Mezze Verità

Ho seguito con interesse la trasmissione di Rai Tre, Report, dedicata alle stragi del 1993.

Ho registrato, con stupore e piacere, che Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime delle strage del 2 agosto 1980 a Bologna, ha riconosciuto che non sono mai esistiti servizi segreti deviati.

Ha impiegato ben 40 anni per comprenderlo, Bolognesi, ma meglio tardi che mai: comunque è rimasto il solo a dirlo perché, per tutta la durata della trasmissione, il conduttore si è sprecato nel parlare di servizi segreti deviati, che esistono solo nella sua fantasia e nella sua malafede.

La puntata è stata anche sporcata dalle brevissima apparizione di Felice Casson che, naturalmente, è stato intervistato su Gladio, che lui non ha scoperto e sul quale non ha mai indagato, a differenza dei magistrati romani e padovani e del giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni.

Per altro, è giusto dire che Sigfrido Ranucci ha dipinto un quadro contenente notizie vere, inserite nella falsa cornice di una onnipresente ed onnipotente loggia P2, manco a dirlo, presentata come la piovra che con i suoi tentacoli si era infiltrata nei gangli vitali dello Stato democratico, come da manuale della disinformazione.

È falsa, difatti, la rappresentazione della strage di Bologna come frutto di un’azione corruttiva da parte di Licio Gelli e Umberto Ortolani spacciato, peraltro, come subalterno del primo – mentre la verità ci dice l’esatto contrario: che Umberto Ortolani era il terzo gerarchicamente nella loggia P2, preceduto da Francesco Cosentino e Giulio Andreotti, mentre Licio Galli occupava soltanto la quarta posizione.

La pretesa che Gelli abbia pagato Umberto Federico D’Amato perché organizzasse la strage di Bologna è grottesca: il prefetto Umberto Federico D’Amato era uno di quegli uomini che non inseguono sogni di ricchezza personale perché ambiscono al potere e ad un potere assoluto.

Non era il conto in banca che interessava a D’Amato, e la prova risiede nel fatto che, dopo il congedo, si è rivolto al servizio segreto militare, ponendosi a sua disposizione perché non era più in grado di pagare i suoi informatori.

In quanto ai Fioravanti, ai Cavallini e soci, una strage l’avrebbero fatta anche gratis.

Paolo Bolognesi, come al solito, parla di “assassini prezzolati” ma, pur senza escludere che organizzatori ed esecutori della strage del 2 agosto 1980 siano stati ricompensati con denaro sonante e contante per motivazioni varie, ad esempio l’elevato costo del restare latitanti, è certo che la motivazione fu politica.

Per tutta la durata della trasmissione ho atteso di ascoltare una dichiarazione sulla motivazione della strage di Bologna. Invano.

Licio Gelli, il malvagio piduista, paga milioni di dollari a destra e a manca, ma perché lo fa? Quale sarebbe stato dunque l’interesse personale di Licio Gelli nel far compiere un massacro a Bologna il 2 agosto 1980?

Nel 1980, la loggia P2 era all’apice del suo potere, ovvero era il potere, ed è sufficiente scorrere i nomi degli affiliati e di quanti richiedevano l’affiliazione per rendersene conto.

Se le stragi precedenti avevano come fine la destabilizzazicuie dell’ordine pubblico per consentire la stabilizzazione dell’ordine politico, la strage di Bologna e quella tentata il 30 luglio 1980 a Milano, non rispondevano certo a questa perversa logica, anche perché l’ordine pubblico era sufficientemente destabilizzato dalle azioni delle Brigate Rosse, di altri gruppi della sinistra armata, dei militanti missini che si occultano dietro la sigla Nar.

Manca fino ad oggi una motivazione vera del massacro del 2 agosto 1980, e la trasmissione di Rai Tre nemmeno tenta di darne una, se non vera almeno verosimile.

La loggia P2 era un’organizzazione atlantica, creata su richiesta di alti ufficiali delle Forze Armate, come ha avuto modo di dichiarare, senza essere mai smentito, Francesco Cossiga.

Fra le sue finalità, la loggia aveva quelle di rappresentare e difendere gli interessi degli Stati Uniti e della Nato.

In quel tragico 1980 un solo evento ha posto in pericolo gli interessi degli Stati uniti e della Nato, insieme a quelli del governo italiano: la strage di Ustica del 27 giugno 1980.

Serve ripetere per l’ennesima volta quello che sarebbe accaduto in Italia se si fosse conosciuta la verità sull’abbattimento nel nostro cielo di un Dc-9 con a bordo 81 cittadini italiani?

Dinanzi alla prospettiva di un gravissimo turbamento dell’ordine pubblico, questa volta non pilotato dai governi e dai loro servizi segreti, con conseguenze politiche, sul piano nazionale ed internazionale, gravissime – si palesa la necessità, negli ambienti atlantici, di ricorrere ad ogni mezzo pur di allontanare la verità su Ustica.

La logica di due stragi, una mancata a Milano ed una riuscita a Bologna, appare essere di carattere difensivo: distrarre l’opinione pubblica e la stampa, nazionali ed internazionali, da una strage atlantica, compiendone un’altra di dimensioni apocalittiche, attribuendola ai soliti fascisti, è parsa la soluzione più idonea.

Ottenuto il silenzio su Ustica, i depistatori politici, militari e giudiziari hanno potuto agire indisturbati per ben sei anni, tanti ne sono passati prima che la stampa tornasse ad occuparsi della strage di Ustica.

Della connessione Ustica-Bologna non parla Sigfrido Ranucci e, tantomeno, Paolo Bolognesi il quale preferisce mantenere attuale la definizione di “strage fascista” tanto cara al Partito Democratico di cui è stato parlamentare.

Ma non è questa la verità.

Ci sono voluti quarant’anni perché Rai Tre smettesse di presentare i “ragazzini” dei Nar come estranei alla strage di Bologna: evitiamo, se possibile, che i Ranucci, i Bolognesi ed amici facciano passare altri quarant’anni per ammettere che quella di Bologna è stata un’altra strage dello Stato democratico, antifascista ed atlantico.

 

Opera, 7 gennaio 2021

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