Il “golpe” Borghese

Adriano Monti è l’ennesimo italiano che si vanta pubblicamente di aver lavorato come spia per un’organizzazione, in questo caso tedesca, dipendente della Cia americana.

Come tanti altri del suo stampo, non è mai stato perseguito dalla magistratura per spionaggio ai danni dell’Italia, a riprova che nel nostro Paese non è più avvertito sul piano politico e militare il senso dell’indipendenza e della dignità nazionali.

L’Italia è l’unico Paese al mondo che ritiene legittimo l’arruolamento di propri cittadini nelle fila di servizi segreti esteri che, quand’anche “amici” e alleati, non hanno interessi coincidenti con i nostri, anzi sono spesso divergenti ed opposti.

Fatta questa premessa per inquadrare la figura di un traditore, più o meno consapevole, dell’Italia, passiamo ora a quanto da lui dichiarato nell’intervista pubblicata da Il Giornale il 6 dicembre 2020.

Diciamo subito che in essa sono presenti omissioni, menzogne e qualche verità, circoscritta alle reali finalità politiche del “golpe”.

Consapevole di essere rimasto uno dei pochissimi sopravvissuti all’operazione “golpista”, Adriano Monti si presenta come uno dei protagonisti, addirittura come l’elemento che fece da tramite con gli americani per ottenere il loro consenso.

Dimentica, però, che fu proprio il Dipartimento di Stato americano, su segnalazione dell’ambasciata a Roma, a bloccare il “golpe” che doveva avvenire il 15 agosto 1970.

Non è un caso che non ci sia alcuno fra i protagonisti, i comprimari, gli storici che voglia ricordare la data del 15 agosto 1970 come quella del golpe – perché, evidentemente, collegata alla rivolta di Reggio Calabria ed alla strage di Gioia Tauro, prima, ed alla conoscenza da parte dei vertici della Repubblica (Giuseppe Saragat, Emilio Colombo, Aldo Moro) della “congiura”, dopo.

Per mantenere oscuro e indecifrabile quanto è accaduto nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, è necessario omettere quanto si è verificato nell’estate precedente, compreso, e per primo, l’intervento del Dipartimento di Stato americano, il quale non ha mancato all’obbligo di rendere edotti di quanto progettavano i congiurati il presidente del Consiglio, Emilio Colombo, il ministro degli Esteri, Aldo Moro, il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

Per giungere alla verità sulla “notte dell’Immacolata”, sarebbe necessario sapere quanto hanno fatto i tre personaggi citati, ma di questo non si preoccupa certo Adriano Monti, per il quale conta solo indurre i suoi interlocutori a credere che è stato lui ad ottenere il consenso del presidente americano Richard Nixon per il ”golpe” del 7-8 dicembre 1970.

Gli Stati Uniti non sono uno Stato totalitario in cui il presidente ordina e tutti obbediscono, così che è legittimo dubitare che sia venuta meno l’opposizione del Dipartimento di Stato Usa al “golpe”, mentre nulla è dato da sapere sulla posizione del Dipartimento della Difesa.

Un fatto è certo: se pure c’era il consenso del presidente Richard Nixon, il “golpe” è miseramente fallito, a conferma che non era quello l’intento degli Stati Uniti.

In quanto all’effettivo ruolo di Adriano Monti, esso si ricava dai nomi dei personaggi che cita: due americani che non avevano alcun ruolo ufficiale nel governo: il colonnello Otto Skorzeny; un magistrato della Corte dei Conti ed un generale.

Monti esalta il ruolo del colonnello Otto Skorzeny che, certo, era informato della situazione italiana ma non aveva titolo per fare il portavoce degli americani negli affari italiani.

Non è la sola incongruenza presente nell’intervista perché Adriano Monti dimentica di parlare – se mai ne ha avuto conoscenza – dei rapporti ad altissimo livello di Junio Valerio Borghese in Italia e all’estero, quelli che, ad esempio, gli permisero di ottenere la garanzia che Grecia, Spagna ed Israele avrebbero subito riconosciuto il governo nato dopo il “golpe”.

Non c’è traccia nell’intervista della figura di James Jesus Angleton, il personaggio più potente e rappresentativo della Cia in Europa, con il quale Borghese era in ottimi rapporti fin dal 1945.

Sono le dichiarazioni di un vecchio afflitto da un attacco di megalomania, come provano le sue affermazioni sul conto di Stefano Delle Chiaie con il quale, a suo dire, “nessuno voleva avere a che fare…tanto meno io”.

Delle Chiaie era il responsabile della struttura clandestina del Fronte Nazionale, avendo come capo il solo Junio Valerio Borghese – e fu proprio lui a presentarmi Adriano Monti a Parigi nel mese di febbraio 1979, al mio rientro in Europa dall’Argentina.

Sminuire il ruolo di Stefano Delle Chiaie per esaltare il proprio prova che Adriano Monti non è attendibile come testimone sulla verità del “golpe Borghese” nel quale ha certamente rivestito un ruolo marginale.

Lo conferma la sua pretesa che l’unico poliziotto ad aderire al “golpe” fu il noto Umberto Federico D’Amato. La smentita è agli atti perché il generale Gianadelio Maletti, nel rapporto redatto nel mese di giugno del 1974, indica come compartecipi il generale di Ps Domenico Barbieri e il colonnello di Ps, Antonio Erra, già comandante della Scuola di Ps di Nettuno, fra gli altri.

E che dire dei funzionari di Ps che, nella notte del 7-8 dicembre 1970, permisero ai militanti di Avanguardia Nazionale di entrare nel ministero degli Interni e giungere perfino all’armeria?

Non sono mai stati identificati perché l’andreottiano Claudio Vitalone e i suoi colleghi romani non ritennero opportuno interrogare almeno i piantoni in servizio quella notte al Viminale.

È, inoltre, una fandonia che dovessero agire i soli carabinieri perché Remo Orlandini, che sul “golpe” sapeva quasi tutto, indicò nel capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Duilio Fanali, l’ufficiale che, “cosciente e volente” doveva impartire l’ordine di intervento alle Forze Armate.

Adriano Monti confessa candidamente di non aver mai saputo nulla dei rapporti di Junio Valerio Borghese con la n’drangheta e con Cosa Nostra, così come con la loggia P2 e Licio Gelli, e certamente mai ha sentito nominare Gilberto Bernabei che era il tramite fra Borghese e Andreotti.

Insomma, questo vecchio vuole presentarsi come il custode della verità sul “golpe Borghese” ma trova credito solo presso i disinformati giornalisti de Il Giornale.

Ipotizza, Adriano Monti, che gli americani fermarono il “golpe” perché il Mossad israeliano intervenne presso di loro facendo presente che Giulio Andreotti avrebbe fatto una politica filo-palestinese; ma è un’ipotesi che non regge, perché chi ha bloccato i movimenti in corso nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970 ha sventato una trappola tesa ai “golpisti” e preservato il loro potenziale offensivo per gli anni successivi, nel corso dei quali il nome di Giulio Andreotti è presente, in particolare nella primavera del 1973.

Le dichiarazioni di Adriano Monti non aggiungono nulla di nuovo a quanto si sapeva sul “golpe Borghese”, la cui vicenda rimane avvolta nell’oscurità proprio su quanto è accaduto nella notte dell’Immacolata.

Chi sapeva ha sempre taciuto, lasciando parlare quelli che sanno poco o nulla come Adriano Monti, spia italiana per conto di un’organizzazione straniera, convinto di accrescere il suo prestigio spendendo il nome del colonnello Otto Skorzeny, ufficiale di primo piano nelle SS (non delle Waffen SS, come scrive il cronista de Il Giornale), che, al termine del conflitto, ha tradito per avere salva la vita i suoi camerati e si è posto al servizio degli americani, prima, e del Mossad israeliano, dopo.

La guerra politica anticomunista in Europa e, in particolare, in Italia, è infarcita di tradimenti e scritta da traditori siano essi protagonisti, comprimari o comparse.

Fino a quando?

 

Opera, 3 gennaio 2021

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