Bilancio 2020

L’eco di quanto avviene all’esterno in una “casa di morti” che, per le qualità morali e intellettive di tanti, è definibile anche come una “casa chiusa”, giunge attenuato.

Nel carcere di Opera, quindi, chi, come me, vive prestando attenzione alla situazione politica, economica, sociale e sanitaria dell’Italia, alla fine di un anno dovrebbe circoscrivere il proprio bilancio ad una serie di considerazioni e di riflessioni attinenti alle condizioni alle quali una classe politica criminale ha ridotto il Paese.

Potrei anche fare un bilancio dello spettacolo di sporcizia morale, codardie ed imbecillità, offerto da tanti che abitano e lavorano in questa “casa chiusa”, ma darei loro un’importanza che non meritano.

Meglio lasciarli nel loro anonimato e, con quel che rimane della vista, occuparmi di ben altro che non di un composto di fango intellettivo e di sterco non soltanto morale.

Il 2020, per quanto mi riguarda, non è passato invano.

L’affermazione della verità sulla storia dell’Italia post-bellica non si è mai fermata e poco importa se ancora non riesce a sfondare il muro di silenzio che un potere mediatico triviale ha eretto per proteggere il complice potere politico.

I fatti narrati e analizzati con rigorosa aderenza alla realtà, ed alla verità vengono taciuti ma non smentiti, perché non sono smentibili.

Così, nessuno contesta la ricostruzione del cosiddetto “golpe Borghese” da me retrodatato al 15 agosto 1970, sulla base dei documenti ufficiali conosciuti, bloccato dall’intervento del Dipartimento di Stato americano, sollecitato dalla propria ambasciata a Roma debitamente informata dal generale Vito Miceli, tanto caro al cuore di Aldo Moro.

L’operazione che doveva concludersi il 15 agosto 1970 con un colpo di Stato, permette di inserire la rivolta di Reggio Calabria, iniziata il 14 luglio 1970, e la strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970, nella fase preparatoria del “golpe” stesso.

I protagonisti degli eventi sono gli uomini di Avanguardia Nazionale agli ordini di Junio Valerio Borghese, come pacificamente accertato sul piano storico, in collaborazione con gli affiliati alla n’dragheta sia nella rivolta reggina che nella strage di Gioia Tauro – i cui mandanti andavano ricercati nel “Comitato d’azione per Reggio capoluogo”, di cui era componente il missino Francesco Franco, detto ”Ciccio”.

Una verità, questa ora affermata, che nessuno ha osato contestare scegliendo di farla passare sotto silenzio.

Per una verità che non si può negare, c’è una verità che deve essere ancora accertata, quella relativa all’omicidio del vicequestore Boris Giuliano, avvenuto a Palermo il 21 luglio 1979.

Troppo presto e con troppa fretta l’omicidio di Boris Giuliano è stato archiviato come un “normale” delitto di mafia, motivato dalle indagini che il vicequestore conduceva, riservatamente, sulla scomparsa di Mauro De Mauro e sull’assassinio di Enrico Mattei, secondo una nota informativa del Siede.

Della veridicità ed attendibilità della motivazione ufficiale fanno dubitare due date, una promozione e un trasferimento. Le date sono quella dell’omicidio del vicequestore Boris Giuliano, 21 luglio 1979, e della partenza, sotto falso nome, da New York, diretto in Europa, di Michele Sindona, il 2 agosto 1979.

La promozione è quella del vicequestore aggiunto Giuseppe Impallomeni, elevato dal 309° posto della graduatoria al 13°, benché fosse stato sospeso dal servizio perché sospettato di proteggere le bische clandestine di Firenze in cambio di mazzette.

Il trasferimento è quello dello stesso Impallomeni a Palermo in sostituzione del defunto Boris Giuliano.

Il 14 agosto 1979, Michele Sindona giunge a Brindisi, il 16 agosto è a Palermo, ma a capo della Squadra mobile della Questura non c’è più un onesto funzionario di polizia ma Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2 e amico personale di Licio Gelli che, a sua volta, era amicissimo di Michele Sindona.

La domanda che sorge spontanea è: chi ha promosso Giuseppe Impallomeni e lo ha inviato a Palermo – dopo che, non per mera coincidenza, i mafiosi avevano eliminato Boris Giuliano?

Dov’è stato deciso l’omicidio del vicequestore Boris Giuliano? A Roma, a Palermo, ad Arezzo?

Una volta Licio Gelli ebbe a dichiarare che ci sono “delitti perfetti”, ma questi esistono perché manca la capacità e, spesso, la volontà di analizzare i fatti e di compiere i doverosi collegamenti fra di essi.

Il figlio di Boris Giuliano è oggi questore, e non dubitiamo che abbia fatto carriera per le sue capacità professionali e non per il cognome che porta.

Ci auguriamo, quindi, che non voglia rinunciare a cercare la verità sulla morte del padre, ora che ha la pista giusta da seguire fino in fondo.

Ed è sempre Giuseppe Impallomeni, nella veste di capo della Squadra mobile, ad occuparsi dell’omicidio di Piersanti Mattarella, sul quale la magistratura è pervenuta a non verità, indotta dalle dichiarazioni di un interessato cialtrone come Tommaso Buscetta, secondo la quale fu la “cupola” di Cosa nostra a deciderlo perché contrastava la mafia.

Non è così.

Chi fra i mafiosi palermitani ha autorizzato l’omicidio di Piersanti Mattarella, sempre che ci sia stato, lo ha fatto preoccupandosi di non coinvolgere Cosa Nostra nell’eliminazione fisica del presidente della Regione Sicilia, facendola eseguire da due killer provenienti da fuori Palermo.

Il modo migliore per prendere le distanze dall’omicidio anche dinanzi agli altri esponenti mafiosi.

Se fosse stata la “cupola” a decidere la soppressione fisica di Piersanti Mattarella, avrebbe utilizzato gli abilissimi Killer di cui disponeva, non avendo alcuna necessità di reperirne altri fuori dalla Sicilia.

Non a caso i nomi dei due killer corrispondono a quelli di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, i quali peraltro sono stati assolti dall’accusa, ma rientrano fra gli amici degli amici di Licio Gelli e, indirettamente, fra quelli di Giuseppe Impallomeni.

Poi, c’è il caso della pistola utilizzata per uccidere il giornalista Mino Pecorelli.

Adriano Tilgher mi ha detto che era stata affidata a Domenico Magnetta, detentore di altri armi di Avanguardia Nazionale. Magnetta è legato da amicizia con Massimo Carminati, che è stato giudicato ed assolto come uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Mino Pecorelli.

I magistrati romani e perugini decidono di credere ai pentiti della banda della Magliana, che sostengono che la pistola venne rimessa nell’arsenale del gruppo, conservato nel ministero della Sanità, e non al pentito più attendibile della banda, Maurizio Abbatino, che nega di averla mai vista.

La pistola non viene rinvenuta nell’arsenale della banda; così le dichiarazioni dei pentiti non vengono riscontrate, ma i magistrati decidono di ignorare le mie dichiarazioni, rese nel 1992, e di non affettuare alcuna perizia sulle armi trovate a Domenico Magnetta nel 1995.

Oggi è tardi per accertare, sul punto, la verità perché tutti i reperti sono stati distrutti o sono scomparsi.

I magistrati responsabili dell’omessa indagine hanno fatto tutti brillante carriera, e oggi possono solo ribadire quella che è stata una loro opinione non riscontrata, anzi smentita, dai fatti. L’omicidio di Mino Pecorelli è rimasto a carico di ignoti. E non per merito della banda della Magliana.

Infine, ci sono le stragi di Ustica e Bologna.

Il 16 ottobre 2019, nell’aula della Corte di assise di Bologna, avevo affermato che la strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna era stata compiuta per distrarre l’opinione pubblica dalla strage di Ustica del 27 giugno 1980, allentare la pressione della stampa nazionale ed internazionale, far guadagnare tempo a quanti dovevano depistare le indagini sull’abbattimento del Dc-9 Itavia.

Mesi dopo, viene trovata un’intercettazione ambientale nella quale Carlo Maria Maggi dice al figlio che la strage di Bologna è stata fatta per “far dimenticare Ustica”.

Due stragi e una sola regia di matrice atlantica.

Se si smettesse di blaterare di “destra eversiva”; se i familiari del regime avessero rispetto per i loro morti e, invece di inventare l’esistenza di “terroristi neri” fascisti e nazisti, portassero sul banco degli imputati lo Stato ed i partiti politici che lo coprono, anche a costo di rinunciare ad un ulteriore risarcimento finanziario – giungere alla verità sulla due stragi non sarebbe difficile.

Purtroppo, anche i familiari del regime vogliono una verità che coincida con quella del Partito Democratico, dei servizi segreti, della Nato, degli Stati Uniti, eccetera, eccetera, escludendo la possibilità di pervenire alla verità: tanto i morti non hanno voce e ai vivi interessa stare bene ed ottenere il denaro promesso e non ancora versato.

Sono solo, quelli ora descritti, alcuni dei fatti principali di cui mi sono occupato nonostante l’accanimento dei secondini di Opera, non ancora consapevoli del loro fallimento come strumenti di un potere che deve usare tutti i mezzi a sua disposizione per far tacere la voce di un uomo solo.

Secondini, killer e sciacalli mediatici e giudiziari in pensione, i loro complici, non ci sono riusciti in oltre 41 anni.

Il 2020 si chiude con la riaffermazione di un impegno che dura da una vita e che proseguirà senza soste né cedimenti anche dopo, per sempre.

Il 2021 inizia come si conclude il 2020: lottando.

 

Opera, 23 dicembre 2020

Un pensiero riguardo “Bilancio 2020

  1. Vincenzo, perdonami se tra consimili mi permetto di darti del tu… Vorrei da te un parere su una relazione che mi assilla da un anno ormai. Secondo te, esiste una comune relazione tra il tentativo negli anni 70 di arrivare alla proclamazione dello stato di emergenza poi fallita e la dichiarazione di emergenza arrivata l’anno scorso con l’attribuzione arbitraria di pieni poteri da parte della presidenza del consiglio? Non riesco a togliermi dalla testa che dietro quest’emergenza sanitaria e tutti intentativi, da parte delle istituzioni italiane di amplificare gli effetti di questo virus con la ricerca dei morti e della paura conseguente alla giustificazione di uno stato di emergenza che come 50 anni fa attribuisse pieni poteri alla presidenza del consiglio con la facilitazione di tutte quelle manovre che per esempio oggi servono a rendere molto più semplici i prepararivi a una guerra anti russa che pare sempre più probabile e vicina. Attribuzione di pieni poteri che pone in soffitta la Costituzione farlocca e tiene i cittadini italianinalla stregua di scudi umani nel caso di un attacco russo. Non so ma sento uno strano istinto che mi porta a a non sottovalutare le analogie tra questi due periodi storici che hanno solo il mezzo a fare la differenza ma il fine pare lo stesso. Che dici?
    Ps: Ho letto tutti i tuoi libri e gli scritti inerenti la tua battaglia e sono assolutamente certo che nell’ultima pagina di “Camerati Addio” rappresenti tutto il dopoguerra italiano e lo scopo strategico assegnaro all’estrema destra italiana dalle forze anglo americane al domani della seconda guerra mondiale. Oggi purtroppo la Sovversione della “scuola di Francoforte” è talmente penetrata in ogni settore che purtroppo, siamo diventari esuli in patria. Un caro saluto.

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