Silenzio Tombale

Quante volte abbiamo ascoltato i giornalisti italiani rivendicare il loro “dovere d’informare” i cittadini di quanto accade nel Paese e nel mondo?

Tante da provarne nausea, perché in realtà informano a modo loro divulgando esclusivamente le notizie che fanno comodo ai loro padroni.

Perché di umilissimi, deferentissimi servi stiamo parlando, di quelli che fanno carriera perché meglio di altri hanno saputo lustrare le scarpe di chi conta e di altri che sono sul libro paga del ministero degli Interni e di altri apparati segreti dello Stato.

Abbiamo commentato il silenzio con il quale hanno fatto trascorrere l’anniversatio della strage di piazza Fontana non più vendibile come “strage fascista”, al quale è seguito quello sull’omicidio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, nonostante che il fratello, Sergio, sia oggi presidente della Repubblica.

Con la verità sulla strage di piazza Fontana, è emersa anche la responsabilità del Partito Democratico nel tentativo di impedire che questa si affermasse, affidato a magistrati di fiducia come Felice Casson.

Da qui la decisione di tacere perché gli italici pennivendoli non avvertono il dovere di informare ma solo quello di proteggere gli interessi dei potenti: quindi, se una verità si rivela scomoda, il loro compito è quello di non farla conoscere all’opinione pubblica.

Non sappiamo se ci sono stati sviluppi nelle indagini relative all’omicidio di Piersanti Mattarella, ma sappiamo con certezza che dal 16 ottobre 2019, data della mia testimonianza dinanzi alla Corte di assise di Bologna, i riflettori si soro accesi sulla figura del vicequestore Giuseppe Impallomeni, capo della Squadra mobile di Palermo e titolare delle indagini su quell’assassinio, affiliato alla loggia P2 e amico personale di Licio Gelli, con il quale si dava del “tu”.

Figura emblematica, Giuseppe Impallomeni arriverà a Palermo, senza averne alcun titolo, dopo l’omicidio del vicequestore Boris Giuliano (21 luglio 1979) e dieci giorni prima della partenza di Michele Sindona, grandissimo amico di Licio Gelli e Giulio Andreotti, da New York in direzione dell’Europa e della Sicilia.

Non è fuori luogo ipotizzare che Boris Giuliano, funzionario non corrompibile, sia stato ucciso per fare posto ad uno che avrebbe protetto la latitanza a Palermo di Michele Sindona, uno il cui identikit corrisponde esattamente a quello di Giuseppe Impallomeni.

Ma se qui parliamo di omesse commemorazioni di fatti ristalenti rispettivamente, a cinquantuno e a quarantuno anni fa, la notizia del deposito delle motivazioni della condanna all’ergastolo inflitta a Gilberto Cavallini un anno fa per concorso nella strage di Bologna del 2 agosto 1980, è di questi giorni.

Giornali e telegiornali, quando fu emessa la condanna, riportarono la notizia senza sprechi di parole e di tempo: qualcuno, come La 7, in maniera grottesca, sottolineando, a conforto di Gilberto Cavallini, che ci sarebbe stato l’appello.

Le motivazioni di una sentenza spiegano perché i giudici sono giunti alla conclusione della colpevolezza o, in caso contrario, dell’innocenza di un imputato; di conseguenza, soprattutto chi aveva espresso il suo scetticismo sulla fondatezza della condanna inflitta al delinquente missino avrebbe dovuto avvertire il dovere di leggerle e commentarle, in un senso o nell’altro.

Viceversa, si sono ben guardati dal dare perfino la notizia, come ha fatto La Repubblica, del deposito delle motivazioni.

Per quanto possa sembrare incredibile, il solo telegiornale da me ascoltato che ne ha informati i suoi ascoltatori è stato il TG2, quello che per la costante e quarantennale difesa degli stragisti meriterebbe di essere definito “Telemostro”.

Nei trenta secondi o poco più impiegati per dare la notizia, il TG2 ha detto che i giudici hanno definito quella di Bologna una “strage di Stato” e che Gilberto Cavallini è stato sempre a conoscenza dei disegni “eversivi” dei suoi compari.

Come tutti gli italiani, ovviamente, anch’io non posso entrare nel merito delle motivazioni, perché non le conosco ma, se fosse vera la definizione della strage del 2 agosto 1980 a Bologna, come massacro di Stato sarebbe sufficiente a spiegare perché sulle loro motivazioni è calato il più assoluto silenzio.

Non solo la “libera stampa” italiana ha taciuto, ma anche la politica. I compagni di Paolo Bolognesi non hanno espresso un commento, non hanno detto una parola, così come hanno fatto tutti gli altri.

Se questo è normale per il partito filo-stragista di Giorgia Meloni, lo dovrebbe essere meno per il Partito Democratico che, però, come si è visto nel caso dell’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini, contro la verità sugli “anni di piombo” ha fatto sempre tutto quello che poteva, superando per infamia perfino la Democrazia cristiana.

Il risultato è che, ancora una volta, politica e stampa hanno negato agli italiani la conoscenza di una notizia che riguarda il più grave attentato mai commesso nella storia dell’Italia unita.

Un silenzio dettato dalla paura che la verità ufficiale, quella della “strage fascista”, della “destra eversiva”, degli “assassini prezzolati” cominci a vacillare per essere sostituita, nel tempo, dalla verità: quella che ci permette di definire quella di Bologna del 2 agosto 1980 come una “strage atlantica”, compiuta per coprire quella di Ustica del 27 giugno 1980.

Ed è, questa, la sola verità.

 

Opera, 13 gennaio 2021

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