutto quello che è stato fatto per impedirglielo – con nomi, cognomi e documenti.

La verità emersa frantuma la grottesca ricostruzione di Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini sulla esclusiva responsabilità nella strage delle “cellula nera” padovana, ovviamente “nazifascista”, aiutata dall’agente del Sid, Guido Giannettini.

Una “verità politica”, quella di D’Ambrosio e Alessandrini utile alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista Italiano per presentare la strage come un atto contro lo Stato quando, viceversa, era la conclusione di un’operazione degli apparati dello Stato, iniziata nell’estate del 1968, per rafforzare lo Stato, trasformando la democrazia parlamentare in una democrazia autoritaria.

D’Ambrosio e Alessandrini avevano le prove dei depistaggi operati dalla divisione Affari Riservati del ministro degli Interni che per tre anni aveva nascosto il fatto che le borse, o alcune di esse, utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969 erano stati acquistati a Padova, il 10 dicembre 1969, da un giovane che somigliava molto a Franco Freda.

Eppure, si erano affidati esclusivamente alle indagini svolte dagli stessi funzionari di polizia che, peraltro, saranno poi obbligati a indagare e a prosciogliere con ridicole motivazioni, e, addirittura, ad utilizzare come consulente quell’Umberto Federico D’Amato sul quale, più che su altri, ricadeva la responsabilità della strage.

Politici e killer mediatici non possono, quindi, raccontare una verità sulla strage di piazza Fontana che è stata compiuta da uomini tutti legati e dipendenti dai servizi segreti italiani, americani ed israeliani.

Così come non possono consentire che emerga la verità sulle responsabilità di magistrati che per anni hanno ostacolato l’accertamento della verità, ed hanno continuato a farlo fino all’ultimo giorno.

È alla negligenza ed alla superficialità di certi magistrati milanesi che può essere attribuita la responsabilità dell’assoluzione di certi imputati correi nella strage del 12 dicembre 1969.

Non conviene, pertanto, ai Paolo Mieli e compari di menzogne, falsità e disinformazione raccontare agli italiani la verità su un’operazione “sporca” compiuta, partendo dall’estate del 1968, dagli apparati di sicurezza dello Stato, utilizzando i militanti di estrema destra missini, ordinovisti e avanguardisti, nella quale la strage di piazza Fontana rientrava a pieno titolo.

Non si può dire anche perché uno dei principali responsabili dell’operazione e della strage è quel prefetto Umberto Federico D’Amato che si trova ora accusato dai giudici di Bologna come mandante della strage del 2 agosto 1980. Figura emblematica della continuità dello Stato stragista.

Mancano ancora diversi tasselli per completare il mosaico su quanto è accaduto a Milano e a Roma quel 12 dicembre 1969.

Difatti, l’ufficio politico della questura di Roma, con il concorso dei Carabinieri, è riuscito nell’impresa di non scoprire gli autori degli attentati compiuti in città il pomeriggio di quel giorno coordinati con quello compiuto a Milano all’interno della Banca dell’Agricoltura.

Alfredo Sestili, già militante di Avanguardia Nazionale, aveva accusato Mario Merlino, confidente dell’ufficio politico della questura, ma era stato tempestivamente dichiarato inattendibile.

Ora non è più possibile accertare la verità su quanto è accaduto in Italia nel biennio 1968-69 sul piano giudiziario ma solo su quello storico.

A prima vista potrebbe sembrare più facile perché sono ancora in vita persone che la verità la conoscono, e che potrebbero dare il loro contributo, rompendo il muro di omertà che l’estrema destra ha eretto attorno alla sua attività in quegli anni.

Non sarà così perché, se qualcuno parlasse, sarebbe necessario riscrivere la storia anche politica di quegli anni, dei precedenti e dei successivi, sull’effettivo ruolo dell’estrema destra italiana a partire dalla data di fondazione del Movimento Sociale Italiano, con pesantissime ripercussioni anche sul presente.

Gli omertosi militanti di estrema destra, quand’anche non hanno responsabilità penali perché gli eventuali reati sono caduti in prescrizione o perché già giudicati e ingiustamente assolti, scelgono di tacere perché dovrebbero riconoscere di aver fatto l’esatto contrario di quanto dicevano.

Dovrebbe ammettere di essere stati gli oppositori dell’opposizione (di sinistra) al servizio di un regime e di uno stato che erano sì anticomunisti ma anche, e, soprattutto, antifascisti.

Una verità che anche la sinistra non vuole, perché dovrebbe riconoscere la sua complicità con lo Stato e con il regime per aver spacciato come “fascisti”, cioè come nemici dello Stato antifascista, persone e gruppi che dello Stato era parte integrante.

Non c’è forza politica in questo Paese che abbia la volontà di fare luce sul passato e non c’è, di conseguenza, storico disposto a farlo per proprio conto.

Quando diventa troppo difficile mentire, giunge il momento di tacere perché è con il silenzio che la democrazia copre i propri delitti.

Ma noi non siamo democratici, quindi per noi la battaglia per la verità continua perché gli uomini passano ma i popoli restano.

 

Opera, 18 dicembre 2020

2 pensieri riguardo “Silenzio sul 12 Dicembre 1969

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