Stato Criminale e Recidivo

Gaspare Pisciotta, a conoscenza dei segreti di Salvatore Giuliano, nonché collaboratore del colonnello Ugo Luca, comandante del Comando forze repressione banditismo, muore all’interno del carcere dell’Ucciardone, il 9 febbraio 1954, avvelenato con un caffè alla stricnina.

Luigi Ilardo, mafioso, confidente dei carabinieri, è ucciso a Catania il 10 maggio 1996.

Oltre che da un morte violenta, i due uomini sono accomunati da altri e coincidenti elementi: sono entrambi mafiosi, sono entrambi a conoscenza di segreti che scottano, sono entrambi confidenti dei carabinieri, sono entrambi fiduciosi nella magistratura, un errore questo che si rivelerà fatale per entrambi.

Gaspare Pisciotta, condannato all’ergastolo per la strage di Portella della Ginestra, appresa la notizia che l’ex-ministro degli Interni, Mario Scelba, avrebbe ricoperto la carica di presidente del Consiglio, decide di rivelare quanto a sua conoscenza alla magistratura.

Si presenta in carcere il sostituto procuratore della Repubblica, Pietro Scaglione, non accompagnato dal cancelliere, in modo da farsi anticipare da Gaspare Pisciotta quanto ha in animo di rivelare, senza dover procedere alla rituale verbalizzazione.

Dopo aver ascoltato Pisciotta, il magistrato gli promette di tornare, questa volta insieme al cancelliere, per verbalizzare le dichiarazioni, ma per, fortunata coincidenza, qualcuno serve prima all’accusatore un caffè alla stricnina e gli chiude per sempre la bocca.

Luigi Ilardo, dopo aver collaborato confidenzialmente con i Carabinieri, decide di verbalizzare quanto a sua conoscenza sulla mafia, i servizi segreti e l’estrema destra.

Ilardo anticipa la sua decisione ai magistrati di Palermo, alla presenza del procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, e, per felice coincidenza, due giorni più tardi viene ucciso a Catania in un agguato mafioso.

Le indagini accertano che l’informazione sulla decisione di Ilardo di assumere ufficialmente la veste di “collaboratore di giustizia” ai mafiosi giunge dagli uffici della procura della Repubblica di Caltanissetta, ma non riescono ad individuare l’informatore.

Gaspare Pisciotta e, quarantuno anni dopo, Luigi Ilardo, muoiono uccisi per aver riposto la loro fiducia nella magistratura.

Sono delitti di Stato, il primo compiuto con “metodologia occulta”, per il quale viene inizialmente indagato un secondino, che verrà scagionato dopo che un altro componente della banda Giuliano, Angelo Russo, viene ucciso all’Ucciardone, il 6 marzo 1954, con un altro caffè alla stricnina; il secondo assassinio viene affidato, per l’esecuzione, ai mafiosi.

Non detenevano, i due assassinati, segreti di mafia ma di Stato perché le organizzazioni criminali (mafia, n’drangheta, camorra) sono state fin dal mese di luglio del 1943 di supporto allo Stato democratico ed antifascista, alle sue forze di polizia ed ai suoi servizi di sicurezza.

E non si parla al passato.

Oggi assistiamo all’omertà con la quale la politica e la stampa proteggono il pregiudicato Silvio Berlusconi, perché capo di un gruppo politico (Forza Italia) che, in modo documentato e incontrovertibile, è nato con il sostegno incondizionato delle mafie rappresentate al suo vertice da Marcello Dell’Utri.

Un ex-presidente del Consiglio, come Silvio Berlusconi, che si rifiuta di rispondere alle domande dei giudici di una Corte di assise, come ha fatto a Palermo nel mese di novembre del 2019, in un Paese non corrotto sarebbe stato estromesso dall’agone politico.

Viceversa, tutti hanno taciuto.

Non c’è mafioso pentito di un certo rilievo che non abbia testimoniato sui rapporti intercorsi fra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi per il tramite di Marcello Dell’Utri o, addirittura, direttamente come affermano i fratelli Gramiano.

È difficile credere che siano tutti calunniatori del “povero” Berlusconi tanto più che il suo fedelissimo Marcello Dell’Utri una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa l’ha avuta, mentre lui è ancora indiziato per il reato di concorso nelle stragi del 1993.

Un indizio di reato non è un mandato di cattura, e questo non é una condanna: ma qui stiamo parlando di un pregiudicato, già condannato per corruzione, con sentenza passata in giudicato, prosciolto per prescrizione di reato in un altro processo per corruzione, e almeno altre sei volte per reati vari.

La prescrizione del reato non sentenzia l’innocenza dell’imputato ma la sua colpevolezza, e lo dichiara non punibile per il tempo decorso.

La politica, nei Paesi normali, ha una sua moralità, una sua etica che non gli consente di attendere l’esito delle indagini sul conto di un proprio esponente, ma interviene prima e lo costringe a ritirarsi.

L’aspetto grottesco delle vicenda è che Silvio Berlusconi, dopo essere stato per anni il padrone del centro-destra è, ancora oggi, l’alleato del caporale Matteo Salvini della Lega Nord e di Giorgia Meloni, duce di Fratelli d’Italia.

Sono, questi, i due che più strillano in difesa della legalità e si presentano come alfieri della legge e dell’ordine: ma quali?

Quelli mafiosi di cui il co-fondatore di “Forza Italia”, Marcello dell’Utri, era portatore insieme a Silvio Berlusconi?

Se la morte di Gaspare Pisciotta salvò Mario Scelba e la Democrazia Cristiana dalla rovina, quella di Luigi Ilardo ha salvato politici e spioni, diversi dei quali non sono mai stati sfiorati dalle indagini e hanno proseguito nelle loro carriere.

Lo Stato italiano si può definire criminale, e non per avversione ideologica, perché ce lo dicono i fatti, i crimini documentati: il primo dei quali fu l’omicidio di Ettore Muti, nella notte fra il 22-24 agosto del 1943, rimasto impunito, nonostante fosse possibile identificare facilmente il sottufficiale dei Carabinieri Reali che lo uccise con un colpo alla nuca.

Uno Stato criminale e recidivo che solo l’azione politica può depurare dalle sue scorie e rieducare all’onestà.

Ma non certo questa politica: un’altra. Che è ancora in divenire.

 

Opera, 9 gennaio 2021

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